Oltre il 1945
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Oltre il 1945

Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo

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Oltre il 1945

Violenza, conflitto sociale, ordine pubblico nel dopoguerra europeo

Informazioni su questo libro

La seconda guerra mondiale concluse una lunga stagione di conflittualità politica, militare e sociale. Eppure al termine delle ostilità le esperienze, le culture, le pratiche della violenza furono lungi dal cessare in Italia come in molti paesi europei. Comportamenti dettati dall'inerzia e nuove aggressività, vendette a lungo covate, aspettative deluse, rivendicazioni antiche e rinnovati antagonismi, nuovi focolai di guerra civile sfociarono in pratiche violente radicate durante il conflitto, ma riattivate nelle forme e nei contenuti dal contesto della guerra fredda e dalla difficile transizione verso la democrazia che segnò il dopoguerra europeo.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788867289165
Argomento
Storia
Guerra e dopoguerra. Resistenza, violenza, giustizia
José M. Faraldo

Resistenza a Est e Resistenza a Ovest. Verso un unico modello di analisi*

Resistenza e attitudini resistenziali
Lynn Viola, una delle più note studiose dello stalinismo, parlando di chi si opponeva al processo sovietico di collettivizzazione degli anni Trenta, ha definito così il concetto di Resistenza:
Nel suo nucleo, la Resistenza comprende l’opposizione – attiva, passiva, attentamente celata, attribuita, e persino inferta – […] può includere ribellioni, insurrezioni e rivolte; manifestazioni e momenti di protesta; negligenza, sabotaggio, furto e fuga […]. Così come forme quotidiane di Resistenza alla stregua di discorsi popolari, rituali, ignoranza, dissimulazione e falsa complicità.54
Partendo da questa definizione, si potrebbe considerare come Resistenza quasi ogni pratica che non obbedisca all’ordine sociale dominante o che lo voglia negare, sia concretamente sia simbolicamente. Pratiche che vanno dal rifiutarsi di pagare una tassa al mettere una bomba in un caffè pieno di militari si potrebbero, allora, considerare come forme di Resistenza, così come parlare una lingua vietata o realizzare un’opera d’arte che non rientri nei canoni estetici imposti dal potere. In sintesi, si tratterebbe – così lo intendono i subaltern studies – di pratiche di opposizione molto estese che dimostrano un certo grado di anticonformismo rispetto al potere dominante.55
Tutto ciò potrebbe, però, trarre in inganno. L’anticonformismo rispetto al potere può essere scatenato, o incoraggiato, dalla condizione di paura nella quale si vive; le pratiche di Resistenza possono essere accese da imposizioni, più o meno palesi, da parte di una determinata società. Le società sottomesse possono, inoltre, possedere un altro sott’ordine sociale che può essere dominante in determinati milieux.56 Le forme di Resistenza in determinate zone o in determinati momenti possono quindi fare addirittura parte dell’ordine sociale. Alcuni gruppi sociali, ammantandosi di vestigia resistenziali, possono imporre la propria egemonia e usarla per combattere i nemici considerati “esterni”. Questo è accaduto e accade, ad esempio, in Spagna nel caso dei nazionalismi territoriali dei Paesi Baschi e della Catalogna. L’élite catalana e basca, e i movimenti sociali di quei territori, quando affermano di combattere un “imperialismo” esterno, applicano una pressione discorsiva quasi totalitaria nella loro voglia di rendere più omogeneo il proprio corpus sociale interno. Questi fenomeni generano a loro volta ulteriori tipi di Resistenza.
Di fatto, e se ci concentriamo su alcuni casi storici concreti come quello della Resistenza durante la seconda guerra mondiale, notiamo come un contrasto palese sia emerso solo in quelle società (o in quei gruppi sociali) che avevano mantenuto un proprio ordine di riferimento contrapposto a un altro che si considerava “diverso”. Se non esiste cioè un’idea dell’altro (sia esso definito su base nazionale, sociale, culturale o politica), non ci potrà essere una Resistenza e, se non c’è alcuna struttura sociale resistenziale, ugualmente non ci sarà alcuna Resistenza.
In ogni società dove si produca una resistenza diffusa, qualsiasi sia la sua struttura politica o il suo sistema economico, ci saranno individui o interi gruppi che non si identificano con la realtà delle cose o che trovano ingiusti alcuni aspetti della loro condizione. James C. Scott ha ben descritto come nascono il dissenso e la resistenza nelle società agrarie e come, a suo avviso, queste forme di opposizione si presentino in tutte le società. I cultural studies della scuola di Stuart Hall hanno esaminato la tensione esistente tra i meccanismi di dominazione e la Resistenza, stabilendo che è nell’ambito culturale che si produce lo scontro. Le classi popolari si oppongono alla dominazione, la contrastano. Ci possono essere conflitti sociali, ma anche semplici manifestazioni di indifferenza e indolenza, insulti, burle e satira, feste o spiriti carnevaleschi. Esistono “discorsi occulti”, cose che non si dicono, gesti che non sono espliciti, atti che si rivelano inequivocabili. Esiste una lotta contro il potere, contro ogni forma di potere.
Nonostante ciò accada in ogni società, è altrettanto vero che i sistemi che si basano su una democrazia liberale permettono che questa resistenza sia più facilmente controllata e che la stessa si possa in parte esprimere consentendole così di trasformarsi in azione politica e, in teoria, in un cambiamento reale. Nei sistemi dittatoriali non esiste, invece, tale possibilità e si devono cercare altre strade. Il dissenso si può esprimere con azioni dal chiaro contenuto politico come, ad esempio, fondando organizzazioni clandestine, protestando apertamente o clandestinamente contro il regime e organizzando scioperi. Il dissenso si può manifestare però anche in maniera incosciente o non organizzata, rifiutando di appoggiare il sistema e esprimendolo in maniera reale o simbolica. Gábor Tamás Rittersporn, parlando dei cittadini sovietici ha scritto: «A prescindere dal singolo grado di lealtà, per la maggior parte degli individui […] era poco chiaro se fossero a favore o contro il sistema e questo era spesso difficilmente intuibile».57
Non accettare ordini, lamentarsi, farsi gioco dell’autorità, rubare beni dello Stato, sabotare momenti pubblici disertandoli erano atteggiamenti molto diffusi nella Russia stalinista. Questo non voleva dire, però, che esistesse una chiara volontà di abbattere il sistema o anche solo di cambiarlo radicalmente. Si trattava, piuttosto, del tentativo di rendere sopportabile la vita quotidiana, allargando lo spazio delle libertà considerate necessarie per l’individuo. I lavori di Lynn Viola sulla Resistenza nell’Unione Sovietica di Stalin ci dicono come tra le risposte della società allo stalinismo vi fossero anche «sopportazione, adattamento, accondiscendenza, apatia, emigrazione interna, opportunismo e appoggio attivo».58 Questo significa che atteggiamenti di resistenza di tal genere possono esistere, e di fatto sono molto diffusi, ma ciò non implica che abbiano una valenza politica, che siano cioè l’espressione di una necessità di cambiare un sistema sociale, statale o nazionale. Se questo modello si applica a una dittatura che avviluppava e sottometteva completamente una società, ritengo che possa essere utilizzato sia per qualsiasi altro regime autocratico sia per quelli di occupazione.
L’antropologia storica e i cultural studies degli ultimi trent’anni si sono occupati a fondo dei fenomeni di resistenza. Si sono indagate le attitudini resistenziali delle classi popolari, degli emarginati, dei contadini, delle minoranze etniche, dei gruppi religiosi, degli operai e delle donne. Nonostante una parte di questi lavori fosse mossa da esigenze politiche anziché scientifiche, è stata rilevata una lunga serie di prassi e di forme di resistenza adottate da diversi gruppi sociali. I maggiori dibattiti si sono concentrati sulla discussione se si possa considerare Resistenza tanto ogni negazione dell’autorità quanto quei fenomeni di riluttanza o di passività nel momento in cui si produce una possibilità concreta di prendere il potere. Prendiamo, ad esempio, la classica distinzione tra “opposizione” e “resistenza”. Tradizionalmente si è considerata “resistenza” l’opporsi coscientemente e radicalmente al potere, mentre si possono definire semplici comportamenti resistenziali i fenomeni di negazione dell’autorità, di sabotaggio passivo e di rifiuto degli ordini. Pierre Laborie ha sottolineato la necessità di sentirsi un resistente per essere definito tale. Secondo lui, ad esempio, l’assassinio di un gendarme collaborazionista poteva essere considerato un atto di Resistenza solo se aveva alla base quest’obiettivo ed era realizzato con questa finalità.59
La coscienza di stare resistendo è, quindi, l’elemento chiave quando si voglia analizzare la Resistenza. Questo sembrerebbe far ritornare la ricerca storica a un’analisi delle élites, delle minoranze o dei gruppi specifici. A nostro avviso si può invece fare una sociologia della Resistenza tenendo conto dei suoi aspetti di massa (le insurrezioni, le manifestazioni) o della composizione sociale dei suoi protagonisti. Si possono anche usare gli strumenti dell’antropologia storica per esaminare come si formarono materialmente le pratiche resistenziali. Questo fenomeno non può essere però com...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Introduzione
  7. Guerra e dopoguerra. Resistenza, violenza, giustizia
  8. Oltre il dopoguerra
  9. Gli autori

Domande frequenti

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