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La violenza contro le donne nella storia
Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI)
- 289 pagine
- Italian
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La violenza contro le donne nella storia
Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI)
Informazioni su questo libro
Il volume presenta per la prima volta un'ampia rassegna sulla storia della violenza contro le donne, esplorando sia i contesti dove questa si produce e si manifesta, e in particolare l'ambito delle relazioni familiari, sia le politiche del diritto adottate per regolarla e contrastarla. I saggi si muovono lungo un arco cronologico ampio, dalla prima età moderna al presente, e spaziano tra aree differenti del territorio nazionale. La prospettiva storica si dimostra particolarmente preziosa nell'analisi del fenomeno della violenza, perché dimostra che il gesto violento, nella sua apparente naturalità e immediatezza, assume e veicola forme, linguaggi, contenuti, valori sociali diversi secondo i contesti storico-geografici. Le stesse modalità di accoglienza o di rifiuto della violenza contro le donne da parte delle società e delle istituzioni sono storicamente determinate e altrettanto capaci di concorrere alla costruzione delle relazioni tra i sessi.
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Informazioni
Argomento
Scienze socialiCategoria
Storia italianaContesti
Lucia Ferrante
Politica e violenza di genere a Bologna nella prima età moderna. Antonia Sanvitale vs Aurelio Dall’Armi
Costa dolore e fatica alle donne, anche nei paesi in cui esistono leggi per tutelarle, denunciare le violenze che subiscono. La dipendenza economica e psicologica, il desiderio di proteggere i figli, la sfiducia nelle istituzioni, la paura di conseguenze non di rado tragiche le costringono spesso al silenzio.
Del silenzio delle donne si è già detto e scritto molto, ma non è inutile riprendere il tema dal punto di vista della sua importanza nella formazione della nostra cultura politica. Una cultura che ha elaborato la separazione tra sfera pubblica e sfera privata, postulando in quest’ultima proprio il tacere delle donne, in quanto garanzia della solidità delle strutture patriarcali, fondamento della società.
Vale quindi la pena analizzare i rari documenti che ci permettono di vedere da vicino cosa succedeva, almeno in età moderna e in una città come Bologna, quando una donna si rifiutava di tacere e così facendo dava luogo alla competizione tra due sistemi normativi, quello agente nella sfera pubblica e quello agente nella sfera privata. Scopriamo allora che quando, pur in epoca così lontana, la voce delle donne fuoriesce dalle mura domestiche spariglia i giochi della politica: strategie familiari e di potere saltano, solidarietà di parte svaniscono, nuovi attori sfruttano la situazione. Barlumi di libertà riescono a illuminare esistenze altrimenti destinate all’umiliazione e all’irrilevanza.
Tra gli atti del tribunale criminale del Torrone di Bologna95 si trova un processo, cominciato nell’agosto del 1606 e giunto a sentenza nell’aprile 1608, che vede contrapposti il senatore Aurelio Dall’Armi e sua moglie, la nobildonna Antonia Sanvitale.96 La notizia che il senatore aveva violentemente battuto la moglie e l’aveva costretta in isolamento in alcune stanze della sua residenza, «non senza pericolo della sua vita», era giunta all’orecchio del vicelegato di Bologna Alessandro del Sangro. Ed egli aveva mandato il sottoauditore del tribunale criminale del Torrone, Odoardo Benaduci, insieme a un notaio e agli sbirri, a Palazzo Dall’Armi. Qui Aurelio era stato catturato per essere tradotto in carcere nel forte Urbano, mentre Antonia era stata liberata.97 Era il 10 agosto 1606.
Aurelio viene incriminato per “sevizie” e “privato carcere” e durante l’interrogatorio seguito alla cattura dice di avere percosso la moglie “per correzione”, avendo lei contravvenuto ai suoi ordini di non entrare nel proprio appartamento, ma sostiene di averle dato soltanto uno schiaffo. Il magistrato insiste però nell’accusa di aver messo la moglie nelle condizioni di privato carcere, azione «contraria ai buoni costumi e alla legge». Aurelio risponde negando di aver voluto “esercitare” privato carcere: «[…] la rinserrai ad effetto che non potesse venire di nuovo e che mi molesti nelle mie stanze et dopo continuai a ritenerla in detto partimento così rinchiusa per vedere se lei si volea mortificare et accorgersi del suo errore per corretione».98
Il senatore è tuttavia consapevole che l’accusa di privato carcere configura il reato di lesa maestà e si giustifica: «[…] e poi non credevo che un marito non potesse tener sua moglie rinchiusa così in casa per corretione e che venendoli fantasia che lei non havesse da uscir di casa per qualche rispetto non ce la potesse tenere, oltre che tenendola io in un partimento di quattro stanze si possa dir che sia così ristretta che si possa chiamare privato carcere».99 L’inquirente gli fa notare che il problema non è il numero delle stanze, perché il rinchiudimento in sé costituisce «turbativa della giurisdizione dei superiori» ai quali solamente spetta «incarcerare tanto gli uomini quanto le donne».100
L’accusa di privato carcere, che si rivela ben presto essere il perno del processo, rimanda a “pratiche di disciplinamento delle donne” di cui si può trovare traccia nelle carte private ed eventualmente negli atti dei processi di separazione thori presso il foro ecclesiastico, mentre è più raro che emergano negli atti di un processo celebrato in un foro penale secolare.101 E questo per vari motivi: in generale le denunce contro i mariti per maltrattamenti non erano frequenti; qualora ve ne fossero non era affatto certo che venissero accettate e, qualora fossero accolte, quasi sempre venivano ritirate prima che si arrivasse al completamento del procedimento e alla sentenza.102 Proprio le Costituzioni del 1548 del tribunale bolognese raccomandavano al giudice di non dare seguito alle querele «relative a delitti di poco conto come i litigi tra marito e moglie».103 I conflitti familiari, a meno che non dessero luogo a omicidi o a lesioni gravissime, venivano demandati alla giustizia domestica, espressione dei rapporti gerarchici interni alla famiglia patriarcale.104
Il caso in esame ha quindi carattere di eccezionalità in quanto mostra un agire della giustizia criminale fuori dagli schemi: si prendono in considerazione le percosse alla moglie e soprattutto si legge il suo isolamento come “carcere privato”, reato considerato già nel diritto romano come crimine di lesa maestà. Grazie a questa lettura, resa possibile dall’alto lignaggio di Antonia, si può far intervenire ex officio la giustizia, essendo questo crimine talmente grave da imporre un intervento senza alcuna denuncia.105
Non appena libera, già il 10 agosto, Antonia fa «querella» al marito:
Circa il fatto che V S mi addimanda io le dirò la verità di quello che passa, quale che nel tempo dopo che io sono stata maritata col signor Aurelio Dall’Armi mio marito, che furno nove anni finiti a S. Caterina del anno passato, mi ha sempre maltrattata et fatta mala compagnia che per ogni bagatella lui mi dava […] et in particolare sendomi accorta che lui, tra le altre, havea da far carnalmente con una certa meretrice chiamata la Vittoria Chitarrina che ciò si sapeva pubblicamente da tutti et mi si diceva che ogni volta che io andava fuori, o molte volte, la menava qui in casa et molte altre volte andava esso signor Aurelio a casa sua, così mi risolsi di accertarmene […].106
Da qui il racconto dell’irruzione nelle stanze del marito, il diverbio, lo scontro, le botte, l’isolamento. La vita coniugale dei due non era mai stata tranquilla, sappiamo infatti che già poco tempo dopo il matrimonio la convivenza – al momento delle nozze aveva circa 23 anni lei, 24-25 lui – era diventata difficile.107 Così che la donna era tornata presso la propria famiglia dove era rimasta diversi mesi e poi era ritornata dal marito, spinta dai parenti e da “persone religiose”, nella speranza che la situazione sarebbe migliorata. Ma tutto era rimasto come prima.108
Dalle pagine successive capiamo che Antonia, tramite Francesca Borrelli, una serva fidata, aveva fatto conoscere a una cugina sposata a Bologna, Vittoria Sanvitale Casali, la sua condizione di reclusa rendendo possibile l’intervento della magistratura.109 In questo comportamento sta la chiave di volta di tutta la vicenda. Tutto quel che sappiamo degli avvenimenti che precedono il processo dimostra la volontà della donna di affrontare apertamente la crisi coniugale, informarsi sulle presunte amanti del marito, chiedere aiuto alla propria famiglia. La signora Dall’Armi non si curava di scandalizzare parenti, amici, e servitori che, chiamati a testimoniare a favore di Aurelio, sono concordi nel dipingere Antonia come una donna incontentabile, “fastidiosa”, ingiustificatamente gelosa, pronta a usare qualsiasi pretesto per scontrarsi col marito e arrabbiarsi con la servitù. Ed era noto a molti che poco tempo prima aveva chiuso fuori della porta il marito che per entrare aveva dovuto adoperare la spada per rimuovere dei fasci di legna che ne impedivano l’apertura. Non a caso egli ammetteva di averla rinchiusa affinché: «[…...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Simona Feci e Laura Schettini, Storia e uso pubblico della violenza contro le donne
- Contesti
- Politiche e diritti