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Donne nelle forze armate
Il servizio militare femminile in Italia e nella Nato
- 225 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro
Chi sono le donne in armi nella storia? Perché sono spesso invisibili o tutt'al più narrate in miti e leggende? Chi sono in realtà le militari nelle forze armate contemporanee? Come vivono, lavorano e affrontano il combattimento accanto agli uomini?
A partire dalla seconda metà del Novecento le forze armate dei paesi occidentali hanno vissuto cambiamenti profondi: uno dei più significativi, dal punto di vista non solo organizzativo ma anche e soprattutto culturale e sociale, è rappresentato dalla crescente e stabile partecipazione femminile. Il libro è incentrato sull'intreccio tra genere, guerra e servizio militare femminile, nel contesto Nato e nelle guerre contemporanee, dalla prima nel Golfo Persico a quelle tutt'ora in corso. Nella parte finale, attraverso ricerche inedite e analisi di dati, un bilancio della spesso dimenticata presenza delle militari nelle file delle forze armate italiane offre un punto di vista davvero originale su cosa sia l'Italia oggi.
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Informazioni
Argomento
Scienze socialiCategoria
Studi di genere1. Forze armate e società: quale diritto di cittadinanza?
1. Un legame sessuato
Donne in armi: storia e mito
Pur parzialmente rimosso, il “militare” ancora oggi descrive la costruzione sociale del mestiere delle armi come propriamente maschile. Sono molte le pagine scritte sulle donne in armi nella storia dell’umanità, ma non riguardano gli eserciti organizzati, quanto i miti, le leggende, le rivoluzioni, i movimenti di popolo. Per Giorgio Rochat,
nessun esercito organizzato ha mai accettato le donne come soldati […] la ragione fondamentale dell’esclusione delle donne dagli eserciti non è propria del mondo militare, ma dipende dal ruolo subordinato che le donne hanno in tutte le società costituite, che le tengono lontane dalle attività di maggiore importanza e prestigio. […] le ragioni storiche del rifiuto delle donne da parte degli eserciti sono soltanto le ragioni storiche della esclusione delle donne dai ruoli della società costituita. Un problema generale, non specificamente militare.11
Le donne hanno generalmente ricoperto un ruolo più rilevante, pure in qualità di combattenti, nelle insurrezioni popolari, nelle rivolte contadine, negli eserciti partigiani, in cui l’organizzazione armata non assume l’istituzione militare come modello, stabilendo un legame più stretto con la società civile. Nonostante ciò, anche in questi casi il ruolo delle donne rimane generalmente secondario e diminuisce o scompare se e quando le formazioni irregolari e spontanee assumono dimensioni e ruolo di esercito regolare.12
L’immagine aggressiva di donne combattenti ha trovato ricorrentemente posto nella tradizione tra storia e mito a sostegno dell’ordine egemonico.13 Emblematicamente il mito delle Amazzoni, sin dall’età classica, rappresenta l’impossibilità, persino biologica, delle donne di incarnare il ruolo di guerriere se non menomando se stesse, divenendo androgine, combattive ma pur sempre ambigue, eccezioni alla femminilità tradizionale in quanto dotate di natura virile, forza e coraggio,14 combattute dal civilizzatore Ercole e da Teseo.15 Secondo Rochat, le combattenti sono mitizzate perché lontane dalla realtà, che invece storicamente ha portato gli eserciti a rifiutare le donne. Le Amazzoni in qualche misura sono il simbolo del confine della femminilità che trasgrediscono, personaggi liminali,16 emblema della polis, della superiorità ateniese.17
Cambiando contesto, non mancano testimonianze delle difficoltà che Alessandro Magno incontrò nel fondare la città che prese il suo nome, scegliendo a tale scopo terre sotto il dominio di una donna araba bellicosa, Kaidafa, «che aveva ridotto al silenzio i reami vicini», anche ricorrendo a reparti composti da donne, ma che finì anch’essa per essere vinta e sottomessa.18 Vi è poi la regina Zenobia, dalle straordinarie virtù guerriere, sconfitta durante la conquista di Palmira, in cui furono catturate decine di donne travestite da uomini che combattevano accanto a loro. Successive testimonianze sulle popolazioni scandinave narrano di giovani, vecchi e donne in scorribande piratesche impegnate a portare «ovunque strage e rapina».19
Le eroine narrate dal mito e dalla storia simboleggiano un modello di femminilità deviante, circoscritto all’accadimento bellico, reversibile e normalizzabile al suo termine. È un aspetto che tutte le figure femminili di guerriere, combattenti e condottiere hanno in comune. Sono molte le storie di donne “trasgressive”, dalle legioni delle regine guerriere come Boadicea,20 la sovrana britannica che combatté contro i romani invasori, a Jinga, la sanguinaria regina nera che affrontò i portoghesi nel XVII secolo.21 La più nota e studiata è poi senza dubbio la figura di Giovanna d’Arco,22 assurta al ruolo quando di eroina, quando di santa o strega. I conquistadores spagnoli additavano le combattenti Inca, a riprova del carattere primitivo di quella cultura.23 Amerigo Vespucci si dichiara testimone, durante la conquista delle Americhe, di donne combattenti accanto agli uomini. Inoltre – scrive Michele Marotta – tra gli Amerindi, nelle regioni a Nord dell’America settentrionale, tra gli Uroni e gli Irochesi, appare «accertata la presenza di donne guerriere valenti non meno degli uomini nelle cose di guerra».24
Tra i casi più noti nell’Africa nera vi è quello del regno di Dahomey, il cui re Ghezo (1818-1858)25 guidava un corpo di seimila donne guerriere, di cui si servirono anche i due successivi regnanti per difendersi dagli attacchi dei francesi. Non è l’unico caso tra storia e leggenda tramandato nel continente africano, così come in quello asiatico,26 tuttavia è l’unico che documenta il coinvolgimento delle donne in un esercito regolare prima del XX secolo. L’oscillazione della presenza femminile nella pratica bellica testimonia ovunque di un ruolo episodico. A sua volta, il limbo della difficile ricostruzione storica, in cui si collocano i casi narrati, descrive una sequenza di esclusioni o quantomeno di omissioni. Diverso il ruolo di sovversive, non di rado individuato da Arlette Farge in figure femminili in cui legge «una volontà precisa […] di far parte dei più forti, di essere assimilate alla gerarchia maschile e in particolare alla vita militare».27
Eccezioni atte a ribadire la norma, simboli più che protagoniste, soprattutto della storia ufficiale. Infatti, la ricostruzione e trasmissione storica “bellocentrica” sono incastonate nella gerarchia sociale dei sessi, da cui le donne a supporto dell’apparato bellico, quando non vittime della guerra stessa, prive d’identità autonoma, fissata passivamente e subalterna al ruolo maschile. Ricorda Natalie Zemon Davis che «per le donne che volevano unirsi all’Esercito o alla Marina in Inghilterra, in Francia o Olanda, lo stratagemma principale era il travestirsi da uomo, mentre la moltitudine di donne che si spostava apertamente con tutti i primi eserciti moderni era composta da cuoche, serve, vivandiere e prostitute».28
Con la Rivoluzione francese si fa evidente l’esclusione delle donne dall’esercizio dei diritti politici e il loro allontanamento dalle questioni pubbliche, incluse quelle d’armi. Le donne giunsero a reclamare pubblicamente il “diritto” naturale ad armarsi, organizzandosi in guardia nazionale. Gli uomini, temendo che questo potesse essere il preludio di ulteriori rivendicazioni, quali il diritto di voto, fecero sciogliere le società femminili. Prevalse così l’idea di una netta divisione delle rispettive competenze, esterne maschili e interne femminili.29 La tendenza a “disarmare” le donne è ravvisabile in molte società e ciò spiega, tra l’altro, la loro assenza negli studi storici sul mondo militare.30
Diversamente da quanto si possa comunemente ritenere, la presenza delle donne sui campi di battaglia è stata per secoli non solo normale, ma persino vitale. Di bassa estrazione sociale come i soldati, le donne al seguito degli eserciti fornivano un “supporto logistico” alle forze militari; si trattava perlopiù di mogli o vedove di militari, con compiti di cura “domestica”, vivandiere, cuoche, lavandaie, infermiere, prostitute e persino soldate.31 Il ruolo delle donne in questo lungo periodo non solo è andato cambiando, ma è stato anche sottoposto a progressive restrizioni, fino all’esclusione di fatto imposta nel corso del secolo XVIII. Le letture storiche concordano nell’individuare nelle guerre napoleoniche la fine di un ciclo di storia militare, con la soppressione totale della presenza e del supporto delle donne al seguito degli eserciti. Questo è il momento in cui le istituzioni militari si maschilizzano anche nella composizione, professionalizzandosi in apparati crescentemente burocratizzati. Secondo alcu...
Indice dei contenuti
- Occhiello
- Storia delle donne e di genere
- Frontespizio
- Colophon
- Introduzione
- 1. Forze armate e società: quale diritto di cittadinanza?
- 2. Dall’esclusione alla parziale integrazione
- 3. Tendenze attuali nell’inclusionee impiego di personale femminile
- 4. Il caso italiano: assenza e presenza a oltre dieci anni di reclutamento
- Conclusioni. Cosa tiene aperto il dibattito sul genere nelle forze armate?
- Bibliografia ragionata
- Quarta di copertina