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Informazioni su questo libro
Due donne americane di fronte alla Grande Guerra europea: Edith Wharton, scrittrice già affermata che in quegli anni sta scrivendo l'Età dell'innocenza – sarà la prima donna a vincere il premio Pulitzer – e Nellie Bly, giornalista famosa, che nel 1890 aveva stupito il mondo circumnavigando la terra in 72 giorni sulla falsariga del Giro del mondo in 80 giorni di Verne.Tra il febbraio e il novembre 1915 Edith Wharton viaggia a più riprese lungo il fronte occidentale, visitando le postazioni francesi nelle Argonne, in Lorena, nei Vosgi, sulla costa atlantica settentrionale e in Alsazia. Viaggi al fronte. Da Dunkerque a Belfort è il diario di queste visite, un reportage giornalistico che appartiene a una dimensione poco nota della scrittrice, conosciuta essenzialmente per i romanzi e i colti resoconti di viaggio.Tra l'ottobre e il novembre 1914 Nellie Bly è invece in Austria e visita le zone di guerra su un fronte opposto, lungo il confine orientale. I suoi reportage, pubblicati sul «New York Evening Journal», sono qui raccolti sotto il titolo In prima linea sul fronte russo e serbo.Tra le poche voci femminili a raccontare in diretta la prima guerra mondiale, Edith Wharton e Nellie Bly, con le loro cronache limpide e coinvolgenti, non sembrano parlare neppure dello stesso conflitto, tanto è diverso il loro approccio alla scrittura. Eppure la guerra, osservata da due donne schierate su fronti opposti, così lontane nelle scelte di vita e nello stile narrativo, si rivela essere in definitiva la stessa «maledetta follia».
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Biografie in ambito letterario Nellie Bly
In prima linea
sul fronte russo e serbo

Le tappe del viaggio di Nellie Bly verso il fronte russo e serbo.
Przemyśl, venerdì 30 ottobre 1914
Ieri, giovedì 29 ottobre, sono partita per il fronte. Mi hanno chiamata alle 5 di mattina. Lavarsi al buio è stato poco piacevole. La mia lampada elettrica era esaurita e la luce del giorno non si era ancora levata.
Alle sei sono scesa giù per quattro lunghe rampe di scala – sporche –facendomi strada tra una folla di soldati che spazzolavano e lucidavano le uniformi e gli stivali degli ufficiali, sollevando una polvere spaventosa e malsana.
Ho percorso un isolato fino a un locale all'angolo – il Caffè Steiber. Tre camerieri in miniatura – in questo paese sembrano tutti nani – con gli stessi abiti sporchi che indossavano il giorno del mio arrivo se ne stavano a chiacchierare con la ragazza dietro il bancone. Tutti i tavoli erano sporchi della cenere lasciata dai fumatori della notte, dunque mi rassegnai a sedermi. Non c'era scelta.
Penso che la gente sarebbe più pulita se le si insegnasse a esserlo e se fosse più consapevole dell'importanza della pulizia. È una cosa, forse la prima, che la guerra insegnerà loro – l'importanza della pulizia e dell'igiene.
Una donna sorridente e gradevole corse a pulire il mio tavolo e il pavimento con un secchio d'acqua fredda e sporca, usando lo stesso straccio. La consueta colazione, caffè e latte in un bicchiere con tre cucchiai di zucchero, una fetta di pane nero costa 58 heller, circa 15 centesimi di dollaro.
Avevamo ricevuto l'ordine di ritrovarci sulla piazza della stazione alle 7 in punto. Io ero lì, e c'erano anche i soldati che accompagnavano i nostri ufficiali come attendenti. I sei carri su cui dovevamo viaggiare erano pronti. Ma non c'era nessuno del nostro gruppo.
I nostri carri erano davvero singolari con le loro quattro piccole ruote; quelle anteriori erano ancor più piccole. Sui fianchi correvano lunghe assi di legno fissate agli angoli da aste verticali. Questa intelaiatura reggeva una struttura di salice intrecciato. In basso la struttura è larga circa 60 cm, in alto 1,2 m. ed è alta circa 70 cm. Quando la gente del posto sale a bordo, si siede sul fondo su un letto di paglia. Per noi avevano inchiodato delle assi, una sul fondo e due alle spalle dell'autista.
Le briglie sono di corda – tranne una fascia o sottopancia la cui unica funzione sembra essere quella di soffocare la bestia. I pony sono piccoli come Shetland, ma in condizioni davvero scadenti. Le povere bestie sono piene di buona volontà e fanno miracoli su queste strade impossibili. Quasi una su due è malata. È uno spettacolo deplorevole, sebbene susciti compassione.
Arrivarono tutti, da soli e in gruppo. Alcuni avevano la macchina fotografica, altri album da disegno e ognuno portava a tracolla una borsa di stoffa con il cibo per quel giorno. Tutti indossavano un berretto da soldato e molti avevano giacche e impermeabili militari. Ero perfettamente a mio agio con il mio berretto e il cappotto foderato di pelliccia. Alle 7.55 arrivò John, il nostro comandante. Un uomo, consultando l'orologio, mi disse: «Ora gli chiedo se il mio orologio è esatto».
Infine partimmo, alle 8 invece che alle 7. Il sole cercava di spuntar fuori dalla nebbia. Era caldo e piacevole.
Lungo le strade pavimentate, strette e fangose, avanzammo lentamente, un carro dopo l'altro, sei in tutto, serpeggiando dentro e fuori la scia dei lenti convogli di carri che avanzavano lungo il nostro tragitto e le file infinite di carri che andavano in senso contrario, portando soprattutto soldati feriti, anche se di tanto in tanto un carro pieno di fucili e zaini raccontava la storia silenziosa di tombe scavate in fretta, umide e intrise d'acqua.
Il paesaggio rivelava contorni di grande bellezza. Prima d'essere spogliato di ogni cosa – villaggi, case e alberi – deve essere stato meravigliosamente bello. Grandi pianure, sempre circondate da belle montagne digradanti. Sopra di noi il cielo era azzurro e sereno, una nebbia o foschia bianca rimase sospesa a breve altezza finché non raggiunse le montagne avvolgendole in un delicato velo azzurro.
In questo incanto azzurrino si vedevano truppe a cavallo correre in direzioni diverse, soldati d'artiglieria mettersi d'improvviso in movimento e sparire da un altro lato, truppe in divisa grigia e blu formare all'orizzonte una linea netta, come un treno merci.
Nonostante tutti questi movimenti, l'unico rumore che riuscivo a sentire era il suono continuo e regolare del cannone. Era come vedere le immagini di un film con l'effetto sonoro del cannone che usciva da dietro il sipario.
E mentre sullo sfondo il paesaggio cambiava continuamente, ai lati della strada si estendevano accampamenti che ricordavano immagini del West dei vecchi tempi. Migliaia di carri coperti di tela allineati, gli animali da traino staccati dai carri e riuniti in gruppi di sei oppure lasciati senza briglie, intenti a mangiare l'erba ai loro piedi. Ogni carro era pieno di viveri.
Ero impaziente di proseguire il viaggio. Più si avvicinava il rumore del cannone, più ero ansiosa di raggiungere il luogo dell'azione.
Ma prima si dovette seguire gli ordini. «Alt! Ausgang!».
Obbedii con riluttanza. Il colonnello John ci divise in gruppi e a ognuno fu ordinato di seguire il proprio capo e ubbidirgli. Seguii il colonnello John nel fango. Non si sarebbe potuto trovare posto peggiore. A ogni passo l'acqua inondava i nostri piedi che affondavano. Le norme sanitarie erano del tutto inesistenti. Cavalli, carri, tende erano ammassati insieme. Le tende sembravano alte un metro con una circonferenza di 1,20 m. Per entrarvi i soldati strisciavano sul ventre. Eppure, le tende erano scarse. A meno che fossero state accantonate altrove, le tende erano a malapena sufficienti per l'80% degli uomini.
Faticavo a osservare la scena, poiché tenevo gli occhi fissi al suolo nel tentativo di evitare la sporcizia umana che qualsiasi comandante avrebbe potuto risparmiarci.
Il generale Conrad von Hötzendorff aveva detto: «Scrivete la verità». È ciò che faccio. Scrivo nell'interesse dell'umanità. La cosa principale e più importante per l'Austria, oltre a potenti reparti militari, è un responsabile sanitario abile ed efficiente.
Circa quattro settimane fa il villaggio di Hermanowice occupava l'altra riva del piccolo ruscello che lo separa dall'accampamento. Restano alcuni camini. Mucchi di mattoni, intonaco e travi indicano il punto in cui un tempo sorgevano le case. I giardini calpestati, eppure verdi, con macchie di papaveri e baccari in fiore, non sono andati distrutti sotto i piedi di migliaia di russi, che dopo aver conquistato il luogo si sono lentamente ritirati tre settimane fa, subendo enormi perdite. Sui rami degli alberi caduti i soldati appendono gli abiti, che lavano nel ruscello, e i cappotti e le coperte, senza lavarli.
Le cucine di campo erano in piena attività. Sono simili a cisterne d'acciaio quadrate, fissate su quattro ruote. Al di sotto c'è lo spazio per la legna, lo sportello è collocato tra le ruote posteriori. Sulla sommità vi sono le aperture in cui vengono inseriti tre enormi pentoloni. Ognuno ha un pesante coperchio d'acciaio che si chiude ermeticamente. Sul retro sono appesi due pesanti mestoli d'acciaio con lo stemma dell'Austria.
Ogni cucina da campo prepara i pasti per 250 uomini in una volta sola. Ogni cinque giorni i soldati hanno diritto a 3,5 chili di pane e 200 grammi di biscotti. La mattina possono avere tè o caffè. A metà giornata ricevono carne stufata, verdure e talvolta riso.
«Cosa hanno per cena?», chiesi al colonnello John.
«Oh, per cena, non hanno molto», rispose, «solo pane nero e caffè».
Il cuoco stava tagliando la carne a pezzetti su un'asse sostenuta da due supporti d'acciaio a lato della cucina. Tagliava e spezzettava la carne in piccoli pezzi e li buttava nei pentoloni.
La carne sembrava fresca, l'animale era stato ucciso due giorni prima. I soldati agitavano su aste verticali i materassi di paglia destinati a coprire i carri. Fui contenta di lasciare il campo e riprendere il percorso tortuoso lungo le strade fangose, sui nostri carri. Ovunque scorgevo un gran numero di cavalli portati alla briglia. Con una certa frequenza, considerato il loro gran numero, mi capitava di vedere cavalli che marciavano su tre zampe, apparentemente azzoppati. Nessuna menomazione sembra meritare una pietosa pallottola. Devono attendere la morte. La vista di cavalli morti o capaci soltanto di sollevare la testa era uno spettacolo abituale.
In tempi come questi non si perde la pietà, ma si è consapevoli della propria impotenza. Questo è forse l'aspetto più terribile della guerra.
Avrei collocato l'accampamento su un terreno solido e asciutto, dove un tempo sorgeva un chiostro. Lungo le grandi mura di mattone, ancora in piedi, si sarebbe potuto costruire un bel tratto di strada, lontano da questi impraticabili fossati di fango. Con i mattoni del grande edificio demolito prima dai russi e infine dagli austriaci, dal momento che era sulla linea della battaglia, si sarebbe potuto creare un intero campo asciutto e accettabile. Gli alberi caduti, ancora magnifici in tutta la loro verde bellezza e splendida mole, avrebbero potuto fornire legna per una quantità infinita di fuochi da campo per migliaia di uomini gelati, se soltanto avessero avuto gli attrezzi per segare. Ho visto alcuni soldati tagliare quella legna dura come pietra con semplici scuri. Un esercizio che serviva a scaldarsi, ma il risultato era del tutto infruttuoso.
Incrociammo la linea ferroviaria alla piccola stazione di Hermanowice. Ovunque, sdraiati per terra o in piedi, c'erano soldati feriti, in attesa dei treni che li avrebbero portati in un luogo dove avrebbero ricevuto le cure. I loro volti erano pallidi come l'argilla dilavata del greto di un fiume. Teste, braccia o piedi erano fasciate. Non si vedevano soldati con ferite diverse.
I cannoni risuonavano continuamente. Udivo gli strani sibili delle granate e degli shrapnel che volavano nell'aria. A est, contro la montagna, c'era una fila di tende. Davanti c'era la bandiera della Croce Rossa. I colori si erano talmente sbiaditi che il bianco era striato di rosso come se fosse stato intinto nel sangue. Poco qui in là, sulla sinistra, un'enorme mongolfiera saliva, oscillava contro il cielo e poi scendeva. L'operazione si ripeteva a intervalli frequenti.
Una curva improvvisa della strada mi fece dimenticare la mia ansia di arrivare ai rauchi cannoni.
Davanti a me si stendeva una piccola vallata divisa da un fiume piuttosto largo, attraversato da due nuovi ponti solidi e da strade appena costruite e ben spianate, con alti terrapieni su entrambi i lati che venivano rapidamente fortificati con filo spinato e sbarramenti. Lungo gli argini erano state scavate trincee coperte da tettoie di legno e paglia. All'interno c'erano moltissimi cavalli sellati.
«Questo è un corpo d'armata» mi disse il colonnello John. «È composto di 45.000 uomini. Da qui proseguiamo a piedi verso la prima linea».
«Quanto dista?» chiesi.
«È poco distante».
«Quanto dista la prima linea russa?» chiesi.
«Tre chilometri» rispose.
Il mio battesimo del fuoco era vicino!
[«New York Evening Journal», 4 dicembre 1914]
Przemyśl, venerdì 30 ottobre 1914
Il mio battesimo del fuoco non è stato immediato. È arrivato più tardi, inaspettato. I nostri carri erano allineati in riva al fiume. Alla nostra sinistra centinaia di soldati erano riuniti in gruppo. Sentivo la voce di qualcuno che si rivolgeva loro. Mi chiesi se un generale tenesse un discorso prima della battaglia, come faceva Napoleone.
Forti acclamazioni e sventolii di cappelli segnarono la fine del discorso. Mentre gli uomini si disperdevano vidi il cappello piatto e l'uniforme scura di un ufficiale russo, che spiccava nel grigio degli austriaci.
«È un prigioniero?» chiesi al colonnello John.
«Sì» rispose.
«E cosa facevano?» mi impuntai.
«Decoravano un soldato» rispose.
«Perché?».
«Oh, non so. Per qualche ragione!» fu la risposta.
«Vorrei vedere il so...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Seconda di copertina
- Introduzione, di Luisa Cetti
- Edith Wharton: "Viaggi al fronte. Da Dunkerque a Belfort"
- Nellie Bly: "In prima linea sul fronte russo e serbo"
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