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Informazioni su questo libro
La politica nasce, nel mondo occidentale, nella polis greca, come arte della convivenza nella città, diventando ben presto scienza della corretta amministrazione, e poi del buon governo. Secoli dopo, Machiavelli ci spiega la politica come scienza del potere, che peraltro, per lui, è un mezzo, non un fine in sé.
Oggi la politica appare screditata. Si ricorre alla "società civile" nel tentativo di rivitalizzarla, con esiti che appaiono sovente peggiorativi. Forse è tempo che la classe politica si impegni a ricuperare un deficit di formazione culturale. Questo libro collettivo può essere uno strumento in tale direzione: una bussola per orientarsi tra gli ismi della politica: idee, movimenti, tendenze. Nel libro ne vengono proposti cinquantadue, da Anarchismo a Liberalismo, da Fascismo a Marxismo, da Comunismo a Terrorismo, da Fondamentalismo a Laicismo, da Antiamericanismo a Pacifismo. Affidati a studiosi e studiose di tre generazioni, sono trattati in chiave teorica, empirica e storica, ma con l'occhio attento all'attualità.
Cinquantadue voci: quasi un breviario (laico) per l'anno, redatto in modo rigoroso, ma comprensibile anche dai non specialisti, in grado di farci meglio ascoltare, e forse capire, il presente, badando anche alle sue radici remote; e magari darci - a politici, giornalisti, studiosi, studenti e al pubblico immenso dei cittadini - gli strumenti per orientare meglio le scelte politiche che compiamo ogni giorno. Giacché anche se noi "non ci interessiamo di politica", è la politica a interessarsi di noi.
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Informazioni
Argomento
Politics & International RelationsCategoria
20th Century HistoryFascismo
di Angelo d’Orsi
F. deriva da «Fascio», inteso come raggruppamento politico militante, ossia l’unione di coloro che perseguono un determinato scopo comune. Espressione impiegata nella storia italiana in vari movimenti, dai Fasci siciliani degli anni Novanta del XIX sec. (quando per la prima volta compare il termine) ai Fasci di Azione Rivoluzionaria (interventisti) nati nel corso dell’aspro scontro fra neutralismo e interventismo, tra l’autunno 1914 e la primavera 1915. Probabilmente proprio dai Fasci interventisti si cominciò a impiegare il termine «fascista», ossia aderente a quell’organizzazione; donde poi il sostantivo F. Letteralmente dunque per F. si deve intendere l’ismo dei Fasci, un «ismo» in sé privo di contenuto teorico-ideologico, che gli sarà poi fornito definitivamente dal movimento creato da Benito Mussolini nel 1919.
Dall’esperienza italiana, la parola F. ha assunto una valenza universale e metastorica, e oggi essa allude a un insieme di movimenti politici di estrema destra che hanno attraversato, a partire dall’Europa, la scena mondiale, lungo il sec. XX e, con qualche frangia, oltrepassandolo. A partire dalla variegata esperienza storica dei F. (al plurale), prima, ma anche dopo il 1945, si è parlato di un modello fascista, caratterizzato oltre che da elementi di fondo tipici della destra radicale (quali antisocialismo, antiliberalismo, antiegualitarismo, Nazionalismo →, militarismo, bellicismo, Imperialismo →…), dal ricorso sistematico e organizzato alla violenza militare contro gli avversari politici, da una forte componente ideologica di tipo populista, da un intenso sforzo di mobilitazione delle masse, e, infine, da un lessico eversivo, «rivoluzionario».
Lasciata da parte la tesi di Ernst Nolte, che pretende di vedere nell’Action Française di Maurras e sodali il primo «volto del F.» (Nolte 1966), mentre F. mussoliniano e nazionalsocialismo hitleriano ne sarebbero gli altri due, successivi; il padre di tutti i F., rimane, in vero, il movimento dei Fasci di Combattimento, nati a Milano, nel Circolo degli interessi industriali e commerciali, sito in Piazza S. Sepolcro 3, il 23 marzo 1919. Alla base, c’è la proposta di «adunata» lanciata dal «Popolo d’Italia», quotidiano fondato il 15 novembre 1914 da Mussolini, con fondi degli industriali e del governo francese, a seguito della rottura con la linea neutralista del Partito Socialista, nell’ottobre dello stesso anno, perpetrata con un articolo sull’organo del partito, «Avanti!», da Mussolini stesso diretto. Egli, chiamato «Duce» dai suoi adepti, si impone subito come il «capo» dei fascisti, anche se la sua leadership sarà non poco contrastata dalle ambizioni dei capi locali, che presto si incominciò a chiamare, spregiativamente, «ras», ossia capi tribù.
Anche se esiste una «preistoria» del movimento, che può risalire a cause antiche, dal Risorgimento quale rivoluzione elitaria e dall’alto, alla mancata riforma agraria, alle debolezze croniche delle classi dirigenti e al loro Liberalismo (→) fallimentare, o addirittura all’assenza di una Riforma protestante, non v’è dubbio che il F. sia generato nel grembo della Grande guerra e dalle sue conseguenze. I Fdc nascono come movimento di reduci, di «interventisti intervenuti» che vogliono non tanto preservare gli interessi dei combattenti, quanto «difendere la Vittoria» contro i «neutralisti» e, almeno negli slogan della prima ora, gli «imboscati». I socialisti incarnano, nella feroce, aggressiva campagna di opinione fascista, tutti questi elementi. Il bellicismo – l’esaltazione della guerra, che il F. deriva dai nazionalisti e dai futuristi – appare il vero filo conduttore, sia sul piano ideologico, sia su quello operativo del F. Ufficiali di complemento smobilitati sono i primi organizzatori dei Fdc, che si sentono traditi dal Paese, e avendo acquisito potere e abitudine alla violenza al fronte, ora temono di perdere il primo, e non sanno rinunciare alla seconda. La lotta agli «imboscati», ai «negatori della patria», ai «vigliacchi» diventa un modo per continuare la guerra, nell’impunità che governi liberali imbelli assicurano. L’arditismo è la punta estrema di questo insieme ideologico e pratico che sarà il nerbo dello squadrismo fascista.
Reduci e in generale elementi piccolo-borghesi costituiscono i protagonisti del primo F., che si presenta, nell’acuta interpretazione di Luigi Salvatorelli, «la rivolta del terzo escluso», «la lotta di classe della piccola borghesia, incastrantesi fra capitalismo e proletariato, come il terzo fra i due litiganti» (Salvatorelli 1977, p. 12). Nell’analisi salvatorelliana la componente piccolo-borghese appare più un dato culturale che sociale: è l’infatuazione nazionalistica, è l’analfabetismo degli alfabeti, è la boria di chi si crede ad un certo livello della scala sociale e non vuole ammettere che la propria realtà è assai peggiore delle rappresentazioni che egli se ne fa, a proprio uso: un modo d’essere bollato già dal giovane Gramsci e ora da Salvatorelli.
Tale interpretazione, evidentemente, richiama fattori i quali mettono in luce accanto alla discontinuità – lo scoppio della guerra nell’estate del 1914 e l’intervento italiano nel tardo maggio del 1915 – le continuità: in particolare un ruolo decisivo è svolto, nell’incubazione del F., e poi, dopo la sua nascita, nella definizione di un pacchetto ideologico completo e coeso, dal nazionalismo, sia nella sua espressione ideologica che rinvia almeno al 1896, alla sconfitta di Adua e la conseguente uscita di scena di Crispi (poi presentato come uno dei «precursori» di Mussolini), sia nella formazione politica propria, l’Ani (Associazione nazionalista italiana), fondata nel dicembre 1910 da Corradini ed altri. Dal bagaglio ideologico di tale movimento, il F. mussoliniano, che già nel corso del II Congresso (Milano, 1920), abbandonate le «tendenzialità» repubblicana e anticlericale, assume contenuti importanti, anche se se ne distinguerà sempre per il lessico rivoluzionario, e per la composizione sociale più variegata, con una crescente base di massa, di ceti medi e poi anche di operai e contadini. Dopo un biennio stentato, nel quale soltanto alcuni dei Fasci costituiti in varie località riescono a sopravvivere alla disfatta nelle elezioni generali del novembre 1919, il movimento si riprende rapidamente, a partire dall’autunno 1920, quando, dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche e le elezioni amministrative, appare chiara la sconfitta del movimento operaio, con l’allontanarsi tanto delle attese rivoluzionarie, quanto delle stesse istanze riformatrici.
Nato nell’alveo di un vago, confuso sovversivismo dai tratti prevalentemente antisocialisti, il F. avvia la sua seconda fase, che si identifica sostanzialmente nello squadrismo, ossia la pratica – che non manca di tentativi di copertura teorica da parte di qualche ideologo corrivo, non soltanto fascista – dell’azione militare delle squadre d’azione, gruppi armati di giovanotti reclutati (e non di rado assoldati) ad hoc, che indossano la camicia nera: un vero e proprio esercito in armi, dotati di mezzi di trasporto, provvisti da agrari e industriali, e talora dalle stesse forze armate. Il loro scopo è la distruzione sistematica delle organizzazioni del ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Presentazione
- Anarchismo
- Antiamericanismo
- Antiparlamentarismo
- Antisemitismo
- Azionismo
- Bonapartismo
- Cesarismo
- Clericalismo
- Comunismo
- Comunitarismo
- Conservatorismo
- Corporativismo
- Cosmopolitismo
- Costituzionalismo
- Ecologismo
- Ecumenismo
- Elitismo
- Europeismo
- Fascismo
- Federalismo
- Femminismo
- Fondamentalismo
- Fordismo/Postfordismo
- Giacobinismo
- Giustizialismo
- Illuminismo
- Imperialismo
- Islamismo
- Laicismo
- Leaderismo
- Liberalismo
- Liberismo
- Machiavellismo
- Managerialismo
- Marxismo
- Multiculturalismo
- Multilateralismo/Unilateralismo
- Nazionalismo
- Pacifismo
- Pluralismo
- Populismo
- Razzismo
- Realismo
- Revisionismo
- Riformismo
- Secolarismo/Postsecolarismo
- Sionismo
- Socialismo
- Terrorismo
- Totalitarismo
- Trasformismo
- Utopismo
- Abbreviazioni
- Notizie sugli autori
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