Guerre civili
eBook - ePub

Guerre civili

1796-1799

  1. 169 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Guerre civili

1796-1799

Informazioni su questo libro

Nel 1796 il generale Napoleone Bonaparte avvia l'occupazione francese di gran parte della penisola italiana, che porterà alla creazione delle repubbliche Cispadana, Cisalpina, Ligure, Romana e Napoletana. Questa sintesi del triennio mette in risalto le novità prodotte dalla rivoluzione: il movimento patriottico, il controllo sul mondo ecclesiastico, le costituzioni e il riconoscimento dei culti, l'emancipazione degli ebrei. Cambiano le istituzioni, i rapporti tra Stato e Chiesa, le mentalità collettive, e le varie società sono spaccate da guerre civili: vecchie e nuove élites si scontrano per la conquista del potere politico; le masse popolari, protagoniste della lotta antifrancese, perseguendo propri obiettivi individuano i loro nemici nei ceti più ricchi, sia repubblicani che reazionari: una minaccia che spinge questi ultimi a preparare quel compromesso sociale e politico che li vedrà uniti nel periodo napoleonico.

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Informazioni

1. La fine della Repubblica napoletana

Caracciolo «afforcato»
Fu una questione di poche ore. Arrestato alla caduta della Repubblica, la mattina del 29 giugno 1799 fu portato a bordo della nave ammiraglia inglese Foudroyant, ancorata nel porto di Napoli, e giudicato da una corte di cinque ufficiali borbonici presieduta dall’ufficiale austriaco della marina napoletana conte Joseph von Thurn: imputato di «ribellione» e di aggressione alla fregata monarchica Minerva, fu condannato a morte. La sentenza fu eseguita il giorno stesso. Questa la fine dell’ammiraglio duca Francesco Caracciolo. Senza rispettare la capitolazione tra Fabrizio Ruffo, a capo dell’armata che aveva riconquistato il regno borbonico ed era entrato in Napoli, e i repubblicani, in cui si prometteva la libertà ai francesi e l’amnistia ai patrioti «ribelli», fu di fatto condannato dalle parole scritte a Ruffo dai sovrani che nel dicembre precedente si erano rifugiati a Palermo assieme al ministro John Acton: il 19 giugno la regina aveva raccomandato di impedire a Caracciolo di rifugiarsi in Francia, e il 20 il re aveva dichiarato: «ci potrebbe far il massimo danno il lasciar in vita queste vipere arrabbiate, specialmente Caracciolo che conosce tutti i buchi delle nostre coste».12
Era «pallido, con una lunga barba, mezzo morto, e con gli occhi bassi» lo descrive l’ambasciatore inglese presso la corte napoletana William Hamilton, che cinicamente ritenne un bene avere a bordo alcuni prigionieri mentre le forze antirepubblicane attaccavano il castello di S. Elmo, «poiché potremo così tagliare una testa per ogni palla di cannone che i francesi tireranno sulla città di Napoli». Non ce ne fu bisogno. Condotto a bordo della Minerva comandata da Thurn, poche ore dopo Caracciolo fu impiccato. Era rispettato il volere di Horatio Nelson, che aveva acquistato grande gloria sconfiggendo l’anno precedente i francesi nella baia egiziana di Abukir, e da pochi giorni era arrivato a Napoli al comando della flotta inglese inviata in aiuto dei Borbone e aveva osteggiato la capitolazione: «if the charge is proved, you are to report to me what punishment he ought to suffer» ordinò Nelson a Thurn la mattina del 29. Finito il breve processo, gli disse di eseguire la sentenza di Caracciolo «by hanging him at the fore yard-arm of His Sicilian Majesty’s frigate La Minerva, under your command, at five o’clock this evening; and to cause him to hang there until sunset, when you will have his body cut down, and thrown into the sea».13 Il condannato chiese invano di essere fucilato, e fu scelta una morte ignominiosa. Il luogo e la forma della sua esecuzione, l’impiccagione su una nave della flotta che era stata sua, volevano avere un valore simbolico.
«Quando gli fu annunziata la morte, egli passeggiava sul cassero, ragionando della costruzione di un legno inglese che era dirimpetto, e proseguì tranquillamente il suo ragionamento. Intanto un marinaro avea avuto l’ordine di preparargli il capestro: la pietà glielo impediva… Egli piangeva sulla sorte di quel generale, sotto i di cui ordini aveva tante volte militato. – Sbrigati – gli disse Caracciolo: – è ben grazioso che, mentre io debbo morire, tu debbi piangere», precisa Vincenzo Cuoco che lo considera «invidiato da Acton, odiato dalla regina, e perciò sempre perseguitato» e lo dichiara «vittima dell’antica gelosia di Thurn e della viltà di Nelson»;14 «chiese confessarsi, stiede tre ore con un confessore, indi si avviò al luogo dove dovea essere afforcato, salutò tutti, fece bendarsi e morì intrepidamente».15 Il suo corpo, venuto in superficie qualche giorno dopo, fu ripescato dai marinai e sepolto nella chiesa di S. Maria della Catena a Santa Lucia. Qui lo ricorda un epitaffio posto quando la chiesa fu riaperta al culto:
Francesco Caracciolo
Ammiraglio della Repubblica napoletana
fu dall’astio dell’ingeneroso nemico
impeso all’antenna il 29 giugno del 1799
I popolani di Santa Lucia
qui tumularono l’onorando cadavere
Il Municipio di Napoli 1881
Un compenso immediato e tangibile ebbe Thurn, presidente del tribunale che aveva condannato Caracciolo: ottenne da re Ferdinando una rendita annua di 30.000 ducati che gli permise di edificare a Posillipo l’attuale villa Rosebery, una delle residenze del presidente della repubblica italiana.16 L’ammiraglio, tra i primi aderenti alla Repubblica napoletana ad essere giustiziato, dovette aspettare molto per un riconoscimento pubblico: porta il suo nome il principale lungomare della città, costruito alla fine dell’800 mentre era in corso l’opera di risanamento dopo l’epidemia di colera del 1884: esso collega i giardini di Villa comunale a Mergellina ed è luogo privilegiato delle passeggiate domenicali. È un onore per Francesco Caracciolo, anche se tardivo. La memoria è stata più avara con le altre vittime illustri della repressione borbonica, gettate in una fossa comune e non ancora identificate. Molto studiate dagli storici – e alcune, come Eleonora Fonseca Pimentel, oggetto del romanzo di Enzo Striano Il resto di niente del 1986 o della biografia del 1993 Cara Eleonora di Maria Antonietta Macciocchi, di pièces teatrali e di un francobollo commemorativo in occasione del bicentenario della morte –, sono state sostanzialmente ignorate dalla memoria pubblica.
Solo il 20 agosto 2015, per iniziativa dell’assessorato alla Cultura e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è stata collocata in piazza del Mercato a Napoli – presso l’entrata della Basilica del Carmine e della fossa comune – una targa comunale in ricordo degli otto patrioti che vi erano stati giustiziati quello stesso giorno nel 1799: Eleonora Fonseca Pimentel, il vescovo di Vico Equense Michele Natale, Giuliano Colonna, l’avvocato Vincenzo Lupo, il sacerdote Nicola Pacifico, i banchieri Domenico e Antonio Piatti, e Gennaro Serra di Cassano, il cui padre fece chiudere in segno di lutto l’ingresso principale del palazzo di famiglia – ora sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici –, riaperto solo nel 1999 in occasione del bicentenario. Ma poco significative sono le parole incise sulla targa per invitare a prendere esempio dai “martiri”: «Giovani cittadini distruggete coraggiosamente quel terribile mostro divoratore delle Repubbliche chiamato egoismo».17
Quando morì Caracciolo aveva 47 anni. Aveva cominciato a navigare a 14 per intraprendere una rapida carriera nella marina borbonica, fino ad affiancare la flotta inglese nella guerra contro la Francia. Creato duca, nel dicembre 1798 aveva avuto il compito di trasferire la famiglia reale da Napoli a Palermo; poco prima del 23 gennaio, quando i francesi entrarono in città, la flotta napoletana fu distrutta per ordine di Nelson perché non cadesse in mano loro. Tornato a Napoli per curare i propri interessi privati – così dichiarò –, Caracciolo era divenuto in aprile direttore generale della marina della Repubblica e combatté contro i Borboni.18 Era uno dei tanti sudditi di Ferdinando IV che erano rimasti affascinati dai princìpi dell’89.
L’occupazione di Napoli da parte delle truppe guidate dal generale Championnet nel gennaio 1799 suscitò in molti democratici del nord della penisola la speranza che la nascita della nuova repubblica, pur avversata dal Direttorio che non la riconobbe, avrebbe facilitato la realizzazione del progetto unitario.19 Un mese prima re Ferdinando era fuggito dalla capitale per evitare la vendetta della Grande Nation: il 23 novembre 1798 le forze borboniche avevano invaso la Repubblica romana per aiutare il pontefice costretto all’esilio, ma erano state subito respinte dalle truppe francesi che le inseguirono nella loro ritirata verso Napoli. La città partenopea attraversò un periodo di vera e propria anarchia con saccheggi e caccia ai «giacobini» ad opera dei lazzari, i quali non riconoscevano l’autorità del vicario regio Francesco Pignatelli, che con l’armistizio di Sparanise dell’11 gennaio aveva concesso alla Francia, in cambio di una tregua, l’occupazione della fortezza di Capua e un altissimo contributo in denaro. La marcia di avvicinamento delle truppe d’oltralpe fu contrassegnata da scontri frequenti e sanguinosi con gli insorgenti. Con un proclama datato 8 dicembre 1798 il re aveva invitato gli abruzzesi a difendere il paese, e il 15 dicembre il ministro della Guerra borbonico aveva proclamato nelle varie zone del regno la leva delle truppe a massa, ognuna delle quali poteva scegliersi un comandante pur dipendendo, almeno formalmente, dal generale in capo dell’esercito.20 L’insorgenza che da febbraio a giugno del 1799 troverà il suo principale protagonista nel cardinale Fabrizio Ruffo era così iniziata, su sollecitazione del sovrano borbonico.
Proclamata la Repubblica napoletana e insediato il 24 gennaio un governo provvisorio presieduto da Carlo Lauberg, l’anarchia popolare, registrata puntualmente dal diario di Carlo De Nicola, ha termine, mentre il 2...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Prefazione
  7. 1. La fine della Repubblica napoletana
  8. 2. Giacobini e insorgenti: nemici
  9. 3. Il movimento patriottico
  10. 4. Ostilità e dissensi nella Chiesa
  11. 5. Il culto e la fedeltà
  12. 6. Combattenti