La delegittimazione politica nell’età contemporanea 5
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La delegittimazione politica nell’età contemporanea 5

La costruzione del nemico in Europa fra Otto e Novecento

  1. 255 pagine
  2. Italian
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La delegittimazione politica nell’età contemporanea 5

La costruzione del nemico in Europa fra Otto e Novecento

Informazioni su questo libro

I saggi di questo volume si concentrano sui percorsi che portano a scavalcare il labile confine che separa l'avversario dal nemico. Il tema riguarda il fenomeno della legittimazione, delegittimazione o rilegittimazione dello Stato, dedicando particolare attenzione alle cesure storiche come momenti decisivi nella ridefinizione del rapporto amico/nemico. Si sono scelti come campo di verifica analitica la Gran Bretagna dell'imperialismo liberale tardo-ottocentesco; l'Italia postunitaria, il colonialismo crispino, e poi la crisi dello Stato liberale e del fascismo; la Germania dell'impero bismarckiano e la repubblica di Weimar con l'attacco del partito hitleriano alle sue istituzioni, sino alle nuove impostazioni delle relazioni internazionali nella Società delle Nazioni.

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Informazioni

I
Pratiche e linguaggi della de/legittimazione
in Italia dall’Unità al fascismo
Ennio Corvaglia

Rivoluzione parlamentare e frattura territoriale

1. Frattura territoriale e sistema politico: l’enigma del governo
Questo saggio ha lo scopo di chiedersi se il superamento della frattura territoriale – il più evidente cleavage emerso già all’atto della formazione dello Stato Nazione, che per molti versi riassumeva insieme sia quello centro/periferia sia quello città/campagna – non abbia contribuito alla costituzione di un sistema politico che, una volta esauritesi le classiche contrapposizioni “risorgimentali”, doveva assumere come fine prioritario il blocco di ogni disegno politico e istituzionale di decentramento, considerato espressione dell’esistenza e della continuità degli antichi Stati e, perciò, potenzialmente terreno di nascita di forze politiche territoriali antagoniste. È vero, peraltro, che quest’esito fu anche il risultato di un’élite dirigente, di formazione prequarantottesca, impreparata ad affrontare quei cleavages che inevitabilmente sarebbero emersi nella fase di consolidamento dello Stato nazionale. Soprattutto quando con l’inclusione, come periferia, di uno Stato più che secolare, l’obbiettivo principale risultò quello di conservare la direzione nelle regioni più ricche, produttive e “moderne” (tematica fatta propria più tardi dal socialismo lombardo) cui si doveva riconoscere l’onere dell’unificazione in termini di risorse, uomini, valori. Come risolvere, dunque, una frattura territoriale, così vasta e di difficilissima governabilità politica, senza alterare quegli equilibri interni (e internazionali) che avevano permesso l’unificazione del centro-nord attraverso le coordinate politiche del Conte? Attraverso particolari scelte istituzionali e una complessa dialettica di legittimazione/delegittimazione in grado di suturare, almeno sul piano politico, quella frattura che senza una precisa consapevolezza storica si era venuta determinando. Con la caduta della Destra, che aveva cercato di risolvere all’interno della tradizionale formazione moderata gli squilibri sopraggiunti, e l’ascesa della Sinistra, che traeva dal Mezzogiorno la grande maggioranza del suo consenso, quei problemi assunsero immediatamente una straordinaria centralità. Si raggiunse infine, nel corso della lunga crisi ottocentesca e alla vigilia di nuove scelte di politica economica, un compromesso, o una serie di compromessi, – una volta emarginata l’ipotesi nicoterina – per cui la direzione da parte del mondo produttivo e finanziario era bilanciata da un’inclusione di gran parte della rappresentanza meridionale che garantiva la stabilità politica nei confronti di movimenti regionalisti prima, alternativi e contestativi (originati da uno spirito di “scissione”) successivamente e, infine, di risorgenti velleità sezionali e regionaliste. Insomma, la frattura non doveva dar luogo ad alcuna espressione partitica che ricordasse l’antica formazione statuale.1 È avvenuto così che in Italia l’iniziale rifiuto del partito, ritenuto elemento dissolvitore del processo di state-building, si saldi, sin dalle origini, con la paura che le fratture territoriali dessero vita a partiti inevitabilmente antinazionali.
Il cleavage causato dall’annessione del Mezzogiorno aveva, cioè, un ruolo polarizzante per il sistema politico nazionale: esso dava luogo a una coesistenza di conflitti che rendeva complicato un regime bipartitico, dando vita a un assetto nel quale un partito e la sua maggioranza si identificava con lo Stato e, pur faticosamente, riassumeva quei conflitti al suo interno. Apparve ben presto evidente che si affermava un sistema politico nel quale il fondamentale snodo elettorale doveva essenzialmente decidere quale fazione del mondo liberale dovesse guidare il governo: un sistema, quindi, destinato a riprodursi sino all’appannamento dei cleavages tipici della fase di formazione e consolidamento dello Stato nazionale. Si definì in questo modo, anche oltre la fase liberale, un assetto indipendente dalla frattura fondamentale che si era creata, evitando che partiti politici si formassero sulle sue conseguenze dualistiche. Le peculiari forme parlamentari, partitiche e istituzionali, furono invariabilmente presentate come anomalie: trasformismo e centrismo, equiparati (così come, più tardi centrismo e grandi coalizioni) non furono misurati come una versione nazionale di linee di sviluppo diffuse in tutti gli Stati nazionali in via di consolidamento. Non fu chiaro che tutta “l’anomalia”, variamente denominata, nasceva fin dal principio come difficoltà a racchiudere l’intera nazione in un nuovo centro statale che non avesse anche un carattere fortemente “partitico” con conseguenze sul piano costituzionale e amministrativo, sino ad incidere sulla natura e la fisionomia dei partiti politici e del dibattito che ne derivava: una “partitizzazione” dello Stato e una “statalizzazione” di una maggioranza centrista furono le caratteristiche più evidenti del tentativo del party government di fondare la propria autonomia politica rispetto alla grande frattura risorgimentale, aggravata da quella tra Stato e Chiesa che aveva reso ancor più difficoltosa l’affermazione di un vero partito conservatore. Fu un percorso, però, che riuscì allora ad affrontare la grande depressione dei prezzi internazionali, il ritorno alla convertibilità della lira, la continuità degli investimenti stranieri, la flessione della rendita sui mercati finanziari pur in presenza di un crescente disavanzo commerciale, l’abile conduzione dei negoziati nell’ambito dell’Unione latina, l’apertura graduale della svolta protezionistica e dell’industrializzazione creando le condizioni di una diminuzione della distanza dai paesi più sviluppati. Un percorso, quindi, caratterizzato da un’inclusione di gruppi estranei o contrari alla stessa unificazione, assai simile a quello intrapreso dai regimi, apparentemente diversi, degli altri paesi europei: a dimostrazione che il «carattere del sistema politico può avere un impatto limitato sul contenuto delle linee politiche”,2 anche se, nel caso italiano, risultò periodicamente destabilizzato dall’impatto delle nuove grandi crisi e dai condizionamenti dell’economia internazionale, tanto da caratterizzare l’Italia tra quei paesi a prevalente discontinuità dei regimi politici.
Da questi interrogativi deriva l’opportunità di valutare più attentamente quel passaggio che segna la fine del Governo della Destra e l’avvento di un nuovo governo, sul quale si sono addensate le interpretazioni più diverse. Da quella svolta si apre un dibattito che sposta la discussione politica nazionale dalla riflessione sulla forma di Stato alle relazioni tra partiti, parlamento e governo. Il controllo, per conseguenza, dell’apparato statale attraverso la politica e la forma di governo divenivano ben più importanti della definizione o imitazione di modelli, più o meno autonomi, di centralismo amministrativo o di self-government. Fu un dibattito che, soprattutto dal marzo 1876 alla verifica elettorale del novembre, racchiuse l’intera gamma delle contraddizioni e degli equivoci che avrebbero alimentato la discussione successiva. Gli uomini della Destra, che presumevano, contro le loro stesse convinzioni, di poter risolvere al loro interno – attraverso forme di patronage spicciolo sul terreno dell’amministrazione – le difficoltà scaturite da un’unificazione affrettata, si accorsero abbastanza presto che tutto il loro mondo rischiava di crollare e reagirono in maniera differenziata. Il punto d’arrivo – tra il 1882 e il 1886, allorché si concluse la pallida stagione bipartitica – si trova tutto in quei mesi, in particolare nello sfarinamento di quella Destra meridionale che, per la sua scarsa influenza elettorale, continuò ad avanzare temi politici generali, sino al...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Paolo Macry, Luigi Masella, Introduzione
  7. I. Pratiche e linguaggi della de/legittimazione in Italia dall’Unità al fascismo
  8. II. Percorsi europei della de/legittimazione: dalla costruzione della nazione al nuovo internazionalismo
  9. Gli autori

Domande frequenti

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