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Elisabetta Farnese principessa di Parma e regina di Spagna
Atti del convegno internazionale di studi, Parma, 2-4 ottobre 2008
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Elisabetta Farnese principessa di Parma e regina di Spagna
Atti del convegno internazionale di studi, Parma, 2-4 ottobre 2008
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Erede di una dinastia in via di estinzione, Elisabetta Farnese sposa nel 1714 Filippo V di Spagna. Allevata in una piccola ma culturalmente prestigiosa corte padana, la principessa, rivelatasi immediatamente «scaltra come una zingara», esercita un ruolo di primo piano nella direzione politica del Regno, sostituendosi di fatto al debole marito e occupando la scena europea fino alla morte.
Determinata ad assicurare un trono ai figli, esclusi dalla successione spagnola in quanto di secondo letto, la sovrana allaccia relazioni internazionali ed elabora progetti politici che riescono a soddisfare i suoi ambiziosi disegni: dopo anni di trame e di intrighi, di alleanze e di loro rovesciamenti, di guerre pressoché ininterrotte e di accordi spesso non mantenuti, Elisabetta raccoglie i frutti della sua lungimirante politica, riuscendo a sistemare i propri figli, maschi e femmine, nelle principali corti europee.
Osservata attraverso fonti finora poco frequentate, dai primi anni alla corte farnesiana a quelli della vedovanza e dell'emarginazione, Elisabetta viene qui presentata in tutta la complessità della sua figura di sposa, madre, matrigna e abilissima sovrana.
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StoriaCategoria
Storia europeaElisabetta Farnese e Carlo di Borbone: il carteggio dell’«año sin rey» (1759)
1. Il reinado pionero di Ferdinando VI
Il regno di Ferdinando VI era iniziato sotto i migliori auspici. Nel 1746, la morte di Filippo V lasciava in eredità all’ultimo figlio supersite di primo letto una struttura burocratica ben funzionante, grazie alle qualità di alcuni ministri. Fra tutti spiccava la figura di Ensenada1 che, alla morte di Campillo (1743), era stato incaricato del dispaccio di tutte le segreterie e cumulava quindi con quella di Stato, l’Azienda, Guerra Marina e Indie, la soprintendenza delle rendite generali ed anche l’ammiragliato e il notariato dei regni di Spagna. Ensenada, come ha notato Juan Luís Castellano, rappresentava in questa fase «el continuismo» dell’azione governativa, che «en estos momentos era una razón nada desdeñable».2 Il duca di Noailles parlava di lui come di un vero e proprio primo ministro.3
L’unico personaggio in grado di controbilanciare l’onnipotenza di don Zenone in questi anni era una sua stessa creatura: quel José de Carvajal4 che Ensenada aveva aiutato agli inizi della carriera politica, facendolo promuovere nel gennaio 1746 presidente della Giunta generale di commercio e moneta. Alla fine dello stesso anno Ferdinando VI lo nominò decano del Consiglio di Stato e gli avrebbe attribuito anche il titolo di primo ministro, se la regina Barbara di Braganza non si fosse opposta.5 Il binomio Ensenada-Carvajal avrebbe potuto rivelarsi disastroso per il buon andamento dello Stato. Ma, grazie a un certo equilibrio e malgrado inevitabili rivalità, i due uomini politici non si contrapposero in sterili conflitti.6 Fu anche grazie alla loro intelligenza e capacità di collaborazione che almeno la prima metà del regno di Ferdinando VI si ricorda come un «reinado pionero»,7 pur non potendosi riconoscere al sovrano particolari qualità personali.
Non tutto il potere si concentrava nelle mani di Carvajal e Ensenada. Ne rimaneva fuori la parte corrispondente alla segreteria di Grazia e Giustizia, gestita dal Consiglio di Castiglia, che l’8 ottobre 1747 affidò la direzione a don Alonso Muñiz, reggente di La Coruña. Inoltre era fuori del controllo dei ministri quella che è stata definita la «conciencia del rey»,8 che ancora fino ad aprile del 1747 rimase nelle mani del confessore messogli accanto anni prima da Elisabetta Farnese, il gesuita francese Fevre. Fu Carvajal a determinarne la sostituzione con un personaggio di sua piena fiducia: il gesuita spagnolo Francisco Rávago.9 Rávago assumerà all’interno dello Stato un potere senza confini precisi, fatto soprattutto d’influenze personali e complicati rapporti con i ministri. Insieme ad Ensenada e Carvajal, gestirà la politica spagnola dal 1749 a tutto il 1753, comprese le negoziazioni del Concordato con la Santa Sede conclusesi proprio quell’anno.10
Il regno di Ferdinando VI si caratterizzò, secondo Pedro Voltes,11 soprattutto sotto il profilo artistico. Grazie al gusto raffinato di Barbara di Braganza, venne lasciato ampio spazio alla musica, in un decennio che vide la presenza a Madrid di Alessandro Scarlatti e di Carlo Broschi «Farinelli», mentre proseguivano con ingenti spese i lavori per il completamento del sontuoso palazzo reale voluto da Filippo V, che sarà inaugurato da Carlo III.
La morte di Carvajal, l’8 aprile 1754, consegnando nelle mani di Ensenada un potere eccessivo, finì col rompere questo precario equilibrio. Il ministro tentò di far nominare segretario del Consiglio di Stato un suo fedelissimo, Agustín Pablo de Ordeñana, ma la manovra non gli riuscì, perché incontrò l’immediata opposizione del partito spagnolo. Sia Ensenada che il defunto Carvajal, infatti, pur essendo stati sostenuti dalla nobleza, non vi «pertenecieron con todo derecho». Allo sparire dalla scena di Carvajal, il gruppo dei Grandi fece in modo da prendere nelle mani il potere:12 il 15 maggio 1754 venne nominato consigliere decano del Consiglio di Stato il maggiordomo maggiore del re, già presidente del Consiglio delle Indie, Fernando de Silva duca di Huéscar, in seguito duca d’Alba,13 celebre soprattutto perché la nipote ed erede, la duchessa d’Alba, sarà la modella di Goya per le sue «majas». Nello stesso giorno, grazie all’appoggio del duca, entrò nella compagine di governo con il compito di segretario di Stato il ministro di origini irlandesi Ricardo Wall,14 già ambasciatore spagnolo in Inghilterra.15 I nuovi ministri potevano contare sull’appoggio di Barbara di Braganza tramite il suo musico preferito, il celebre Farinelli il quale, più che un cantante di corte, fu l’«hombre de confianza» della regina e si occupò di tutte le feste e cerimonie. Fece venire da Venezia il pittore Giacomo Amiconi, che lavorò nel palazzo reale dipingendo numerose scene e macchine da festa. Insieme con Ensenada ideò e promosse la folle spesa della squadra del Tajo, arsenale di marina in miniatura, che venne messa in scena nelle vasche di Aranjuez dal 23 al 25 giugno 1754, pochi giorni prima della caduta del ministro.16
Secondo John Lynch, il declino di Ensenada e la contestuale ascesa di Huéscar rappresentarono un ritorno a vecchi schemi e una ripresa della tradizionale prevalenza dell’aristocrazia, di cui il duca era esponente. Fu la politica estera a subire i peggiori contraccolpi, perché il «segundo gobierno» si comportò in maniera incoerente, mettendo a rischio la neutralità perseguita dal primo. Al contrario di quanto si è affermato su Wall e sulla sua politica anglofila, negli ultimi anni di Ferdinando le relazioni con l’Inghilterra sarebbero in realtà peggiorate.17 Ma durante il suo regno sembrarono coesistere molte delle condizioni necessarie per un profondo cambiamento: un monarca non troppo ambizioso, un potere ministeriale forte, la pace internazionale, una certa prosperità economica. Una corrente riformista, spinta dallo Stato e ispirata a nuove idee, si scontrò con gruppi di interesse che ne impedirono la realizzazione.18
La storiografia spagnola tradizionale ha sostenuto che la politica di neutralità dei due governi di Ferdinando VI danneggiò gl’interessi della monarchia spagnola. Ma mentre per il «primer equipo» si è fatto riferimento a una neutralità «vigilante y armada», ossia consapevole e positiva, per il «secundo gobierno» si è parlato di immobilismo ingiustificato, «inexplicable y suicida»,19 attribuibile alla «supuesta anglofilia» di Ricardo Wall. In realtà entrambi i ministeri dovettero sottostare alle direttive del sovrano, restìo agli interventi militari e fiero della sua reputazione di re pacifico. Si disse che alcune azioni di guerra, come quella guaraní, fossero condotte a sua insaputa e solo per il tramite della regina fu possibile ottenere a posteriori, se non la sua approvazione, almeno il suo consenso. Secondo alcuni storici, la caduta di Ensenada sarebbe stata provocata proprio da un’iniziativa in campo bellico: quando Ferdinando si accorse che il ministro aveva dato ordine di attaccare le postazioni inglesi sulla Costa de los Mosquitos, lo avrebbe licenziato in tronco dicendo: «Estámos en guerra sin saberlo».
La politica perseguita dal «primer equipo», costituito da Ensenada e dal padre Rávago e integrato da Carvajal, produsse in campo ecclesiastico un andamento “regalista”, con una netta difesa del patronato regio, espressa in non meno di 18 fra leggi e decreti. Rávago dimostrò la propria influenza sul re in episodi significativi, come il contrasto con l’agostiniano Flórez, il caso dei gesuiti del collegio della città di Vitoria, il culto del beato Raimondo Lullo tipico delle isole Baleari, la polemica sulle opere del cardinale agostiniano Noris.20
Il 20 luglio 1754 Ensenada venne incarcerato e subito dopo esiliato,21 provocando un grave scandalo in tutta la Spagna. Alla segreteria di Guerra fu chiamato Sebastián Eslava, mentre a quella di Marina andò Julián Arriaga. La caduta di Ensenada non provocò subito quella di Rávago, che mantenne il suo posto fino al 30 settembre 1755, quando Ferdinando VI lo giubilò per «su avanzada edad y sus achaques». Ma il gesuita conservò il posto di consigliere dell’Inquisizione fino al 1763 e, come vedremo, intervenne nelle vicende legate alla malattia di Ferdinando.22 Dopo la caduta di Ensenada fu a capo dell’opposizione filo-ensenadista del Regno. Come confessore del re gli successe il 7 ottobre 1755 Manuel Quintano Bonifáz, arcivescovo di Farsalia e teologo, Inquisitore generale dopo la morte di Pérez de Prado (luglio 1755). Diversamente dal predecessore era ben visto dalla regina Barbara di Braganza.
La scelta di Ferdinando VI di esonerare dall’incarico Ensenada spezzò la linea ascendente della politica spagnola. Subito dopo il «destierro» di Somodevilla, si formò il «segundo equipo ministerial» di Ferdinando VI, che vide protagonisti il duca d’Alba, Ricardo Wall e don Juan Gaona y Portocarrero, conte di Valparaíso, sostenuti dalla regina Barbara, dall’ambasciatore inglese Benjamin Keene23 e dal ministro di grazia e giustizia Muñiz. Gli storici sembrano concordi nel ritenere il «segundo equipo» non all’altezza di quello messo in piedi da Ensenada e Carvajal. Una parte della responsabilità può essere attribuita al nuovo assetto dato alle segreterie, che non dovevano «interferirse unas a otras», giacché «cada una tiene su campo especifico», descritto nei decreti costitutivi del 15 maggio e del 26 agosto 1754.24 Wall non riuscì a creare intorno a sé una squadra valida, forse perché impedito dalle successive crisi determinate dalle malattie prima della regina, poi di Ferdinando VI. Comunque ebbe un entourage di sostenitori, tra i quali il marchese Grimaldi, il conte di Aranda, Manuel de Roda, Campomanes, il conte di Fuentes, e riuscì a sopravvivere anche grazie a un’accorta politica matrimoniale: la successiva riabilitazione di Ensenada, nel 1760, non scalfì la sua influenza a corte.25
2. Doña Barbara, la «portuguesa»
Di doña Barbara e del suo ascendente su Ferdinando VI si è scritto molto, così come sul contrasto che avrebbe opposto l’anziana regina madre Elisabetta alla «portuguesa». La coppia reale spagnola, che si era unita in matrimonio nel 1729, era sterile e la responsabilità pare fosse da imputarsi alla sovrana che, stando alle più recenti indagini, soffriva di un cancro all’utero.26
Con la morte di Filippo V il quadro politico si ribaltò: i vecchi favoriti, come Sebastián de la Cuadra e i suoi «vizcaínos» vennero allontanati dalle stanze del potere. Ferdinando si vendicò dell’esilio dalla corte e da suo padre impostogli dalla matrigna, confinandola nella gabbia dorata della Granja di San Ildefonso. Ma la salute della coppia regnante non era delle migliori e il quesito che in molti si ponevano era su chi dei due sarebbe morto prima: se il re avesse preceduto la moglie nella tomba, il potere della regina madre a corte si sarebbe rafforzato ed Elisabetta detestava la «portuguesa», la quale perciò avrebbe dovuto allontanarsi. Se invece fosse morta prima Barbara, sarebbe stata Elisabetta ad avere la peggio, nel caso Ferdinando avesse deciso di riprendere moglie. Per questo motivo Elisabetta aveva inviato a corte l’infante Luigi, soprannominato «L’Amito», che doveva tenerla al corrente delle condizioni di salute dei due coniugi.
Il 27 agosto 1758 Barbara morì ad Aranjuez, assistita dal medico di corte Andrés Piquer,27 il quale diagnosticò una idropisia invasiva, che avrebbe causato il decesso per asfissia polmonare. La sua morte alterò il quadro politico della monarchia: Ferdinando si rifugiò nel castello di Villaviciosa de Odón, a una quindicina di chilometri da Madrid, con il pretesto di trascorrervi qualche giorno di tranquillità. Elisabetta Farnese offrì al figliastro di ospitarlo nella sua villa di La Granja, per prendersi cura di lui e assisterlo, ma Ferdinando rifiutò: ora meno che mai si fidava dell’anziana regina.28
Già prima della morte di Barbara, quando era apparso chiaro l’esito fatale, erano iniziate in varie corti d’Europa manovre per tentare di assicurare una seconda moglie al sovrano e un erede al trono di Spagna. La diplomazia francese si era adoperata per proporre Vittoria, secondogenita di Luigi XV e non si fermò neppure quando si capì che il re non sarebbe sopravvissuto a lungo: anzi, quando si cominciò a parlare della necessità di nominare per testamento un erede al trono, sempre dalla Francia giunsero suggerimenti e pressioni perché Ferdinando indicasse il fratellastro Filippo, duca di Parma e marito di un’altra delfina, piuttosto che il re di Napoli Carlo.29 Altre voci accreditavano come candidata più probabile al secondo matrimonio Isabella Maria, figlia dei duchi di Parma, nipote di Elisabetta Farnese. In una lettera del 15 agosto 1758 al principe di Jaci,30 Tanucci scrisse che gli spagnoli facevano profezie riguardo alle probabili nozze con la principessa di Parma. Disturbava la corte di Napoli l’eventualità che Ferdinando, sull’esempio del padre, rinunciasse al trono e decidesse di ritirarsi a ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Presentazione
- Il ducato di Parma e di Piacenza tra Sei e Settecento
- L'educazione artistica di Elisabetta Farnese alla corte di Parma
- Nascita di una regina: il viaggio di Elisabetta Farnese da Parma a Madrid
- Élisabeth Farnèse et la princesse des Ursins: un coup de majesté?
- Élisabeth Farnèse sous le regard de Saint-Simon
- Isabel de Farnesio reina de España: símbolo, imagen y ceremonia
- Elisabetta Farnese e il governo della Spagna
- Bárbara de Braganza y la corte de Isabel de Farnesio
- «La virtuosa coronata». Élisabeth Farnèse et l'implantation de l'opéra à la cour d'Espagne
- La Santa Sede, Alberoni e la successione di Parma
- Vienna e la politica italiana di Elisabetta Farnese
- La successione Farnese e le «turbolenze dell'Italia» nelle relazioni dei diplomatici lucchesi
- La politica spagnola in Italia: Elisabetta Farnese e le guerre di successione
- Elisabetta Farnese e Carlo di Borbone: il carteggio dell'«año sin rey» (1759)
- L'apprendistato di un re: Carlo di Borbone a Napoli
- Dalla Ducale Galleria di Parma al Real Museo di Napoli. Trasformazioni dell'idea di museo sotto Carlo e Ferdinando di Borbone
- L'Archivio Farnese a Napoli
- Elisabetta Farnese: nota biografica
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