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Il politico come cinico
L'arte del governo tra menzogna e spudoratezza
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Informazioni su questo libro
Che il politico sia cinico e che sia cinica la politica è probabilmente un'ovvietà. La scoperta dell'acqua calda, si potrebbe dire. Cinica la postmodernità, ciniche la globalizzazione e la crisi finanziaria, cinici i detrattori della contemporaneità, cinici i suoi pochi difensori. La politica diventa, così, cinica per definizione, nella diffusa percezione di sé che trasmette tra balbuzie e impotenza. Il guaio, per l'arte politica, è che davvero, a partire dalla modernità, essa è divenuta cinica, ma almeno quanto il cinismo, a partire dalla sua greca accezione originaria, è divenuto politico. Più che di politica cinica è di nuovo cinismo politico che si dovrebbe parlare: di una pratica dell'arte politica che ha impresso un'accelerazione vertiginosa al miglioramento delle condizioni oggettive di vita degli uomini, rendendo lo sguardo cinico sul mondo il soggetto protagonista di questo prodigioso progresso. Politico come cinico è colui che, facendo la politica, tiene fissa una tenace idea di giustizia e s'industria a creare unità di amicizia intorno a essa. Da qui il riscatto positivo del protagonismo cinico e, dunque, della sua sostantività e della sua soggettività, contro la banale oggettività in cui vorrebbero confinarlo gli araldi della verità. Chiunque faccia la politica e sappia vedersi mentre la fa, e chiunque assista da vicino chi in essa impegna la sua esistenza, scoverà in questo libro il potenziale salvifico del cinismo politico. Quello occidentale è dunque un destino cinico: l'autore si riterrà soddisfatto se, giunto all'ultima pagina, il lettore considererà questa conclusione una benedizione e non una minaccia.
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Informazioni
VI. Breviario cinico
1. Anticinismi.
Come anticipato nell’introduzione, uno degli obiettivi di chi scrive è il tentativo di rivalutazione della sostantività del cinico contro la sua aggettività, che equivale a dire del suo protagonismo: della sua soggettività contro la sua oggettività. L’elenco dei cattivi utilizzi dell’aggettivazione cinica è però nutrito e vale la pena, nel momento in cui si procede alla categorizzazione dei cinismi politici, provare a ricordarne i più infelici.
Sono solitamente definiti cinici coloro che cambiano facilmente posizionamento politico, quei camaleonti di cui Anton Čechov ci dà una perfetta rappresentazione in un memorabile racconto, nella figura del suo protagonista, il commissario Ociumielov1. L’orefice Chriukin è stato morso da un cane e il commissario, accorso sulla scena del crimine, deve destreggiarsi tra le lamentele della parte lesa e i provvedimenti da assumere nei confronti dell’animale e del suo proprietario. Fatto sta che proprio non si riesce a capire di chi sia questo benedetto cane e l’incertezza sul nome del padrone determina repentini cambiamenti d’opinione sul da farsi da parte del camaleonte Ociumielov. Quando tra la folla che circonda l’orefice sanguinante prevale la convinzione che il cane sia dell’eminente generale Zigalov, Ociumielov tende a minimizzare e a rabbonire l’orefice Chriukin; quando la proprietà del cane non è ricondotta al generale, Ociumielov non esita addirittura a ipotizzare di sopprimerlo. Per quanto si è detto nei capitoli precedenti, è evidente che il commissario Ociumielov è privo di qualsiasi soggettività cinica: manca di una sua idea di giustizia e di modi coerenti, pur nella loro estetica elasticità, con cui perseguire fini che all’idea di giustizia diano concretezza. I camaleonti politici sono perfettamente raffigurati dal pusillanime commissario descritto da Čechov e nei regimi parlamentari trovano rappresentazione nella pratica del cosiddetto trasformismo. Il mimetismo dei trasformisti può essere (rischioso) oggetto delle manipolazioni di aidos da parte dei cinici politici, ma non si leva mai a soggettività cinica che costituisca nuove «unità di amicizia» verso il perseguimento di scopi condivisi. Non avendo un orientamento politico di fondo, che sussiste solo nel caso di un articolato riferimento a una precisa idea di giustizia, i suoi cambiamenti di pelle/opinione non sono spudorati, ma pusillanimi o delinquenziali, perché sempre contraddistinti dal legame con un tornaconto immediato, fuori da ogni contesto politico. Al trasformista camaleonte manca l’intenzione cinica della spudoratezza.
Altro caso di fraintendimento cinico è quello che riguarda l’insieme dei nuovi quadri dirigenti di partito e dei più giovani rappresentanti nelle assemblee elettive. L’Italia ha prodotto ormai già un paio di generazioni di classe dirigente formata alla religione della relatività di ogni verità. Su tale preziosa conquista ha scritto Allan Bloom, considerando come in passato «solo Socrate, dopo una vita di incessante lavoro, sapeva di essere ignorante. Ora lo sa ogni studente delle superiori»2. Rispetto ai tre stadi di coscienza cinica (ideale, nichilista, relativista), i giovani cooptati del potere politico abitano stabilmente il terzo, senza scorgerne la sua provvisorietà e ignorando l’esistenza dei due precedenti. Li conduce a tanto l’assenza di educazione liberale e una personale comprensione del cinismo politico, che ricusa il suo sbocco positivo in termini di costruzione di senso. I giovani presunti cinici sanno di non sapere e guardano circospetti alle trincee degli zelanti, dalle quali arrivano richieste di una visione complessa delle cose del mondo. Ma se queste cose non stanno più insieme da un pezzo – si chiedono – che diavolo si pretende da noi? Il relativismo delle future classi dirigenti è ricco e poliedrico, si abbevera ai mille rivoli del multiculturalismo in una disponibilità tonale allo scambio con l’altro. In questa manifesta generosità di commercio, le classi dirigenti tirate su a diete relativiste detengono un primato numerico di relazioni e mostrano un certo ingegno nella moltiplicazione delle occasioni di scambio. Una frenesia d’inizio secolo paga di sé, che fa di questo scambio ragione di vita, ancorché, da bravi relativisti, essi non abbiano nulla da scambiarsi.
Nei tradizionali processi di cooptazione con cui le nuove generazioni sono tirate su, i cooptati conservano poi un singolare rapporto con i loro leader di riferimento cooptatori. Un misto di premura e assenso ammanta l’affiliazione nei confronti di chi li ha cooptati; una complessa disposizione d’animo assai diversa da quella che incoraggia la riverenza dei cortigiani nella vicenda dei vestiti nuovi dell’imperatore, narrata da Andersen3. Nel racconto dello scrittore danese i leccapiedi lodano gli inesistenti vestiti dell’imperatore per paura e calcolo, benché vedano distintamente quanto il loro sovrano sia nudo. L’animo dei giovani politici d’oggi è inquieto e fantasioso: spregiando la banalità dei cinque sensi, ricrea addosso al leader di riferimento sontuose vesti immaginarie, che egli propriamente non indossa. La fantasia al potere finisce così per rendere i nostri giovani decisamente sinceri. Interrogati sul vestito del loro leader, essi ne esaltano quella fattura che hanno creato da sé, col proprio spirito creativo, cosicché davvero essi mentono non sapendo di mentire.
Camaleonti e giovani relativisti sono interpreti antipolitici della pratica dell’arte politica e si collocano ai margini del nostro discorso, pur assumendo un ruolo nella commedia che si sta raccontando. Possono tornare utili alle trame del cinismo politico, accettando di seguire leader che se ne servono con l’obiettivo di realizzare i propri scopi. I cinque capitali cinismi politici (convertito, mistico, gastrico, lirico, supercinico) non si trovano in natura allo stato puro: nessun politico come cinico è espressione di uno solo dei caratteri fondamentali che si andranno a elencare. Il più delle volte accade che un cinismo risulti prevalente, ma sempre corroborato da uno o più caratteri fondamentali. Tutto quanto ha a che fare con gli uomini è imperfetto e corruttibile, figurarsi quando si tratta della coscienza cinica di un leader politico, che riconosce la particolarità universale del suo stato nel rapporto alla costante mutevolezza della realtà. I cinque cinismi capitali sono i luoghi privilegiati di una simbologia cinica; la quale, per imitazione, conosce interpretazioni succedanee, benché in tono minore, da parte dell’intero variegato mondo degli operatori della politica. Accolti nella loro evocativa simbologia, gli appassionati cinismi politici saranno analizzati in relazione a figure letterarie emblematiche, che di essi rappresentano l’idolo o il demone.
Per l’idolatria o la demonologia che segue, i cinque cinismi politici costituiranno una sorta di vivace Olimpo, di cui si potrà trovare riscontro nel dibattito politico quotidiano delle grandi democrazie avanzate d’Occidente e nei secoli di modernità che ci stanno alle spalle. Operazione di estetica politologica che a questo punto dovrebbe apparire tutt’altro che sacrilega.
2. Il convertito.
L’obbligo di cominciare l’enunciazione dei cinismi politici dal cinico convertito si spiega rapidamente. Quella del convertito è, infatti, una tipologia cinica maggiormente disponibile alla contaminazione con gli altri quattro cinismi. Al termine dell’evoluzione preistorica della coscienza cinica nei suoi tre stadi basilari (ideale, nichilista, relativista), il mistico, il gastrico, il lirico e il supercinico non conoscono particolari variazioni in divenire del loro cinismo. Diversamente, il convertito vive ancora una trasformazione evolutiva del suo spirito: il passaggio da una declinazione conservatrice (di destra) dell’idea liberaldemocratica di giustizia a una declinazione progressista (di sinistra), o viceversa. Può accadere che una modificazione dell’idea democratica di giustizia si produca all’interno di una delle due macroaree (conservatrice o progressista) in senso più moderato o più massimalista. In entrambi i casi non si danno comunque trasformazioni in divenire, quanto semplici variazioni, che possono risultare certo significative e tuttavia non mettono in gioco l’essenza del cinismo politico. Non c’è evoluzione, come si vedrà per l’ingegno del convertito, ma mera modificazione.
Il cinico convertito, invece, ricerca un ulteriore accrescimento della propria coscienza nel passaggio di campo politico. Evolvendo ben oltre i tre stadi preparatori del cinismo politico, il convertito non disdegna di contaminarsi con i modi degli altri cinismi nella pratica quotidiana dell’arte politica. La folgorazione di Paolo, persecutore dei cristiani sulla via di Damasco, conversione per antonomasia nell’immaginario collettivo della civiltà occidentale, non fa al caso del nostro cinismo politico. Non già perché Paolo non si sia rivelato cinico – e che cinico! – nella sua iniziativa politica evangelizzatrice. Quanto perché l’intervento trascendentale della folgorazione divina (con tanto di dolorosa caduta da cavallo) è dominante rispetto all’evoluzione dell’animo di quel persecutore che assistette, senza muovere un dito, alla lapidazione di quel santo Stefano primo martire cristiano (si veda Atti degli Apostoli 22, 20). Lungi dal voler minimizzare il ruolo della fede, che è invece un motore essenziale dell’animo umano alle prese con la pratica della cinica arte politica, bisogna rivolgersi altrove per trovare un paradigma nella storia della cultura occidentale adeguato al compito politico di rappresentazione del cinismo del convertito. La vicenda dell’Innominato, di cui dà conto Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, è certamente la più congeniale al nostro discorso, anche per i politici che compiono questo passaggio spinti da motivazioni non intrinsecamente religiose.
L’Innominato è l’equivalente letterario di Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Ghiaradadda e capo di masnadieri, messo al bando nel 1603, per essere infine convertito al cattolicesimo dal cardinale Federigo Borromeo. I resoconti a cui attinse Manzoni non ci raccontano i modi della sua conversione, che si ritrovano invece magnificamente narrati nei Promessi Sposi. È stato ormai chiarito e assunto diffusamente che nel passaggio di campo dell’Innominato non c’è nulla di miracoloso, come invece accade per la caduta da cavallo di Paolo di Tarso: «la conversione dell’Innominato non ha nulla di esplosivo e di estemporaneo, e di mistico – scrive il crociano Luigi Russo – ma segue una sua logica storica [e lo] storicismo psicologico»4 di cui Manzoni permeò la sua opera maggiore. La crisi dell’Innominato, che prelude alla conversione, è «una crisi di pensiero»5 di una coscienza cinica in affanno, in procinto di crollare su di sé. Manzoni prepara efficacemente questa crisi nei Promessi Sposi, in ossequio al suo storicismo psicologico, con le avvisaglie del crescente tormento nell’animo dell’Innominato: «Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze»6. Eppure c’è un momento nel romanzo in cui la fenomenologia della conversione cinica dell’Innominato ci appare in tutta la sua esemplarità. Siamo nel ventunesimo capitolo, Lucia è già prigioniera dell’Innominato, che le fa visita a casa della vecchia dove è tenuta segregata. Lucia gli implora pietà, riuscendo nell’intento di impietosire l’Innominato e ricondurlo sgomento nel suo castello. Qui l’Innominato medita il suicidio.
S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balia del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove7.
La dinamica cinica della conversione fa i conti con un tale rifiuto della precedente declinazione di idea di giustizia (dike) che arriva a negare la validità di vincolo costituente unità di amicizia (aidos) che il politico intrattiene con se stesso. Così l’Innominato, un condottiero la cui infamia è tale da coprirne finanche il nome, alle prese con un tale radicale rifiuto di sé non esita a pensare al suicidio. La sua vita passata gli fa orrore, percorsa com’è da errori e deviazioni che adesso riconosce distintamente nella livida immagine che di essi conserva nella memoria. Per questo tipo d’uomo, per questo tipo di politico come cinico, un così estremo rigetto di sé è inevitabile, perché, al fine di rinnegare il desiderio di affermazione che ha nutrito l’adesione alla vecchia idea di giustizia, c’è bisogno di una forza interiore che gli sia pari in grado. E che, distolto il pensiero della morte, si sviluppi fino a diventare la forza della nuova adesione. La sola maniera di morire senza morte e rinascere a nuova vita è la conversione, unico modo per battere quel tempo che continuerebbe a scorrere – come scrive Manzoni – dopo una morte volontaria. Una circo...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Introduzione
- I. Atene. Le origini del cinismo filosofico
- II. Londra. Le origini del cinismo politico
- III. Washington. Le vittorie del cinismo liberaldemocratico
- IV. Amsterdam. Elogio della menzogna politica
- V. Elsinore. I professionisti del cinismo
- VI. Breviario cinico
- Conclusioni
- Nota bibliografica
Domande frequenti
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