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L’Italia dalle radio libere ai network nazionali (1970-1990)

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L’Italia dalle radio libere ai network nazionali (1970-1990)

Informazioni su questo libro

Qual è stato il ruolo delle nuove radio private, locali e nazionali – comparse in modo capillare nel territorio nazionale a partire dalla metà degli anni Settanta – nella società italiana? E quale la loro importanza all'interno di un sistema dei mass media in rapida evoluzione, con la centralità della televisione? Come si è passati dal sistema monopolistico della Radio Rai alle migliaia di esperienze di radio libere, locali, private, indipendenti? Dall'esempio delle radio offshore in Nord Europa ai primi esperimenti clandestini in Italia, dalla Radio Sicilia Libera di Danilo Dolci alla legge di Riforma della Rai del 1975 e alla sentenza della Corte costituzionale del 1976, dalle radio politiche a quelle musicali, dall'impegno all'evasione, un ventennio di storia della radio è ricostruito studiandone l'impatto all'interno del sistema dei mezzi di comunicazione di massa, ed esaminando contenuti, strategie editoriali e degli ascolti, cesure e trasformazioni di un'epoca in cui il desiderio di libertà si esprimeva andando, anziché on line, in onda.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788867288830
Argomento
Storia

II. Le nuove radio “politiche” (1975-1979)

1. Radio libere e radio “militanti”
1.1. Introduzione
La nascita delle radio libere in Italia modifica in profondità il panorama audiovisivo, rispetto a come era stato disciplinato a partire dal secondo dopoguerra. Un diffuso attivismo radiofonico conduce nel giro di poco più di un anno alla sentenza della Corte Costituzionale del luglio 1976 liberalizzando in modo definitivo il settore. Spesso si è soliti ricordare il movimento delle radio libere per il ruolo svolto nella fase di maggiore diffusione dell’attivismo politico e sociale degli anni Settanta, trascurando così la complessità e la varietà delle altre esperienze.
Nel giro di pochi anni, secondo un’indagine condotta dalla RAI, le radio libere italiane passano da 150 nel 1975 ad oltre 2600 nel 1978,193 presentando uno scenario di estremo interesse ma anche di difficile interpretazione. All’interno di un numero così ampio di emittenti è possibile definire una prima distinzione a partire dagli scopi e dalle strategie editoriali che le varie radio perseguono. In particolare nella crescita di iniziative radiofoniche che caratterizza il caso italiano,194 sono presenti diverse tipologie di emittenti ben definibili: le radio commerciali, le radio create dagli amatori e dai tecnici, le radio cosiddette democratiche o di movimento e le radio religiose.195 Anche se queste categorie sono accomunate dal fatto di essere al di fuori del monopolio statale sulla radiodiffusione, esse divergono profondamente rispetto ai contenuti trasmessi. Infatti le radio commerciali si caratterizzano, almeno nella prima fase, per una programmazione basata sul formato non stop music, vale a dire su un palinsesto interamente dedicato alla musica, di cui il prototipo può essere rintracciato in Radio Milano International, modello che sarà riprodotto secondo declinazioni locali da diverse stazioni.196 Per quanto riguarda le radio gestite da appassionati del mezzo, la motivazione principale consisteva nella possibilità di far ascoltare i propri dischi preferiti soddisfacendo un piacere personale, oltre ad esprimersi davanti ad un potenziale pubblico attraverso un microfono; accanto a queste due tipologie, si trovano le radio democratiche o di “movimento”, che appaiono quelle più attive nella ricerca di una nuova gestione e organizzazione del mezzo radiofonico. Infatti alcune di esse nascono con l’intento dichiarato di voler offrire un’informazione “alternativa” rispetto a quella fino ad allora proposta dalla RAI e sperimentano delle nuove modalità comunicative.197
In una prima ipotesi analitica e comparativa del fenomeno delle radio locali in Europa, Patrice Flichy sottolineava che l’emergere di queste particolari esperienze non rappresentava né una manifestazione puramente locale, né lo strumento con cui aprire il mercato radiofonico alla pubblicità commerciale, ma erano da considerarsi come gli “anticorpi” della crisi del sistema radiotelevisivo. Tale stato di crisi veniva sancito dalla constatazione che, a causa dei monopoli di Stato e degli interessi politici, non esisteva di fatto una possibilità di scelta nell’ambito della programmazione radiotelevisiva. Da questo punto di vista – osservava ancora Flichy – una definizione di queste emittenti capace di tener conto della pluralità di formati poteva essere quella di radio “parallele” per indicare che esse esistevano a fianco delle stazioni legali a prescindere dal fatto che fossero considerate indipendenti (legali) o pirata (illegali).198
1.2. La comunicazione politica delle radio
La creazione di un numero così elevato di attività segnala un bisogno di partecipazione e di espressione che in questa fase è reso possibile dalla radio. Come evidenzia Rudolf Arnheim,199 la naturale predisposizione della radio all’oralità e le caratteristiche specifiche del mezzo, che permettono di ricreare le condizioni di una normale conversazione, favoriscono le condizioni per un ascolto attivo e partecipato. In questo modo la parola assume un valore centrale: i dibattiti, gli interventi degli ascoltatori in diretta, le testimonianze a caldo dai principali luoghi di mobilitazione sociale, trovano attraverso la radio il mezzo più immediato e diretto per la loro diffusione. In Italia i gruppi che manifestano maggiore interesse per la possibilità di utilizzare lo strumento radiofonico come mezzo di informazione alternativa sono quelli legati alla sinistra extraparlamentare, spesso con il contributo di forze sindacali e associative.200 Il bisogno per i tanti gruppi politici della nuova sinistra di avere dei canali autonomi di espressione era emerso in tutta la sua forza già a partire dal biennio 1968-69, attraverso la nascita di numerose pubblicazioni e il deciso sviluppo della pratica della controinformazione.201
A dimostrazione di una nuova possibilità di comunicazione politica che negli anni Settanta la radio permette di realizzare, occorre segnalare anche il caso delle emittenti legate alla destra estrema. I neofascisti e i postfascisti erano esclusi in questi anni dall’attenzione dei mezzi di comunicazione, eccetto che per motivi di criminalità comune e di cronaca nera. Le radio da questo punto di vista rappresentano lo strumento più economico ed efficace con cui uscire dall’isolamento mediatico anche per queste formazioni. Da quelle legate direttamente al MSI a quelle militanti diffuse in provincia, per arrivare a quelle avviate nei piccoli centri, gestite da individui e gruppi simpatizzanti, le emittenti di destra alla fine del decennio sfiorano le cento unità. Attive nelle grandi città e in provincia, queste stazioni rivestivano un ruolo importante per le comunità di militanti del Movimento sociale poiché «diventarono il luogo della auto rappresentazione e insieme una sorta di spazio di sopravvivenza».202 Dopo la nascita di Radio Alternativa a Roma nel 1976, diretta da Teodoro Buontempo, che trasmette dalla sede del Fronte della Gioventù, il MSI costituisce nel maggio del 1977 un Centro nazionale radio al quale sono associate 67 radio locali di cui 44 al Sud. Radio Alternativa viene così riprodotta anche a Messina, Sassari e Cagliari, mentre a Napoli trasmette Radio Odissea e a Reggio Calabria va in onda Radio Mediterraneo. Dal 1976 avevano iniziato le attività, tra le altre, Radio University a Milano come voce della Federazione milanese del partito, Radio Gamma Nord a Gorizia, Radio Onda Nuova a Pisa, Radio In a Perugia, Radio Conero a Ancona e Radio Mantakas a Osimo. Basate prevalentemente sull’autofinanziamento, queste emittenti sono radio parlate, di informazione e commento politico, ma non trascurano il lato musicale proponendo oltre ai gruppi militanti di destra anche musica rock e cantautori italiani.203
La comunicazione alternativa affonda le proprie radici nell’esperienza dei campus universitari statunitensi al momento delle manifestazioni e dell’opposizione di massa al conflitto in Vietnam. In questa fase si diffondono forme di giornalismo impegnato, militante, nato negli Stati Uniti dei primi anni Sessanta, che attraverso la ricerca costante della «moltiplicazione delle voci della stampa indipendente, underground, ai margini dell’establishment informativo soggetto ai poteri forti», utilizza la controinformazione come «antidoto dal basso al news management operato dall’alto».204 La radio appare lo strumento privilegiato per “dare” e “prendere” la parola,205 al di fuori dei tradizionali canoni imposti fino a quel momento dalla radio pubblica. Infatti come ha sottolineato tra gli altri Jean Jacques Cheval «si trattava di restituire la parola agli esclusi, a coloro che fino a quel momento avevano taciuto».206
La novità della proposta musicale delle emittenti commerciali determinò da un lato la possibilità di ampliare in modo significativo l’ascolto di musica diversa da quella che veniva abitualmente proposta dalle reti della RAI, mentre sul piano del linguaggio “parlato”, da sempre considerato tipico della radio pubblica, si poneva la necessità di un ripensamento della sua funzione. Infatti per i gruppi politici, a differenza del volantino, del giornale e della pubblicazione, la radio aveva potenzialmente la possibilità di raggiungere un pubblico più ampio non attraverso uno scambio senza risposta, ma privilegiando le caratteristiche proprie del linguaggio parlato, un dialogo costante tra la radio, intesa come voce collettiva, e gli ascoltatori. L’uso del tel...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Introduzione
  7. I. Dalle radio pirata alle radio libere
  8. II. Le nuove radio “politiche” (1975-1979)
  9. III. Radio libere: tra spazio locale e risposta della radio pubblica (1976-1979)
  10. IV. Gli anni Ottanta: dalle radio libere alle radio locali private
  11. V. Le radio libere, private e locali nell’età della Tv (1985-1990)
  12. Conclusioni
  13. Bibliografia
  14. Immagini

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