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La contestazione cattolica
Movimenti, cultura e politica dal Vaticano II al ’68
- 285 pagine
- Italian
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Informazioni su questo libro
Del Vaticano II si continua a discutere per le conseguenze che ha avuto nella vita della Chiesa e di milioni di credenti, ma il Concilio è stato anche un grande evento politico degli anni Sessanta. In una fase di profonda trasformazione culturale, l'emersione del cosiddetto "dissenso" politico ed ecclesiale ha rappresentato una risposta generazionale e trasversale alle diverse anime del mondo cattolico, risposta culminata nel "momento '68" con l'esplosione delle contrapposizioni innescate dal Concilio nella contaminazione con le parole d'ordine dei movimenti di lotta. Come si mostra con questo libro, i pochi anni al centro della ricostruzione costituiscono uno snodo fondamentale del percorso del cattolicesimo italiano, tra la reazione alla modernizzazione e i tentativi di indirizzare quella spinta eludendo i punti scoperti dal Vaticano II e conservando l'identità del cattolicesimo politico.
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20th Century History1. La Conferenza episcopale e la ricezione del Concilio
1. L’ante-concilio
Il Concilio Vaticano II ha rappresentato una “transizione epocale” nella storia della Chiesa. Nel lungo periodo ha segnato l’uscita dalla Controriforma; nel contesto del secondo Novecento ha marcato una netta discontinuità con la Chiesa di Pio XII tanto nell’organizzazione interna, quanto nel rapporto con la modernità.22 Per comprendere la natura della svolta e la sua portata (religiosa e politica), occorre quindi distinguere tra un ante e un post Concilio e valutare le novità introdotte nel panorama del cattolicesimo uscito dalla seconda guerra mondiale. Relativamente al caso italiano, uno scenario ancora segnato dall’assenza di una vera e propria Chiesa nazionale; gli studiosi hanno spiegato questo ritardo facendo riferimento alla storia del cattolicesimo della penisola: dalla Questione romana, che avrebbe imposto alla Santa Sede di farsi carico della trattativa con lo Stato liberale, alla crisi del modernismo, con la conseguente decadenza della teologia italiana e quindi di un’iniziativa culturale originale, alla convivenza della Chiesa con il fascismo, che avrebbe rafforzato ulteriormente il legame del potere politico con il Vaticano.23 Il risultato è stato la tarda formazione di una Chiesa indipendente (solo nel 1952 si svolgeva a Firenze la prima riunione della Conferenza episcopale italiana, la Cei) e soprattutto l’assenza di un’organizzazione vivace dal punto di vista pastorale, anche perché schiacciata sotto il peso delle questioni politiche. Un paradosso in un Paese ancora fortemente intriso di religione.24
Alcune cifre. Nel 1950 il cattolicesimo era la fede di oltre il 90% degli italiani e in tutta la penisola si contavano 320 diocesi e 45.000 sacerdoti.25 I dati sulla pratica religiosa, attestata su una media del 40% della popolazione, erano ovviamente diversi e questa sarebbe diminuita ulteriormente e con forti differenze geografiche (in particolare tra Nord e Sud) fino ai primi segnali di crisi all’inizio del decennio successivo.26 A ciò si aggiunga che il mondo delle campagne era quello in cui la religione rimaneva più salda, soprattutto nella forma devozionale connessa ai santuari e al culto dei santi protettori o taumaturghi (esemplare la devozione a Padre Pio da Pietralcina). Molto importanti erano anche le grandi organizzazioni di massa eterodirette dall’episcopato: l’Azione cattolica, forte di più di tre milioni di iscritti, le Associazioni cristiane dei lavoratori (800.000 tessere nel 1953),27 l’Unione dei piccoli proprietari agricoli (Coldiretti) e la Confederazione italiana sindacati dei lavoratori, che contava più di un milione di aderenti.28 Tra riti devozionali e organizzazione del laicato, la Chiesa italiana si trovava dunque al centro del sistema sociale della penisola e in una posizione di concorrenza con le strutture di massa delle sinistre. L’obiettivo di queste organizzazioni – e più in generale della classe dirigente democristiana uscita dalla fase costituente (De Gasperi in testa) e in larga parte formatasi a contatto con mons. Giovanni Battista Montini – era realizzare una «nuova cristianità» (secondo la definizione del teologo francese Jacques Maritain): «un progetto nel quale confluiva la leale convinzione di molti cattolici di avere il dovere e il diritto di essere responsabili della gestione del potere sociale […] di assicurare alla fede e alla Chiesa una presenza e un’incidenza adeguate al valore trascendente e assoluto della sua testimonianza».29 Dopo il trauma dei totalitarismi, la cristianizzazione della società avrebbe dovuto svilupparsi nell’accettazione di uno Stato formalmente laico, ma garante della libertà religiosa e dei valori naturali. L’azione dei laici andava distinta su due piani: quella dei cattolici in quanto tali (quindi sotto il controllo della gerarchia) e quella dei cittadini mossi dall’ispirazione cristiana, uniti nelle aspirazioni e nella strategia politica e comunque mai separati dai pastori. Ugualmente anche il magistero era chiamato a rispettare la distinzione del piano spirituale, di sua competenza, da quello temporale. Si tratta di una questione, questa della presenza dei cattolici nella vita politica, sulla quale si tornerà costantemente nel corso della ricostruzione, mettendo a confronto le progettualità pre-conciliari della “cristianità medievale” – ancora forte nei settori curiali e rafforzata dallo scontro con il comunismo – e della “cristianità profana” (da realizzare secondo lo schema di Umanesimo integrale) con quelle scaturite dal Vaticano II e rilevando le difficoltà delle diverse anime del mondo cattolico, comprese quelle democratiche, ad accettare un sistema pienamente laico e pluralista.
Tornando agli anni Cinquanta, già a Firenze i vescovi avevano discusso delle condizione del clero e delle problematiche legate all’incidenza del laicato nella società. Di queste e di altre questioni (insegnamento della religione nelle scuole, funzione degli ordini religiosi, contrasto dell’ateismo) si occuperanno le successive riunioni a Sestri Levante e Pompei e la prima lettera pastorale del 1954, in larga parte incentrata sulla mobilitazione per la cristianizzazione del Paese e la difesa della stabilità politica garantita dal “partito cattolico”, il cui operato, nello scenario della guerra fredda, non poteva che risentire di un legame così stretto che andava oltre la devozione religiosa dei suoi esponenti e metteva in crisi il programma riformistico-sociale30 e la stessa distinzione teorica dei piani.31
Uno dei primi compiti che si diede la Cei fu quello di coadiuvare la Dc nella campagna elettorale per le elezioni politiche del 1953, una vicenda segnata dalla preoccupazione per la possibilità, incentivata da una parte della stessa gerarchia, che si formassero nuovi partiti cattolici sul modello della cosiddetta “operazione Sturzo”. Dal 1955 iniziava anche la discussione su come evitare l’intesa tra la Dc e il Partito socialista, dopo che il fronte delle sinistre era entrato in crisi e stava scemando nella società il clima di contrapposizione frontale che aveva caratterizzato il primo decennio del dopoguerra, allegoricamente rappresentato nel Don Camillo di Giovaninno Guareschi.32 Per conto della Chiesa, ciò non avrebbe dovuto comportare un ripiegamento politico e neppure un allentamento dottrinale, come è riscontrabile anche in alcuni atti di magistero precedenti e successivi alle elezioni: dall’enciclica Humani generis del 1950, scritta contro la scuola gesuitica di Fourvière a Lione, alla proclamazione del dogma dell’Assunzione nello stesso anno, fino alla condanna dell’esperimento dei preti operai francesi nel 1954.
Nell’ottica del rafforzamento rientravano anche lo sviluppo delle pratiche devozionali di massa, per lo più legate all’adorazione della Vergine o alla devozione al papa, e le grandi mobilitazione in difesa della libertà della Chiesa. Spesso queste mobilitazioni assumevano anche contenuti politici anticomunisti: il caso più noto è quello dei comitati civici per le elezioni del 1948, sul cui modello si svilupperanno le adunate dell’Azione cattolica del presidente Luigi Gedda particolarmente caratteristiche dell’ultima fase del pontificato di Pio XII, quella più influenzata dalla linea “romano-franchista” dopo l’allontanamento da Roma di Montini.33 Politica e religione procedevano dunque di pari passo, sebbene non senza contrasti,34 nella costruzione di quella che Arturo Carlo Jemolo ha descritto come uno Stato confessionale (lo «Stato guelfo») che – aggiungiamo noi – avrebbe dovuto gestire la transizione alla democrazia garantendo alcuni elementi di continuità con il precedente regime.35 L’unità politica dei cattolici era evidentemente un “mito”, ma un mito fondamentale per la mobilitazione delle masse e per garantire l’unità del partito di maggioranza, partito d’ordine interclassista, legato al blocco occidentale e ispirato a un programma riformistico di stampo “personalista” e keynesiano. Sottotraccia era ancora forte quello della “cristianità medievale” che, a partire dalla condanna della genealogia dei mali moderni (dalla Riforma luterana alla Rivoluzione francese, al liberalismo e al socialismo), identificava nella Chiesa una societas perfecta, sulla base della quale plasmare la società sotto la guida morale (e politica) della Chiesa e restaurare l’ordine cristiano e quindi il bene comune.36 Una significativa discontinuità sarebbe stata introdotta dal pontificato di Angelo Giuseppe Roncalli.
Di Giovanni ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Introduzione
- Abbreviazioni
- 1. La Conferenza episcopale e la ricezione del Concilio
- 2. La crisi dell’associazionismo e i nuovi movimenti
- 3. Fine dell’unità politica?
- 4. Pacifismo e terzomondismo: due anticamere del Sessantotto
- 5. L’esplosione della protesta
- Epilogo
- Conclusioni
- Riferimenti bibliografici
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