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Informazioni su questo libro
Il 25 aprile 1945 l'Italia volta pagina, lasciandosi alle spalle un ventennio di dittatura e la drammatica esperienza del conflitto mondiale. Dimenticare il passato, però, non è possibile o per lo meno non lo è per tutti. Coloro i quali hanno subito, direttamente o indirettamente, le violenze dei nazisti e dei fascisti esigono giustizia. Richiesta analoga giunge dal fronte antifascista. Comincia così un periodo di transizione durante il quale i governi che si succedono mettono in atto misure epurative finalizzate a sanzionare chi ha collaborato con l'occupante tedesco e chi ha concorso all'ascesa e al consolidamento della dittatura fascista.
Ricorrendo allo studio ravvicinato di alcune vicende processuali e analizzando più in generale l'attività di molti tribunali impegnati nei procedimenti giudiziari in tutta la penisola, questo libro vuole gettare una nuova luce sull'epurazione che ha segnato i destini di molti italiani – migliaia furono infatti le persone coinvolte – e che ha condizionato nel breve, ma anche nel medio e lungo termine, la storia del Paese.
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HistoryCategoria
20th Century History1. I conti con il fascismo prima della Liberazione
1. Giustizia e vendetta a sud della Linea Gotica
Nei mesi in cui il Mezzogiorno prima e l’Italia centrale poi sperimentarono la condizione di una «pace dimezzata» – liberati dall’occupante tedesco ma con un conflitto che ancora imperversava nel resto della penisola – l’opinione pubblica si divise circa le modalità con cui sanzionare i fascisti, una divisione che preannunciava quella che si sarebbe verificata sull’intero territorio nazionale all’indomani della guerra. 22 Vi fu chi, per timore di incorrere in sanzioni, cercò di contrastare l’epurazione e chi, invece, invocò punizioni severe, tra questi, alcuni lo fecero per opportunismo – approfittare della sospensione del lavoro del collega al fine di ottenere una promozione o acquisire agli occhi della comunità locale la patente di antifascista senz’altro utile nel nuovo corso politico –, altri perché animati da una sincera aspirazione di giustizia. Certamente, però, per tutto il 1943 e i primi mesi del 1944 la defascistizzazione non rappresentò una priorità, erano ben altri i problemi con cui dovevano confrontarsi i cittadini: il conflitto aveva messo in ginocchio le comunità, distruggendo interi quartieri, danneggiando le infrastrutture e causando il collasso delle economie locali. Le condizioni igienico-sanitarie erano pessime, le risorse alimentari scarseggiavano e a dominare incontrastato era il mercato nero.
Napoli, ad esempio, dovette fare i conti con un porto in larga parte distrutto e con banche non più operative.23 La razione di pane a quattro mesi dalla liberazione della città non superava la soglia di 125 grammi, un livello ben al di sotto del fabbisogno alimentare.24 Napoli non costituiva un’eccezione, molti altri importanti centri del Mezzogiorno fronteggiavano difficoltà analoghe, come Reggio Calabria pesantemente danneggiata dai bombardamenti.25
Risalendo la penisola lo scenario non cambiava. In Abruzzo, buona parte degli stabilimenti industriali erano chiusi, i centri abitati in macerie e i senzatetto decine di migliaia: 72.650 nella sola provincia di Chieti nell’autunno-inverno 1944.26 A Terni le centrali elettriche erano fuori uso mentre la fonderia locale era stata rasa al suolo, e in tutta l’Umbria la produzione agricola era diminuita sensibilmente.27 Dunque, prima ancora che giustizia, le comunità locali invocarono pane e lavoro e lo fecero manifestando in piazza. A Frosinone, nel novembre del 1944, il prefetto segnalò «assalti a uffici e municipi, a magazzini e caserme».28 Furono le donne le grandi protagoniste di quelle proteste: ad Altamura, in provincia di Bari, furono loro a scendere in piazza nel novembre 1943 per chiedere al commissario prefettizio un aumento della razione di pasta e farina.29 Scene simili si verificarono il mese successivo a pochi chilometri di distanza, a Santeramo, mentre il 17 gennaio 1944 mille donne con il sostegno dei militari si recarono davanti agli uffici comunali di Corato (Bari) per ottenere maggiori sussidi.
Eppure con lo scorrere dei mesi le proteste sociali assunsero una nuova sfumatura, maggiormente politica: furono proprio le drammatiche condizioni in cui versavano milioni di cittadini ad acuire la rabbia nei confronti di chi aveva tratto vantaggi economici e professionali dal ventennio fascista. Così ad Andria, il 24 settembre 1943 un migliaio di persone saccheggiò un deposito di farina, diede fuoco agli uffici del dazio e ne ferì il direttore perché colpevole, tra l’altro, di aver rivestito la carica di segretario politico del locale Partito nazionale fascista (Pnf), mentre il 10 ottobre nel salernitano i contadini non solo insorsero, bensì arrivarono ad istituire una repubblica e costrinsero alle dimissioni il podestà di nomina fascista. Per alcuni giorni la comunità locale si autogestì, tolse dagli uffici comunali i ritratti di casa Savoia ed avviò un’epurazione spontanea, dopo aver preso atto della latitanza sulla questione delle autorità italiane, con cui furono rimossi gli impiegati ritenuti troppo legati al fascismo.30 Qualche settimana prima, il 29 settembre, a Calitri (Avellino), alla vigilia dell’arrivo degli angloamericani, si era scatenata una rivolta che aveva provocato la destituzione del podestà, del maresciallo dei carabinieri nonché la cacciata del segretario del fascio locale. Alcune persone avevano poi assalito la dimora di un ammassatore di grano che, vistosi accerchiato, aveva aperto il fuoco contro un manifestante, uccidendolo, a quel punto la situazione era degenerata e i dimostranti avevano ucciso l’uomo e sua figlia. Anche in quella circostanza erano state le istanze politiche unite a quelle socio-economiche a innescare la reazione della comunità,31 ma non mancarono casi in cui la violenza fu scatenata unicamente dalla volontà di vendicarsi dei soprusi perpetrati dai fascisti.
A Teramo, a ridosso della ritirata delle truppe tedesche, un gruppo di donne aggredì un collaborazionista del posto colpevole di aver indicato alle truppe naziste il luogo dove si trovavano i partigiani della zona: lo colpirono con gli zoccoli sino ad ucciderlo, per poi gettarlo nel fiume Tordino.32 Lo stesso destino toccò al segretario comunale di Irsina (Matera) che nella notte tra il 21 e il 22 settembre 1943 fu assassinato da alcuni suoi compaesani perché ritenuto un collaboratore dei tedeschi.33 A Sessa Aurunca, nel casertano, il 19 novembre, la dimora di un collaborazionista fu presa d’assalto: l’uomo non era in casa, ma questo particolare non fermò i rivoltosi che fecero irruzione nell’abitazione trovandovi due donne, rispettivamente la moglie e la cognata del fascista, oltre che il genero che reagì estraendo la pistola ed uccidendo uno degli assalitori. La vendetta fu immediata: le due donne vennero assassinate, mentre il genero si salvò riuscendo presumibilmente a fuggire.34 Un fatto di sangue particolarmente grave si registrò anche a Castellamare di Stabia dove, all’indomani della liberazione, un gruppo di giovani assalì la locale caserma dei carabinieri perché accusati di aver favorito una vasta operazione di rastrellamento condotta dai nazisti che aveva provocato la deportazione di più di seicento uomini: 35 ad avere la peggio fu il maresciallo Turchetti, colpevole di aver denunciato nel 1936 alcuni antifascisti per aver diffuso volantini sovversivi, che fu ferito mortalmente da un colpo d’arma da fuoco.36
La decisione nell’immediato dopoguerra di affidare importanti incarichi politici a personalità dai noti trascorsi fascisti non fece che accrescere i malumori di una parte dei cittadini. A Savignano Irpino, in provincia di Avellino, la comunità si radunò in piazza per protestare contro la nomina alla carica di commissario prefettizio di un ex squadrista, passato nel dopoguerra nelle file della Dc,37 mentre il 19 febbraio 1944 a Visciano di Nola (Napoli), duecento persone sottoscrissero una petizione in cui si invocava la rimozione del locale commissario prefettizio che tra il 1932 e il 1939 aveva rivestito la carica di podestà dapprima in quel paese e poi nel vicino comune di Roccarainola.38
In altre circostanze ancora il malcontento delle comunità sorse per l’impossibilità di farsi giustizia da sé dato che molti fascisti, in concomitanza con la ritirata tedesca, erano riusciti a far perdere le proprie tracce risalendo la penisola. Così, quando i soldati canadesi entrarono a Reggio Calabria con la lista di quelle personalità politiche da rimuovere dai loro incarichi perché troppo compromessi con il passato regime, e constatarono che la maggior parte dei nominativi era già fuggita, tra i cittadini la notizia suscitò un forte malcontento.39 Uno scenario analogo si registrò nel centro Italia: a Perugia, nel settembre 1944 il questore Luca Guerrizzo informò il ministero dell’Interno che la fuga di molti fascisti aveva mandato all’aria i piani di vendetta della comunità locale e ne aveva accresciuto l’insoddisfazione.40 Ciò aiuta a capire perché al termine del conflitto scoppiò un’altra ondata di violenza nel centro e nel sud Italia, diretta contro chi – nella speranza che il tempo avesse attenuato i rancori – tornò incautamente nella propria comunità di origine.
Nel complesso la vista di molte persone arricchitesi durante il regime e che ciò nonostante conservavano ancora i propri posti di lavoro, il malcontento nei confronti delle autorità italiane ed angloamericane, incapaci...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Abbreviazioni
- Introduzione
- 1. I conti con il fascismo prima della Liberazione
- 2. La giustizia della Resistenza
- 3. L’ora della Liberazione
- 4. Nelle aule di giustizia
- 5. La parola ai giudici (maggio-luglio 1945)
- 6. «Ma questa non è la giustizia del popolo» (luglio-ottobre 1945)
- 7. Invertire la rotta (ottobre 1945-giugno 1946)
- 8. Chiudere i conti (giugno 1946-dicembre 1953)
- 9. Ripristinare la morale e fare la storia? L’impatto dei processi
- Conclusione
- Bibliografia
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