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Dalla trincea alla piazza
L’irruzione dei giovani nel Novecento
- 481 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro
Il tema dell'irruzione dei giovani nella vita politica novecentesca si è presentato, nel dibattito pubblico, soprattutto in relazione a due momenti: il mito della giovinezza nel periodo fascista e, in ambito più generale, il movimento del 1968. Ripercorrendo le vicende del secolo appena trascorso, i saggi qui raccolti cercano di ricostruire, nei vari momenti storici, la continuità e le forme della loro presenza sulla scena politica.
Quando "nascono" i giovani? O meglio: quando i giovani hanno avuto un ruolo attivo, hanno condizionato le scelte della classe dirigente, hanno influito profondamente nella cultura, hanno cercato di imprimere alla storia un corso che fosse debitore anche della loro partecipazione?
Il tema è stato affrontato da autori di diversa formazione culturale e di diverse età anagrafiche, tenendo presente prevalentemente la realtà italiana ma non tralasciando comparazioni nel contesto generale della storia europea.
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Storia del XX secoloDalla Resistenza agli «anni di piombo»
Fabrizio Astolfi
La Resistenza come mito di fondazione
1. «…e compresi che avrei potuto ancora sorridere»
Dopo l’8 settembre Ada Gobetti, vedova di Piero e da tempo in contatto con gli ambienti democratici, collabora con la Resistenza. Nel marzo del 1944 il figlio Paolo, anch’egli partigiano, si trova in una zona conquistata dai partigiani, che hanno costretto all’evacuazione il presidio tedesco. La vittoria però è di breve durata perché i nazifascisti, riorganizzatisi, attaccano in forze e occupano di nuovo la zona. Dopo lo scontro, circola voce che i fascisti abbiano ucciso un partigiano e lo abbiano abbandonato sul ciglio della strada, ordinando che il cadavere non venga rimosso e resti lì, a monito per la popolazione. La notizia raggiunge Ada che, non avendo da giorni informazioni sulla sorte del figlio, si dirige terrorizzata verso il punto dove giace il ragazzo. Facendosi largo in mezzo al capannello di persone che circonda il morto, la donna vede che non si tratta di Paolo. Il cadavere, abbandonato sotto una pioggia battente, è stato sfigurato dai fascisti con i calci dei fucili. Ada, dopo un iniziale sollievo, scoppia in un pianto dirotto: l’impressione e il disgusto per il feroce spettacolo portano la donna a bestemmiare la vita che rinasce: è primavera infatti, ed il risveglio della natura sembra un insulto beffardo, nel contrasto tra i prati intorno, che ricominciano a fiorire, e la morte che divora tutto e tutti possiede, senza pietà e senza redenzione: «Ma perché – grida – perché nascono ancora le viole su questa terra? A cosa servono?». In quel momento si avvicina una bambina, attirata dalla confusione; si ferma, guarda i grandi, non capisce la loro aria grave né il motivo del pianto delle donne. Poi si dirige oltre il ciglio della strada, nel prato, e si mette a cogliere i fiori. Ada, vedendo lo spettacolo, capisce che quei fiori sono lì a garanzia della vita e del futuro, perché le bambine possano coglierli e giocarci: «Guardai la bambina, e compresi che avrei potuto ancora sorridere».
Questa storia, riportata nel diario di Ada, può oggi essere raccontata solo cogliendone l’aspetto retorico. Per capirci meglio, occorre assumere la diffusa categoria della retorica resistenziale e chiarirne aspetti, natura e rilevanza.
2. La retorica resistenziale
La Resistenza è entrata a far parte di un repertorio ideale e narrativo, messo a servizio della costruzione di una nuova identità collettiva. È parte di una retorica, all’interno di un discorso pubblico che la pone al centro del processo di rifondazione dello Stato; essa contiene quegli elementi ideali che diverranno i fondamenti di legittimità del nuovo regime repubblicano e che la Costituzione si incaricherà di formalizzare; la partecipazione alla Resistenza diventa il titolo che consente, ai nuovi partiti usciti dalla guerra, di candidarsi alla guida del paese o che, comunque, ne garantisce la legittimità politica.
La vicenda resistenziale, però, concorre ad alimentare anche un altro piano del discorso pubblico: essa, infatti, diventa insieme base e discrimine dell’identità politica di quella parte del paese che nei valori della Resistenza si riconosce e che, anzi, è convinta sia necessario alimentarli e tenerli vivi, contro quei settori che nella Resistenza vedono semplicemente un mito truccato al servizio dei nuovi vincitori, incapaci, esattamente come il fascismo, di affermare la propria egemonia senza agitare il paese, provocando cinicamente lutti e distruzioni in vista del proprio esclusivo vantaggio di parte. Questa divisione non è solo politica e non segue i bordi della faglia che separa la sinistra dai moderati. Per una parte della società la Resistenza si trasforma rapidamente in una narrazione mitica che, con gli anni, si riveste di un valore, di un’esemplarità, di una rilevanza ancora maggiori, se possibile, rispetto al periodo immediatamente successivo alla guerra. Racconti come quello di Ada Gobetti diventano parte di un repertorio narrativo che troverà traduzioni diversissime nella cultura italiana; fino a trasformarsi, questo repertorio, in un mito di fondazione, che condiziona cultura e società nell’Italia del dopoguerra, mostrando capacità imprevedibili di adattamento a contingenze differenti e travalicando i confini delle identità politiche. La lotta di liberazione diventa, nel discorso pubblico italiano, il “secondo Risorgimento”, la vicenda nella quale il popolo italiano invera e legittima la sua autonomia e la sua stessa esistenza come nazione, riscattando simbolicamente le proprie responsabilità collettive e contribuendo, dalla parte giusta, alla riconquista della libertà e della giustizia conculcate dal fascismo; tutto questo indipendentemente dalle identità diverse, e persino conflittuali, che in questa battaglia si riconoscono e ad essa collaborano. Attorno alla narrazione della Resistenza, dunque, si edifica una costruzione retorica, ovvero un repertorio, una memoria, dei ruoli e dei luoghi che producono l’identità della cittadinanza repubblicana e l’identità politica della sinistra.
Non si può spiegare la sopravvivenza lunga del complesso retorico prodotto dalla Resistenza con elementi esclusivamente politici: se l’antifascismo fonda ufficialmente la legittimità dei partiti in età repubblicana, quel paradigma però è stato assoggettato a pesanti revisioni, fin dall’immediato dopoguerra. Oggi, poi, le forze che hanno radicato la propria identità nella lotta di liberazione non esistono più, alcune di loro da molti anni: eppure la Resistenza è ancora oggetto di continua polemica, forte paradossalmente più per chi la contesta che per chi ne dovrebbe rivendicare l’eredità. Non sono polemiche riducibili ad elemento di scontro tra i partiti, investendo piuttosto una questione culturale e di identità; esse derivano dal fatto che la Resistenza ha fondato la legittimità della sinistra italiana, fornendole un alto tasso di riconoscibilità. L’importanza della legittimazione resistenziale, allora, non può essere limitata esclusivamente alla natura ideologica e politica delle forze che vi si sono riconosciute, e va spiegata in un altro modo.
Le due fondazioni che procedono dalla Resistenza, quella della nazione repubblicana e quella, più specifica, della sinistra, hanno tutto sommato potuto coesistere, nonostante momenti anche duri di tensione, prodotti dal clima di scontro che investe il paese negli anni della guerra fredda. Questo si deve alla natura della lotta di liberazione: la specificità della scelta resistenziale, infatti, è nella reazione autonoma di una parte del paese alla tradizionale passività collettiva. Nelle costruzioni retoriche che ne procedono, questo rimanda all’epica di un popolo che rinasce e riconquista autonomia, contro la dominazione straniera e contro l’ideologia nazifascista. Questo però diventa, contemporaneamente, anche il punto di innesco di un’altra vicenda: è la sinistra italiana che, partecipando alla Resistenza, può essere riconosciuta come forza nazionale. C’è un elemento comune che caratterizza queste due narrazioni, e che ne consente la convivenza; e non è un elemento prettamente politico, ma ha caratteri che potremmo definire simbolici: si tratta della giovane età della maggior parte dei partigiani. Si afferma uno schema sentimentale, assai più che ideologico: molti giovani, nell’incoscienza della loro età, rischiano la vita per pagare le colpe dei “vecchi”, l’avvento del fascismo e l’alleanza con il nazismo. È il futuro della nazione – i giovani – che si sacrifica per assolverne il passato: un sacrificio innaturale, che viola leggi naturali profondamente radicate che, nel nostro paese, hanno anche consistenti fondamenti religiosi.
La partecipazione dei giovani è uno snodo centrale per comprendere ciò che la Resistenza italiana rappresenta per le due memorie sovrapposte, quella nazionale e quella politica: l’irruenza giovanile, in passato utilizzata a destra, fonda, per la prima volta dopo il Risorgimento, un patrimonio democratico condiviso; l’assunzione di responsabilità affrontate in prima persona che, tradizionalmente, segna il passaggio dalla giovinezza alla maturità, si confonde in questa vicenda tra orizzonte privato e piano collettivo: è la maturazione del paese tutto che, attraverso la messa in gioco dei suoi figli, riscatta la sua infanzia, trascorsa sotto la tutela del fascismo. Questo non è un materiale esclusivamente politico o ideologico, perché in esso si confondono aspetti politici, esistenziali, privati, morali; aspetti tanto forti da fondare memorie...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Marco De Nicolò, Presentazione
- Giovani nel Novecento: letture interpretative
- Dall’inizio del secolo al fascismo
- Dalla Resistenza agli «anni di piombo»
- Indice dei nomi
- Quarta di copertina