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Informazioni su questo libro
Si può scrivere, oggi, una «storia d'Italia»? È ancora possibile immaginare unitariamente il passato della penisola, dal medioevo a oggi? È sempre più difficile rispondere a queste domande. I rivolgimenti successivi al 1989 hanno cambiato in profondità la prospettiva sulla storia del paese. La «provincializzazione» dell'Italia, e dell'Europa tutta, emerge con grande nitidezza. Cosa rimane allora delle rappresentazioni storiche che precedono quel lungo tornante, così profondamente segnate da una meditazione sofferta sull'ambigua eccezionalità della storia italiana, e sul suo contraddittorio ingresso nella modernità? La storiografia, in Italia come altrove, ha scomposto il canone nazionale, facendo i conti sia con la prospettiva della globalizzazione sia con le sfide identitarie imposte dalla memoria pubblica. L'obiettivo di questo libro non è quello di effettuare una sorta di bilancio storiografico, ma di provare a capire cosa possa significare, in un quadro del genere, una possibile «storia d'Italia» del nostro tempo.
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Argomento
StoriaCategoria
Storia del XIX secoloFrancesco Benigno, E. Igor Mineo
Introduzione. Discutere il canone nazionale
Questo libro si occupa del modo in cui è cambiato il discorso storico sull’Italia nei decenni inquieti compresi tra la conclusione del «secolo breve», nel 1989, e i primi due decenni del nuovo millennio. Esso cerca di farlo a partire dagli slittamenti di senso dell’espressione stessa «storia d’Italia», rendendo conto dei mutamenti che l’hanno segnata. La cornice entro cui si colloca tale riflessione è quella del generale declino del canone della storia nazionale, un fenomeno che poteva apparire fino a pochi anni fa irreversibile, nell’intersezione fra i processi di costruzione della nuova Europa e la formazione di una geografia della ricerca sempre più internazionalizzata e denazionalizzata, ma che oggi, forse, sta rallentando e prendendo un’altra piega.
Volendo definire preliminarmente cosa sia un “canone nazionale” potremmo riferirci, in estrema sintesi, a un sistema di rappresentazione della storia di un determinato stato-nazione (o di una determinata nazione destinata a farsi stato) che abbraccia una prospettiva di lungo periodo: si tratta quasi sempre di un arco temporale che muove da un qualche punto del Medioevo, spesso con un aggancio pregnante nello spazio epocale pre-medievale (romano o non romano), e il cui baricentro si colloca nel cuore di una modernità sociale e politica coincidente con il compimento del processo di convergenza fra la nazione e il suo stato. I diversi “romanzi” nazionali in cui il canone si articola si assomigliano tutti, ma nello stesso tempo si differenziano fra loro per qualche tratto di specificità capace di rivelare l’identità di ciascuna variante. Fino a tempi recenti, e ancora fino a oggi, esso ha continuato a riprodursi nei diversi paesi mantenendo le sue caratteristiche elementari, ma sempre più stentatamente, incalzato dal crescere di un’attenzione sensibile a temi e oggetti diversi, che attraversando e segmentando il corpo della vecchia storia nazionale, la frammentano e la confondono: dai questionari “larghi” della storia sociale, nelle sue molte configurazioni, anche comparative, a quelli, in anni più vicini ai nostri, della storia globale.
È in questo contesto che va collocato anche il racconto nazionale italiano, coagulatosi col tempo in modelli di spiegazione divenuti sempre più asfittici e incapaci di inglobare le spinte, talora assai divergenti, della ricerca storiografica. Si può dire, anzi, che il declino del canone nazionale appaia nel caso dell’Italia particolarmente evidente, in ragione anche dell’andamento della recente storia politica del paese. Ci riferiamo al tornante costituito, tra il 1992 e il 1994, dalla fine della cosiddetta prima Repubblica, vero e proprio spartiacque della storia italiana recente. Come vedremo meglio in seguito, proprio in quegli anni – ed è una coincidenza che fa pensare – si eclissava infatti (definitivamente?) il genere storiografico della «storia d’Italia». Si può aggiungere, in via preventiva, che in Italia – forse più che altrove – a quella crisi corrispose un’aspettativa particolarmente fiduciosa nei confronti della nuova Europa, la creatura politica che sembrava prendere forma dopo il 1989, nonché anche verso una nuova «storia d’Europa».1 Sicché a un inedito sistema istituzionale, che si profilava come l’approdo naturale di una comunità lacerata e disorientata, sembrava poter corrispondere la maturazione di una storiografia già da tempo proiettata verso il superamento dell’orizzonte di senso della storia nazionale. In Italia, e più in generale per i popoli facenti parte della nuova Unione Europea, pareva cioè a portata di mano la delineazione di un nuovo passato collettivo, e ciò malgrado le affannose controversie di tipo identitario in materia di eredità culturali comuni entro i confini del «continente portatore di civiltà».2
Rispetto a quel momento, però, la situazione è poi venuta cambiando: mentre, in Italia come altrove, la popolarità dell’Europa politica segna il suo minimo storico, non sembra più profilarsi la sagoma di una nuova storia del continente; e tale assenza può essere davvero considerata uno dei sintomi, forse poco appariscente ma molto effettivo, dello stallo della costruzione europea (come si vedrà nel paragrafo conclusivo). D’altra parte, rimane incontestabile che la «storia d’Italia», intesa come discorso unitario capace di abbracciare quel lungo periodo che dal pieno Medioevo conduce al XIX secolo e poi all’oggi, si è intanto venuta esaurendo.
1. Fine della storia d’Italia?
I segni della fine della «storia d’Italia» emergono, nella pratica degli storici, già negli anni Settanta del Novecento, e maturano nel decennio successivo, per intensificarsi poi negli anni Novanta, proprio in concomitanza con la crisi della prima Repubblica.
Si può partire dal più estrinseco di tali segni, un dato banale e però straordinariamente eloquente. Dagli anni Ottanta in poi non vengono più progettate, e quindi realizzate, nuove «Storie d’Italia»; e se alcune esperienze editoriali si concretizzano quasi in extremis proprio negli anni Ottanta,3 i riferimenti storiografici essenziali rimangono la Storia d’Italia edita da Einaudi fra il 1972 e il 1976 e la Storia d’Italia curata da Giuseppe Galasso per la Utet, che comincia a essere pubblicata nel 1978.4 La prima, in particolare, rappresenta l’ultimo autorevole tentativo di riformulare in modo sistematico il percorso della storia italiana sul lungo periodo, seguendo una progettazione che risale alla fine degli anni Sessanta.5 Quasi coeva è anche l’ideazione di una diversa, ma non meno ambiziosa operazione, quella curata da Galasso; diversa perché sviluppata, fino al Risorgimento, secondo un taglio “regionale” che esalta – invero senza discuterlo – il pluralismo istituzionale di antico regime, rendendo così ancora più perentorio il disegno immanente di convergenza della prospettiva unitaria, e la sua teleologia.6
Sforzi di tale portata non si sono più ripetuti; non è stato cioè più riproposto il tentativo di ripensare una possibile logica di insieme della storia del paese, né è stata ritentata la scommessa di un nuovo catalogo di «caratteri originali» integrato nelle vicende storiche del loro inveramento. In tal modo si è andata silenziosamente svuotando la tradizionale alternativa tra la prospettiva di Benedetto Croce, che vedeva una storia d’Italia possibile solo con l’avvio dello stato unitario, e quella rappresentata da autori come Luigi Salvatorelli, che rivendicava la continuità della nazione italiana come comunità di lingua e di cultura fin dai tempi di san Francesco e di Dante.7
Non è perciò un caso che gran parte dei saggi qui raccolti, e anche questa introduzione, entrino ripetutamente in dialogo con alcuni dei testi contenuti in quelle ultime Storie d’Italia, e in particolare con quella einaudiana. Non per questo verrà tentata una compiuta ricostruzione del suo complesso profilo interpretativo e dei suoi evidenti obiettivi di rinnovamento metodologico, coerenti con le tendenze e gli umori di una stagione intellettuale straordinariamente intensa. La utilizzeremo piuttosto come metro di paragone dei cambiamenti intervenuti nel senso comune storiografico lungo i decenni che ci separano dalla sua realizzazione.
Dagli anni Settanta, peraltro, non solo sono venute a mancare le narrazioni di lungo periodo, quelle atte a sorreggere un canone nazionale, ma non sono state molto frequenti neppure le ricostruzioni d’insieme relative all’Italia unita, dal 1860 in poi;8 mentre, guardando alle epoche precedenti, gli ultimi seri tentativi di fornire una sintesi della storia dell’Italia medievale sono stati quelli di Giovanni Tabacco e di Ovidio Capitani, che risalgono al 1974 (all’interno della Storia einaudiana) e al 198...
Indice dei contenuti
- Risvolto
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Introduzione. Discutere il canone nazionale
- Stato
- Chiesa
- Lingua e letteratura
- Intellettuali
- Risorgimento
- Famiglia
- Fascismo
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