Il femminismo degli anni Settanta
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Il femminismo degli anni Settanta

  1. 278 pagine
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Informazioni su questo libro

Negli anni Settanta il femminismo fu in Italia una pratica politica diffusa, che trasformò la coscienza e la vita di migliaia di donne; i suoi caratteri variarono molto da una città all'altra, rispecchiandone le differenze di storia sociale, politica e culturale. Generazioni e memorie diverse analizzano i percorsi che hanno caratterizzato il vissuto di quella stagione: dal corpo e dalla sessualità al rapporto tra personale e politico, alla reinvenzione della vita quotidiana, ai nessi con i temi sociali e i soggetti politici. Ne emerge la proposta di una "rilettura" del femminismo che pone domande sulla sua difficile trasmissione, sul suo carattere di storia incompiuta, sulle prospettive dei nuovi femminismi in una scena contemporanea profondamente mutata.

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Informazioni

Anno
2018
eBook ISBN
9788833131061
Argomento
Storia
ELDA GUERRA

Una nuova soggettività: femminismo e femminismi nel passaggio degli anni Settanta

Questo saggio riprende i temi delle lezioni svolte nel corso del­la Scuola, che hanno avuto il compito di costruire un contesto sto­­­rico e narrativo rispetto agli approfondimenti metodologici e te­ma­tici affidati ai seminari. Da ciò deriva il suo carattere di approccio largo, informativo, basato sull’ampio utilizzo della raccolta documentaria selezionata per l’occasione.76
Una prima, necessaria spiegazione riguarda il titolo. La sua for­mulazione racchiude infatti una serie di ipotesi, un filo interpre­ta­tivo che deve essere esplicitato: in primo luogo l’uso della parola stessa femminismo e della sua declinazione plurale.
“Femminismo” comprende un’accezione più vasta rispetto a “mo­­vimento delle donne” o all’espressione anglosassone, “women’s liberation movement” nata nel farsi stesso dell’evento, come sua prima denominazione, e largamente usata nelle ricostruzioni successive. Con il termine femminismo intendo riferirmi ad un corpus complesso di teorie e di pratiche che attraversa gran parte degli ultimi due secoli e che negli anni Sessanta e Settanta si è espresso – come d’altra parte era accaduto in altri periodi storici – nella forma vi­sibile, allargata e coinvolgente del movimento. Tuttavia tale corpus, almeno questa è la mia convinzione, è nato e si è sviluppato con andamenti non lineari per un tempo molto più lungo venendo a costituire una delle culture politiche dell’età contemporanea. Ciò non significa ignorare fratture, perdite, andamenti differenziati, né tanto meno supporre una continuità tra i due momenti forti ed emblematici di tale vicenda, vale a dire gli anni compresi tra la fine del­l’Ottocento e i primi decenni del Novecento e il neofemminismo degli anni Sessanta e Settanta. Ho ritenuto tuttavia importante richiamare questa ampia prospettiva storica per comprendere gli aspetti specifici di quest’ultimo nei confronti degli altri mo­vimenti presenti sulla scena nel medesimo periodo, per una ragione principale: tale sguardo ci permette di porre l’attenzione sul­l’au­tonomia e l’iniziativa delle donne, consentendoci di meglio individuare distinzioni ed analogie. Di qui anche la declinazione plurale “fem­mi­nismi”, sia in senso diacronico, sia in senso sincronico per tentare di dare conto della pluralità delle forme, della molteplicità delle voci e dei gesti in cui si è incarnata l’espressione della soggettività fem­minile, in termini di soggettività politica.
La seconda specificazione riguarda la scelta della parola “pas­saggio” per definire la collocazione temporale. Questa scelta rinvia infatti all’ipotesi secondo la quale gli anni Settanta del Novecento costituiscono un turning point, un momento periodizzante della storia recente. Seguendo l’interpretazione di Charles Maier ci troveremmo davanti ad una vera e propria crisi di sistema,77una crisi ra­dicale di mutamento dei modelli di organizzazione sociale ed eco­nomica che coinvolge l’intero globo: un’altra grande trasformazio­ne. Dal nostro punto di vista, allora, non possiamo sottrarci alla que­stione su come i movimenti degli anni Sessanta e Settanta si sono intrecciati, rapportati, scontrati con la crisi originatasi nei medesimi anni e, di conseguenza, su come leggere il femminismo tenendo presente la complessità del contesto.
Marco Revelli nella conclusione del suo saggio su Movimenti sociali e spazio politico, pubblicato nella Storia dell’Italia Repubblicana edita da Einaudi, compie un bilancio sugli esiti di quella fase della storia italiana e internazionale, sottolineando l’emergere di una contraddizione tra la dimensione nazionale, la possibilità di go­verno e di raccolta della domanda sociale da parte dei singoli Stati e l’affermarsi di una nuova dimensione globale della politica e della società. Si tratta per lui di un bilancio in perdita, che «ha a che fare con quella delicata fase di transizione che furono, appunto, i tardi anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando il prolungarsi di un passato che stentava a ‘trapassare’ e l’affermarsi di un futuro to­talmente altro […] finirono per coesistere e compenetrarsi in for­ma drammatica destituendosi reciprocamente di senso». E aggiunge: «Dentro quella contraddizione sta la nascita e la dissoluzione dei movimenti sociali a livello mondiale. Essi avevano sfruttato la breccia che si era aperta verso un’altra dimensione della politica, ne avevano misurato e interpretato l’estensione nuova […], ma non avevano saputo rispondere alle esigenze di alterità radicale che essa avanzava sia sul terreno del progetto, sia sul terreno del­l’or­ga­niz­zazione».78 Detto altrimenti, esito finale della “golden age”, di cui i protagonisti e le protagoniste erano figli, quei movimenti si erano scontrati con la sua fine e con il delinearsi di quei processi di globalizzazione e di radicale mutamento degli assetti economici e del senso della politica che avrebbero segnato la fine del secolo.
Da parte sua, David Harvey, acuto interprete del passaggio degli anni Settanta come passaggio dalla modernità alla condizione post-moderna, sottolinea l’ambivalenza di significato tra fallimento e anticipazione propria dei movimenti degli anni Sessanta. Nati come ribellione alle forme della «razionalità tecnico-burocratica, con basi scientifiche diffusa dal potere istituzionalizzato nelle sue varie forme monolitiche», e culminati nel sommovimento mondiale del 1968, pur nel loro sostanziale fallimento essi possono, anzi per usare le sue parole, devono, essere visti come «il messaggero culturale e politico del successivo passaggio al post-modernismo».79
La questione dei loro esiti e dell’evento Sessantotto assume poi una coloritura del tutto specifica nella vicenda italiana dove il “ciclo della protesta” è stato più lungo che altrove, caratterizzandosi, tra l’altro, per un’originale e significativa presenza della componente operaia, dove maggiori sono state le rigidità di un sistema politico entrato poi definitivamente in crisi alla fine degli anni Ottan­ta, dove, infine, particolarmente drammatica è stata la cesura del­la seconda metà degli anni Settanta con l’emergere del fenomeno della violenza politica, degli “anni di piombo” che hanno pro­iet­tato assieme alla crisi economica e alla incapacità di rinnovamento del sistema politico una cupa ombra sulla fine di quel decennio.80
Approfondire il tema centrale della Scuola, vale a dire, il rapporto tra femminismo e movimenti comporta lo sforzo di misurarsi con tali questioni e pone domande cui – in assenza di compiuti e analitici lavori di ricerca – è possibile dare risposte soltanto parziali e approssimative: quanto e in che termini il femminismo è assimilabile agli altri movimenti? Le sue dinamiche, la sua stessa vicenda seguono i medesimi andamenti o se ne discostano? La crisi dei movimenti degli anni Settanta è anche la crisi del femminismo oppure esso, inteso nel senso prima descritto, come autonoma cultura poli­tica, è andato oltre il decennio? E se si risponde affermativamente, quali significati oggi assume per altre, più giovani generazioni? Infine last but not least, quali ne sono stati gli esiti rispetto alla storia profonda delle relazioni tra i sessi e i generi?
Addentrarci in questa storia vivente significa inoltre, come bene ha messo in luce Anna Rossi-Doria, affrontare il difficile rapporto tra ricostruzione storica di eventi, processi e contesti e la memoria individuale e di gruppo di un’esperienza che ha segnato la vita, mutato traiettorie biografiche, interrogato alla radice la soggettività di ognuna e le identità di genere ereditate.
Di qui, da questo nodo insieme storico e teorico, la necessità di rendere esplicita e “situare”, con una brevissima nota autobiografica, la mia collocazione nel femminismo degli anni Settanta. Personalmente appartengo alla seconda generazione sia rispetto al Sessantotto, essendo in quell’anno ancora al liceo, sia rispetto al femminismo: in questo caso non per ragioni anagrafiche ma perché sono diventata femminista tardi, nella seconda metà degli anni Settanta, quando il movimento già era nato e aveva avuto un largo sviluppo. Un piccolo gruppo di autocoscienza, l’incontro con femministe della prima generazione, l’esperienza dei corsi delle 150 ore per sole donne sono stati per me i luoghi privilegiati di un percorso che poi mi ha condotto ad essere tra le fondatrici del Centro di documentazione delle donne di Bologna e dell’Associazione Orlando. Negli anni Ottanta con Raffaella Lamberti, Luisa Passerini, Anna Rossi-Doria ed altre ho partecipato ad una delle prime ricerche volte a raccogliere la documentazione e a realizzare un archivio orale e scritto sul femminismo degli anni Settanta in Emilia Romagna. Un lavoro che appartiene ad una fase assolutamente pionieristica, in cui attraverso storie locali e di gruppi si era cominciato a tracciare una sorta di geografia del movimento nel nostro paese. Ho usato l’im­per­fet­to narrativo in quanto quel primo tentativo non è proseguito in mo­do continuativo, anzi si può dire che si è fermato lasciando davanti a noi una storia ancora da scrivere.81
Senza indugiare in una ricognizione sullo stato degli studi, qui mi premono solo due osservazioni: l’importanza, messa in rilievo da Emma Baeri, di proseguire nella costruzione di una geografia del femminismo italiano capace di cogliere le diverse cronologie e le specificità dei singoli contesti, ma – ed è questa la seconda osservazione – l’attenzione alla dimensione locale e al contesto nazionale non può farci perder...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Teresa Bertilotti e Anna Scattigno, Introduzione
  7. Anna Rossi-Doria, Ipotesi per una storia che verrà
  8. Elda Guerra, Una nuova soggettività: femminismo e femminismi nel passaggio degli anni Settanta
  9. Manuela Fraire, Donne nuove: le ragazze degli anni Settanta
  10. Lea Melandri, La “protesta estrema” del femminismo
  11. Carmen Leccardi, La reinvenzione della vita quotidiana
  12. Emma Baeri, Violenza, conflitto, disarmo: pratiche e riletture femministe
  13. Liliana Ellena, Luisa Passerini, Elena Petricola, Sguardi incrociati sugli anni Settanta
  14. Luisa Passerini, Corpi e corpo collettivo. Rapporti internazionali del primo femminismo radicale italiano
  15. Elena Petricola, Parole da cercare. Alcune riflessioni sul rapporto tra femminismo e movimenti politici degli anni Settanta
  16. Liliana Ellena, Spazi e culture politiche nel femminismo torinese. Un percorso tra memoria e ricerca storica dagli anni Novanta ad oggi
  17. Le autrici

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