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L’episcopato di Brescia nel basso medioevo
Governo, scritture, patrimonio
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Informazioni su questo libro
Facendo leva su una documentazione notevole, per quantità e qualità, questo libro propone un'analisi ad ampio spettro sul governo della diocesi di Brescia dalla seconda metà del Duecento fino agli inizi del XV secolo, fornendo così una nuova luce grazie a cui guardare, dal punto di vista privilegiato di un documentatissimo "caso di studio", zone ancora poco illuminate del nostro basso medioevo.
Nel solco di un importante filone storiografico, il volume si concentra sull'articolato gruppo di notai, vicari e collaboratori che affiancava il presule alla guida della diocesi, dando voce anche a tematiche inedite, come ad esempio l'analisi degli spazi "fisici" entro cui le diverse funzioni del governo diocesano erano espletate, oppure lo studio delle pratiche e culture contabili espresse dagli operatori di curia.
Particolare attenzione è rivolta alla gestione del patrimonio, anche in relazione alla costituzione di sistemi basati su un impiego massiccio della scrittura: una questione rispetto alla quale, nel corso del Trecento, i presuli cercarono di dare risposte via via differenti.
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Argomento
StoriaCategoria
Storia dell'Europa medievale1. Il contesto
1. Inquadramento
Quali dinamiche determinarono, nel corso del basso medioevo, il definirsi di sistemi e pratiche di governo episcopale? Quali furono i vettori della mutevole relazione tra strutture (gli offici del governo diocesano) e persone (il composito mondo degli operatori di curia)? Quali culture e modelli di governo sono rintracciabili in questa fase storica? Il loro affioramento fu il prodotto di istanze indipendenti o, piuttosto, il risultato di un’articolata contaminazione con il contesto dell’epoca (mondo urbano, stati signorili e papato)? Questi sono alcuni degli interrogativi a cui si proverà a dare risposta nel presente libro, attraverso l’analisi di un caso specifico, quello dell’episcopato di Brescia fra il XIII e gli inizi del XV secolo. Un caso di particolare rilievo se si considerano non solo le dimensioni della diocesi (una delle più estese nell’Italia del tempo) ma anche la qualità e la quantità della documentazione d’archivio a disposizione degli studiosi.1
Il tema del ‘governo’, sia pure declinato in molteplici varianti interpretative, non è nuovo all’interno della storiografia sugli episcopati tardo medievali. Tra le sue postulazioni più risalenti, vale la pena richiamare quelle contenute nei classici di Denys Hay e Robert Brentano, la cui denuncia, non priva di accenni polemici, del sostanziale disinteresse dimostrato dalla storiografia italiana verso le fonti archivistiche e la storia episcopale (anche in relazione a interessi di ricerca fortemente orientati verso il papato) muoveva di pari passo alla formulazione di alcuni primi importanti interrogativi inerenti vari aspetti del governo diocesano.2 Come noto, i lavori di Hay e Brentano hanno costituito un importante punto di riferimento per le indagini successive, e questo sebbene gli studi sugli episcopati basso medievali in area italiana abbiano a lungo proceduto in maniera carsica, attraverso scavi episodici o tangenziali rispetto ad altri interessi di ricerca.3 Solo a partire dall’ultimo decennio del Novecento si è invece verificato un deciso revival dell’interesse verso gli episcopati: ciò è accaduto principalmente a séguito di una rinnovata attenzione da parte della storia religiosa e della storia istituzionale. Quest’ultima si è concentrata in particolare sui temi del potere vescovile, nonché sulla costituzione di organismi burocratico-cancellereschi all’interno delle curie diocesane e sul rapporto tra presuli e professionisti della scrittura.4
1.1. Il “superamento” della crisi?
Sin dalle sue origini, ma specialmente proprio in occasione del revival degli studi che ha investito, da diverse angolature e prospettive di ricerca, gli episcopati tardo medievali, la storiografia italiana in materia ha dovuto fare i conti con un importante paradigma interpretativo, quello della crisi delle istituzioni ecclesiastiche, e in particolare degli episcopati, sul finire del medioevo. Un tema maturato principalmente in seno alla storia religiosa, che ha puntato il dito in direzione delle carenze pastorali da parte dei presuli, sottolineando le crescenti difficoltà a dirigere la vita spirituale e religiosa delle rispettive diocesi, nonché lo schiacciamento delle loro funzioni rispetto al controllo esteso da parte del papato avignonese e dai nascenti stati signorili.5 Importanti reazioni rispetto a questo quadro interpretativo così laconico sono venute innanzitutto dalla storia religiosa, che sin dalla metà degli anni Ottanta del Novecento ha iniziato a interrogarsi sulla validità di giudizi considerati troppo liquidatori, dopo che alcune importanti indagini effettuate su contesti locali e figure episcopali particolarmente “brillanti” ponevano in evidenza voci contraddittorie e imponevano di vagliare l’effettiva eccezionalità di tali casi di persistente efficienza pastorale.6
La concezione del presule basso medievale come una figura in profonda “crisi di identità” e dotata di scarsa autocoscienza del proprio ruolo ha lasciato spazio a una visione più articolata che, pur non negando la difficoltà di cogliere caratteri ben riconoscibili nell’episcopato del periodo, ha accertato la presenza, fra Tre e Quattrocento, di figure dal profilo assolutamente elevato e in grado di governare la propria diocesi, sia sul piano amministrativo, sia su quello spirituale e religioso. Alcune di esse, specialmente nel XV secolo, in concomitanza con il movimento conciliarista, furono peraltro protagoniste di importanti rivendicazioni e teorizzazioni inerenti la rivalutazione del loro ufficio in seno alla Chiesa. Questa linea di ricerca ha più volte indicato l’analisi delle situazioni locali quale strada maestra per poter procedere a una rivalutazione complessiva e più precisa del paradigma della crisi.7
Chiare istanze di rinnovamento storiografico sono state proposte, a partire dall’ultimo quarto del Novecento, anche dagli studi rivolti alle tematiche politico-istituzionali, dopo che nella prima metà del secolo la scuola giuridica aveva posto eccellenti basi individuando i temi di fondo e i terreni principali dello scontro tra istituzioni ecclesiastiche e politiche.8 È stato così possibile approfondire le dinamiche del controllo esercitato dal potere politico sul clero (ad esempio attraverso l’estensione dei meccanismi della provvista beneficiaria) e valutare i termini della trasformazione in senso funzionariale e clientelare dei presuli rispetto al processo di consolidamento degli stati rinascimentali. Ciò nondimeno, diversi studi hanno esortato a non considerare subordinazione dal potere politico e scadimento delle qualità pastorali dei presuli quali elementi tra loro direttamente dipendenti poiché, in molti casi, la «strumentalizzazione delle istituzioni ecclesiastiche cittadine» da parte del potere politico non pregiudicò «quel minimo di vitalità e di funzionalità» che le chiese locali riuscivano ancora ad esprimere.9
Anche certi indicatori, tradizionalmente considerati come peculiari delle carenze dei presuli basso medievali, sono stati sottoposti a riconsiderazioni complessive: è ad esempio il caso della non residenza, certamente uno dei temi più sentiti già nel dibattito dell’epoca.10 A tal proposito, le ricerche più recenti, oltre ad aver individuato diversi casi di vescovi “orgogliosamente residenti”, hanno messo in luce la non equivalenza tra assenteismo e incapacità di direzione (non solo amministrativa, ma anche spirituale) della diocesi; un «regime medio di funzionamento» poté essere garantito grazie all’emersione di strutture e figure di governo più stabili, come ad esempio l’istituto del vicariato generale.11 Le novità in campo organizzativo, unitamente alla diffusa consapevolezza da parte dei vescovi della forte limitazione delle proprie prerogative, causata dall’interventismo papale e dalla crescita incontrollata delle esenzioni, avrebbero peraltro contribuito a generare, anche presso alcune figure vescovili di indubbio zelo pastorale, un fenomeno di svalutazione della residenza quale fattore strategico ed essenziale nelle competenze dell’ordinario diocesano.12
Al pari della non residenza, anche l’assenza di una riflessione profonda sul ruolo del presule nell’ecclesiologia basso medievale, interpretata come indicatore di una carente identità da parte dell’episcopato dell’epoca, è stata colta sotto una nuova luce, all’interno del più generale moto di estromissione, dal pensiero ecclesiologico tardo medievale e moderno, delle chiese locali in favore della costruzione della monarchia papale. Questo processo, non privo di resistenze e (specialmente nella stagione del conciliarismo quattrocentesco) piuttosto ricco di originali formulazioni e prese di posizione da parte dell’episcopato, si accompagnò alla lenta trasformazione in senso funzionariale del ruolo del presule rispetto al centralismo romano e non si arrestò neppure a Trento. Il Concilio, infatti, pur promuovendo una ricca produzione legislativa in tema di doveri dei vescovi sancì, a livello istituzionale, il trionfo dell’interventismo papale e rappresentò una ulteriore minaccia alla centralità dell’episcopato.13
La riconsiderazione del paradigma della crisi entro prospettive differenti ha indubbiamente aperto la strada a nuove questioni interpretative. Alcune delle ricerche più recenti, non solo quelle rivolte agli aspetti pastorali, ma anche quelle mosse da interessi di natura istituzionale, si sono interrogate sulla possibilità di individuare quei caratteri costitutivi che permettano la formulazione di un modello interpretativo alternativo e l’individuazione delle peculiarità storiche degli episcopati del periodo. Nella ricerca recente è possibile notare uno slittamento dall’interesse per le singole figure episcopali (gli “uomini”) a quello per l’istituzione in sé e per i processi in atto attorno e dentro di essa (le “strutture”), reso possibile da intense investigazioni condotte in direzione dei rapporti intessuti tra episcopato e ceti notarili, o della diffusione dell’istituto vicariale, nonché dalle indagini sul rapporto tra il vescovo e il clero urbano. Tale fenomeno ha portato a restituire un peso specifico al contesto (religioso, istituzionale, sociale) entro il quale il presule era chiamato ad operare: non solo in termini di reti di relazioni eventualmente intessute tra il vescovo e il contesto stesso, ma anche nel senso più generale di tutti quei mutamenti di natura istituzionale che stavano investendo le curie episcopali dell’epoca.14
Per la storia religiosa questo mutamento di prospettive è stato esplicitato nell’invito ad affiancare (laddove le fonti lo consentano) allo studio dei rapporti costruiti dai presuli con alcuni settori del clero diocesano (canonici, parroci ecc.) letture di più ampio respiro, che possano fare emergere «peculiari linee operative o strategie pastorali imposte dalla presenza di un “gregge” assai consistente nelle diocesi basso medievali».15 Dal punto di vista della storia delle istituzioni, invece, grande attenzione è stata rivolta al processo di consolidamento delle strutture di gover...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- 1. Il contesto
- 2. La documentazione
- 3. Persone, carriere, spazi
- 4. Vicende politiche e patrimoniali
- 5. Conclusione
- Appendice iconografica
- Fonti e bibliografia
Domande frequenti
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