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La casa pubblica
Storia dell’Istituto autonomo case popolari di Torino
- 257 pagine
- Italian
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La casa pubblica
Storia dell’Istituto autonomo case popolari di Torino
Informazioni su questo libro
Questo libro parla di case, parla delle persone che le abitavano e parla delle politiche abitative pubbliche nel Novecento. Lo fa partendo dall'analisi della storia dell'Istituto autonomo case popolari di Torino, uno dei principali enti coinvolti nella realizzazione degli interventi nel campo dell'edilizia sociale in una grande città industriale. L'obiettivo è ricostruire con un taglio storico il complesso modello di governo della casa pubblica, esaminando i vari attori coinvolti, istituzionali e sociali.
Il volume è diviso in tre parti: la prima si occupa della fondazione dello Iacp e delle politiche abitative tra età liberale e fascismo; la seconda si concentra sulle emergenze e sulla gestione dell'ente nel periodo della Ricostruzione e del miracolo economico; la terza parte ricostruisce il rapporto tra l'ente e gli abitanti delle case popolari tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta.
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Storia del XX secolo1. L’edilizia pubblica tra età liberale e fascismo
Maria D’Amuri
La funzione sociale dell’edilizia pubblicae le origini dell’Istituto per le case popolari di Torino
1. Case operaie e igiene urbana
Il Signor Marsh ha parlato con la signora Mayhew del duro destino dei poveri, obbligati a vivere nelle soffitte dei lussuosi palazzi, senza fuoco in inverno, soffocati dal caldo in estate e costretti a fare tanti scalini per portare l’acqua e tutto il resto. Ma il commento della signora è stato: «Non crede che sia più sicuro per il governo se i poveri vivono così, nelle soffitte dei ricchi, piuttosto che abitare da soli in quartieri separati? Potrebbero unirsi e parlare di politica, diventare scontenti e turbolenti, e una persona come Garibaldi potrebbe facilmente aizzarli a fare del male».14
Così Caroline Marsh annotava nel suo diario per la giornata del 3 giugno 1864, riportando alcuni passaggi di una conversazione avvenuta tra suo marito, primo ambasciatore degli Stati Uniti nel neo costituito Regno d’Italia, e una facoltosa signora anglosassone in quel periodo a Torino. Sebbene non fosse stata presente alla discussione, l’acuta osservatrice della società torinese aveva prestato particolare attenzione al racconto del marito, pressoché indicativo rispetto al connubio di sospetto e diffidenza che nell’immaginario borghese tendeva a circondare le agglomerazioni di lavoratori, all’ombra della carica potenzialmente eversiva evocata dalla teoria del falansterio foureriano.15 Dal canto suo George Perkins Marsh aveva replicato «che un buon governo non [aveva] bisogno di prendere misure di questo genere per la propria sicurezza e che non c’[era] alcuna ragione per cui i poveri non po[tessero] parlare dei torti ricevuti come [facevano] i ricchi dei loro diritti». Inoltre, grande ammiratore dell’Eroe dei due mondi, tanto da aver tentato qualche anno prima di fargli affidare il comando delle truppe federali durante la guerra di secessione americana, l’ambasciatore non aveva esitato a precisare che «Garibaldi non avrebbe fatto torto a nessuno, ricchi o poveri che fossero».16 A rendere oltremodo interessante questo scambio di considerazioni era il coinvolgimento di un’interlocutrice quasi d’eccezione per i temi affrontati, una delle donne della famiglia Mayhew, di cui il più noto esponente restava il giornalista Henry, autore di una celebre inchiesta sui poveri di Londra da cui era risultato il volume London Labour and the London Poor, tra le principali fonti di ispirazione dell’opera di Charles Dickens.17
Il modello di coabitazione interclassista sopravvissuto nella capitale sabauda all’antico regime suscitava dunque consenso persino tra quanti provenivano da una realtà, come quella britannica, in cui non mancavano da tempo esempi di grandi quartieri a vocazione operaia anche nei principali centri urbani. Forse alcune remore erano strettamente correlate ai tratti peculiari del contesto italiano, non solo solcato da condizioni di arretratezza socio-economica, ma al contempo espressione di una realtà statuale scaturita da un concerto di forze in cui era stato pure inglobato il carisma di personaggi ai limiti della legalità. Il punto di vista della signora Mayhew collimava comunque con una congerie di motivi che avrebbe allignato a lungo nella tradizione torinese, tanto da congiungere i compiaciuti apprezzamenti manifestati nel corso dell’Ottocento da alcuni protagonisti della vita culturale cittadina quali Angelo Brofferio, Vittorio Bersezio e persino il medico igienista Giacinto Pacchiotti.18 A detta di molti la contiguità residenziale tra gruppi sociali eterogenei ispirava infatti sentimenti di armonia sociale, nella sedimentazione di forme solidaristiche in cui poteva essere individuato un argine alla propagazione dei principi sovversivi fomentati dall’odio di classe.19
Le parole dell’ambasciatore Marsh echeggiavano un confronto divenuto attuale in città sull’onda dei lavori promossi dalla Società torinese delle case operaie nella zona di Porta Nuova. Supportata da un sussidio concesso dalle autorità civiche, l’istituzione sembrava realizzare i propositi maturati oltre dieci anni prima, quando il consiglio comunale aveva nominato un’apposita commissione di studio. All’indomani delle riforme che avevano investito il governo municipale successivamente alla promulgazione dello Statuto albertino, non erano stati però conseguiti riscontri concreti, benché la penuria di alloggi fosse stata contemplata nel corollario di provvedimenti per il miglioramento dell’igiene urbana.20 Se da una parte le riflessioni emerse in materia di salute pubblica dimostravano di contenere in nuce gli estremi del dibattito sulla casa, dall’altra il pensiero scientifico non era ancora riuscito ad affrancarsi da quel sostrato di convinzioni morali che permetteva di giustificare l’indecenza delle soffitte in nome dell’ordine costituito. Di fatto la scarsa identità di vedute venuta a profilarsi tra l’ambasciatore Marsh e la signora Mayhew restituiva un riflesso pressoché fedele delle posizioni condivise da ampi strati delle classi dominanti, lasciando trasparire quello che sarebbe stato uno dei punti cardine dell’intera vicenda: a difettare non era tanto la valutazione del problema abitativo, quanto il suo riconoscimento in termini di questione collettiva.
Le pessime condizioni in cui vivevano i gruppi meno abbienti sembravano rientrare nello stato naturale delle cose, alla stregua di tanti altri drammi che gravitavano nel variegato universo del pauperismo sociale. La mancanza di una diversificata capacità percettiva impediva di valutare le ricadute sociali implicite nell’organizzazione del settore, senza avvertire l’esigenza di circoscrivere i postulati di un’azione concreta.
Nonostante l’interesse precocemente dimostrato, l’amministrazione municipale non manifestò infatti ulteriori intenti, anche a causa del riscontro per nulla positivo conseguito dall’impegno sostenuto: la Società torinese delle case operaie fu costretta in breve allo scioglimento da condizioni di dissesto finanziario, dopo aver svolto parte della sua attività nell’assoluta inadempienza degli obblighi stabiliti dal Comune.21 Sebbene si trattasse di una sorte analoga a quella incontrata da altri sodalizi coevi,22 l’epilogo di tale esperienza configurò l’incipit di un ventennio di stasi, in cui l’analisi delle tematiche abitative finì per essere diluita nella più ampia riflessione sui risanamenti urbani. D’altronde il trasferimento della capitale dapprima a Firenze e poi a Roma aveva assestato un forte contraccolpo all’economia cittadina, provocando la partenza di numerosi lavoratori, tanto da indurre a ritenere che «l’istituzione delle case operaie […] non corrisponde[sse] più ai presenti bisogni della città».23
Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento le autorità civiche si concentrarono su un programma di bonifica dell’abitato, tenuto a battesimo dalle procedure per l’abbattimento del Borgo del Moschino, un «informe ammasso di miserabili e sporchi tuguri, […] centro e fomite inesauribile di miasmi perniciosi e di malsane infezioni», sopravvissuto quasi a strapiombo sulle rive del fiume Po, al fondo dell’attuale corso San Maurizio.24 I lavori avvennero in adempimento alla Legge sull’espropriazione per pubblica utilità, 22 giugno 1865, n. 2359, che sulla scorta degli esempi tedesco, belga e francese, con part...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Presentazione
- Storie di case, storie di inquilini, storie di politiche. Introduzione
- 1. L’edilizia pubblica tra età liberale e fascismo
- 2. Le politiche abitative dalla Ricostruzione al miracolo economico
- 3. La casa popolare tra anni Cinquanta e anni Ottanta
- Cronologia delle più importanti leggi nazionali e regionali in materia di edilizia residenziale pubblica
- Immagini dell’Archivio dell’Atc Piemonte Centrale
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