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Storia di Roma e dei romani
Da Napoleone ai nostri giorni
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Informazioni su questo libro
A partire dalla metà dell'Ottocento la storia di Roma è innanzi tutto la storia di una triplice capitale: dell'Italia unita, del cattolicesimo, degli amanti dell'arte e dell'antichità. Talvolta alleate, spesso rivali, queste tre capitali hanno contribuito a dare alla città eterna uno status unico al mondo, ma anche una cronica instabilità.
Roma è anche un cantiere permanente. A partire da Napoleone e fino alle grandiose risistemazioni del giubileo del 2000, i pontefici, i re d'Italia, il Duce e le varie amministrazioni comunali hanno senza sosta demolito, costruito, trasformato. Gli innumerevoli progetti urbanistici che si sono avvicendati nel tempo hanno creato nella città una profonda stratificazione architettonica, anche questa unica al mondo: in quale altro luogo potremmo trovare un intervento come quello compiuto da Richard Meier nel 2006 all'Ara pacis, edificata sotto l'imperatore Augusto, in una piazza restaurata da Mussolini, all'ombra di una chiesa barocca?
Con passo lieve, ma con rigore storico, Catherine Brice ci guida attraverso gli ultimi due secoli della storia di Roma, ricostruendone le vicende culturali, sociali, di costume, e restituendoci i colori, le luci, i rumori di una città sempre in bilico tra la conservazione del passato e le sfide di volta in volta poste dalla modernità.
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Histoire de l'Italie1. La città del papa
Nel secolo dei Lumi, Roma poteva dare l’impressione di una città ormai eccentrica, fuori del tempo, lontana dalla modernità. Il soffio della Rivoluzione portato dalla Francia doveva comunque arrivarvi, proprio alla fine del secolo, trascinato da un’occupazione di nuovo genere per una città che, dopo il sacco di Roma del 1527, non aveva conosciuto altro che la pacifica invasione dei pellegrini, degli amanti dell’arte o degli antiquari. Come si presentava, dunque, questa città estranea al suo tempo e tuttavia oggetto del desiderio di predoni e conquistatori come Napoleone Bonaparte? Porsi questa domanda significa presupporre l’eccezionale “personalità” di Roma, una sorta di carisma urbano che spiegherebbe il suo essere “città eterna”.
Il governo della Chiesa tra locale e universale
Roma era allora, nello stesso tempo, la capitale della cristianità e la capitale politica di uno Stato, quello del papa. Ne derivavano un’ambiguità di fondo e una certa complessità nel funzionamento degli organismi di potere. Il sovrapporsi di istituzioni (ed istanze) statali, ecclesiastiche e municipali rende difficile presentare un quadro generale unitario entro cui svolgere la narrazione degli eventi che riguardarono la città nel periodo compreso tra la Rivoluzione e il 1870. Inoltre, certe cariche risalenti al Medioevo, che sulla carta esistevano ancora nell’Ottocento, si erano in realtà svuotate di qualsiasi potere effettivo: se anche i rioni, i quartieri, esistevano ancora, essi corrispondevano ormai solo a delimitazioni topografiche, senza alcuna istanza di rappresentanza politica, pur se potevano comunque caratterizzare specifiche identità urbane all’interno della città. Ma la vera delimitazione territoriale, la cellula di base dell’organizzazione sociale romana, era ormai costituita dalla parrocchia. Le parrocchie non avevano soltanto competenze religiose, ma erano ugualmente attive in campo civile e morale, sia come strumento di controllo sociale, sia relativamente all’educazione e all’assistenza dei bisognosi.
Per quanto riguarda il governo municipale, occorre ricordare che l’assunzione formale da parte del papa delle giurisdizioni urbane risaliva al 1646, quando per la prima volta la carica di senatore era stata attribuita con un breve pontificio. Nel corso dei secoli XVII e XVIII, le istituzioni municipali persero la loro importanza, mentre si affermò la figura del governatore, nominato sempre tra i cardinali.
Tuttavia, il senatore, la più eminente tra le magistrature capitoline, i tre conservatori, il priore dei caporioni e il Consiglio segreto restavano in funzione, nonostante il loro ruolo fosse ormai solo simbolico. Al loro fianco, una folla di impiegati municipali, dai musici agli scrivani. All’interno di queste magistrature capitoline, i caporioni – scelti a partire dalla seconda metà del XVIII secolo tra le fila del patriziato urbano – erano i più vicini alla popolazione. Dalla metà del XVI secolo i caporioni avevano a loro disposizione una milizia urbana dotata di competenze in materia di polizia, di difesa militare in caso di assedio della città e di guardia d’onore pontificia durante le cerimonie. Ma anche se le autorità rionali ottennero, a metà del XVIII, secolo nuove uniformi, rosse e oro, i loro poteri reali erano diminuiti, fino a limitarsi ad apparizioni in occasione delle cerimonie di presa di possesso dei papi. Il loro ruolo diveniva di nuovo importante nei momenti – assai particolari – di vacanza del potere pontificio, quando i cardinali erano riuniti in conclave per eleggere il nuovo papa, ed era necessario prevenire tumulti, complotti e manifestazioni clamorose. Nel XVIII secolo i rischi di sollevazioni erano assai minori rispetto ai secoli precedenti, e i conflitti tra le grandi famiglie romane erano meno diretti. Ai caporioni e alle loro milizie spettava ancora la protezione del palazzo del cardinale che fosse stato eletto papa e delle residenze papali dopo la morte del pontefice regnante, allo scopo di scongiurare i saccheggi dei tesori e delle opere d’arte che vi si conservavano.
Poiché la milizia non aveva più, nel XVIII secolo, un ruolo veramente attivo in materia di polizia, questa ricadeva tra le mansioni degli sbirri dei numerosissimi tribunali romani, con gli inevitabili problemi nella definizione delle competenze, mentre la milizia doveva accontentarsi di effettuare arresti e perquisizioni senza poter condurre le inchieste. Ma il tribunale più importante era quello del governatore di Roma cui, nel 1792, si aggiunse una congregazione destinata ad esercitare l’attività di controllo e di repressione. Bisognò aspettare il 1816 perché fosse istituita una polizia pontificia organizzata capillarmente su tutto il territorio, e a cui spettava raccogliere e gestire le informazioni, e condurre le inchieste. A capo delle funzioni di polizia era il governatore di Roma, con il titolo di direttore generale della polizia, una figura il cui l’archetipo potrebbe essere Scarpia…
Riguardo alle gerarchie nell’organizzazione dello Stato, al di sotto del papa, sovrano assoluto, si trovava il Sacro Collegio dei cardinali, un organo elettorale e di governo investito, in teoria, di tutti i poteri amministrativi. Ma all’epoca di cui trattiamo, i poteri decisionali e di controllo del Concistoro si erano persi da molto tempo. In effetti, gli affari dello Stato erano amministrati dalle congregazioni cardinalizie, tra le quali spiccava la Sacra Consulta, creata da Sisto V (1585-1590) e presieduta dal segretario di Stato, una specie di ministro degli Interni, privo però di qualsiasi potere sulla città di Roma. La congregazione del Buon Governo regolava e controllava l’amministrazione delle province e dei comuni, e la congregazione economica, presieduta dal cardinale camerlengo, era una sorta di ministero delle Finanze dello Stato pontificio. A queste tre principali congregazioni se ne aggiungevano poche altre, dai poteri meno estesi, talvolta anche create ad hoc.
Tra le congregazioni, poi, il Sant’Uffizio (o Inquisizione) e l’Indice, destinate alla repressione delle eresie e alla censura, contribuivano a offuscare fortemente l’immagine dello Stato pontificio nei paesi protestanti o nell’Europa dei Lumi, anche perché vietavano e punivano la diffusione della letteratura scientifica e filosofica nei territori pontifici.
I collaboratori diretti del papa erano il segretario di Stato, che si occupava soprattutto di politica estera, ma anche del controllo e della politica interna in quanto presidente della Sacra Consulta, e il cardinale camerlengo, responsabile delle questioni finanziarie e, ad esempio, interlocutore delle potenti corporazioni romane. Infine, le finanze dello Stato pontificio erano gestite dalla Reverenda Camera Apostolica, diretta ancora dal camerlengo. Nella Camera Apostolica operavano due personaggi particolarmente importanti per la città di Roma: il prefetto dell’Annona, incaricato dell’approvvigionamento di pane e grano nel distretto dell’Urbe, e il prefetto della Grascia che soprintendeva alle forniture di olio e di carne.
Il governo degli Stati pontifici,[1] insomma, funzionava come una monarchia assoluta elettiva, dotata di un apparato amministrativo di grande complessità, dal funzionamento lento e poco efficace.
Nel 1789, al momento dello scoppio della Rivoluzione in Francia, il seggio episcopale di Pietro era occupato da Pio VI, un uomo già oltre i 70 anni, personalità complessa, ancora legata ad un ruolo tradizionale di «protettore delle arti, principe del secolo e riformatore», ma poi inesorabilmente tendente a presentarsi come vittima degli imprevisti della storia.[2]
Giovanni Braschi era nato il 25 dicembre 1717 a Cesena, in Romagna. Non si sentiva neanche destinato alla carriera ecclesiastica, ma il caso, le scelte e le alleanze familiari e il suo percorso professionale lo portarono a Roma, nel 1740, al seguito del cardinale Ruffo, per il quale aveva prestato servizio. Una volta a Roma, si occupò dell’amministrazione della diocesi di Velletri e poi, nel 1753, divenne segretario particolare di papa Benedetto XIV. Braschi ricevette gli ordini minori solo nel 1758, quindi venne ordinato sacerdote e, lo stesso anno, fu nominato camerlengo dal nuovo papa Clemente XIII Rezzonico. Nel 1766 divenne tesoriere della Reverenda Camera Apostolica, cioè ministro delle Finanze della Santa Sede. Nominato cardinale nel 1774 da Clemente XIV Ganganelli, fu allontanato dalla corte ed inviato a Subiaco nel momento in cui scoppiava la crisi che agitava la Chiesa cattolica riguardo alla Compagnia di Gesù, disciolta il 21 luglio 1773 con il breve Dominus ac Redemptor.
Il conclave che si aprì nel 1774 per la successione di Clemente XIV, morto in condizioni da alcuni ritenute sospette, durò più di quattro mesi e vide l’opposizione dei cardinali nominati dai sovrani europei, detti politicanti, al partito romano degli zelanti, partigiani della ricostituzione dei Gesuiti; a questo partito – pur senza esserne un capofila – apparteneva Braschi. Fu senza dubbio questa posizione di zelante moderato che – il 15 febbraio 1775 – gli permise di ottenere, dopo il sostegno del cardinale de Bernis ambasciatore di Francia, l’unanimità dei voti – meno uno – alla sua candidatura. Braschi non era ancora nemmeno vescovo, titolo che gli venne conferito il 22 febbraio.
Dopo l’elezione, il cardinale di Bernis annunciò l’inizio di un «pontificato illuminato, pacifico, rispettoso delle regole e dell’ordine». Uomo di notevole bellezza (gli autori di satire lo chiamavano il «papa bello»), Pio VI sapeva sfruttare la sua prestanza quando incontrava i visitatori o nel corso delle numerose cerimonie che si tennero durante il suo pontificato. Grande lavoratore, non dormiva che cinque ore a notte, risiedeva nel palazzo Vaticano e al Quirinale, mentre una volta l’anno lasciava Roma per visitare le paludi pontine. Nonostante le vecchie tradizioni nepotistiche della Curia romana fossero, nel XVIII secolo, decisamente declinanti, Pio VI fece arricchire notevolmente i suoi parenti. Il nipote Luigi, una figura piuttosto scialba, beneficiò della sua generosità e fece costruire, tra piazza Navona e piazza S. Pantaleo, per la considerevole somma di 900.000 scudi, palazzo Braschi, provocando un’ondata di furore popolare.
Nel 1767, Charles Duclos redasse sul governo papale questo poco compiacente rapporto:
In generale, l’amministrazione economica dei papi è moderata: ma il governo è troppo letargico, e non potrebbe essere altrimenti. In media i papi non regnano che per sette anni. E non è possibile che un vecchio si occupi dei vizi che potrebbero trovarsi nell’amministrazione. S’illude di avere il tempo di correggerli e di avviare le riforme, ma non ha, alla sua età avanzata, il coraggio necessario per una tale impresa. Sogna di potere fare qualcosa, ma è generalmente governato da nipoti che, sapendo che non potranno mai succedergli, almeno immediatamente, si guardano bene dall’ispirargli idee di riforma. Idee che non farebbero altro che alienargli i più potenti cortigiani, che sono sempre i principali beneficiari degli abusi. I nipoti del papa si convincono, allora, ad approfittarne loro stessi.[3]
L’avvio del pontificato di Pio VI avvenne sotto gli auspici dell’anno santo, durante il quale affluirono a Roma circa 130.000 pellegrini.[4] La chiusura del giubileo fu l’occasione per il nuovo papa di chiarire la sua posizione riguardo allo Spirito dei Lumi: nella sua prima enciclica – la Inscrutabile Divinae Sapientiae – condannò senza appello la filosofia illuministica, colpevole di minare alle fondamenta la religione ed il potere politico. Non aveva compreso né presagito l’imminente precipitare degli eventi che avrebbero sconvolto l’Europa.
Pio VI si era circondato, per governare la Chiesa cattolica, di curiali e cortigiani, che influenzarono, con le loro azioni e le loro idee, la linea politica del papa. Il cardinale segretario di Stato – una sorta di primo ministro – era, tra 1789 e 1796, il cardinale Saverio de Zelada, che nel 1789 aveva già 72 anni. Il tallone d’Achille degli Stati pontifici era la cattiva situazione finanziaria: il papa affidò all’efficiente cardinale Fabrizio Ruffo il compito di risanare il bilancio pontificio. Un compito impossibile dal momento che, contro ogni tentativo di riforma, le corrotte élites curiali e nobiliari innalzavano ostacoli insuperabili. Il governo degli Stati pontifici era assicurato dagli stessi uomini che reggevano le sorti della Chiesa universale, i corrotti ufficiali della curia. La lentezza, anzi, l’immobilismo di questa amministrazione, estranea agli obiettivi che lo Spirito dei Lumi ormai assegnava a tutti i governi, provocava l’ironia e il sarcasmo degli osservatori stranieri. Già Montesquieu, nel 1729, aveva denunciato con durezza il malgoverno papale. Scriveva, nel 1785, Charles Dupaty, durante il suo viaggio a Roma:
Questo Stato si può ancora collocare, se si vuole, nelle terre d’Europa. Ma non è più nella società europea. Non conta più nulla nel mondo. E non ha, dunque, parte al suo movimento general...
Indice dei contenuti
- Dalla Roma francese alla Roma italiana. Un secolo caotico (1798-1870)
- Prologo
- 1.La città del papa
- 2. I francesi a Roma e la modernizzazione forzata
- 3. Roma è di nuovo a Roma
- 4. Pio IX, da papa liberale a prigioniero del Vaticano
- Roma italiana (1870-1922)
- 5. L’invenzione di una capitale politica
- 6. Una società nuova, un’economia stagnante
- 7. La distruzione di Roma?
- 8. La Roma di Leone XIII: cattolica e italiana
- 9. Una nuova capitale culturale
- 10. L’età del nazionalismo
- La Roma di Mussolini
- 11. Roma, dall’odio all’amore
- 12. Una città di fascisti?
- 13. La capitale del nuovo Impero
- 14. Da capitale dell’Impero a città aperta
- Roma 1943-2000: i pericoli della modernità
- 15. Un Campidoglio finalmente autonomo?
- 16. Cambiamento di scenario
- 17. La città delle due culture
- 18. La capitale di Giovanni Paolo II
- Conclusione. Una capitale come le altre?
Domande frequenti
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