Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982
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Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982

Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia

  1. 241 pagine
  2. Italian
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Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982

Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia

Informazioni su questo libro

Sabato 9 ottobre 1982, alle 11,55 di mattina, un commando legato al gruppo terroristico palestinese di Abu Nidal attacca la sinagoga centrale di Roma, lanciando bombe a mano e sparando raffiche di mitra sui fedeli che escono dall'edificio al termine della preghiera. Stefano Gaj Tachè, di soli due anni, viene ucciso. I feriti sono 37, molti di loro gravi. Trent'anni dopo, questo volume ricostruisce le dinamiche e il clima che accompagnarono l'attentato, collocandolo all'interno di una riflessione di ampio respiro e illustrando le premesse e il contesto internazionale in cui quelle vicende si inserirono: il conflitto israelo-palestinese, con le sue ripercussioni sul territorio italiano; la guerra in Libano e le stragi di Sabra e Shatila; l'evoluzione della politica estera italiana in Medio Oriente. Vengono poi messi in luce non solo il modo in cui la società italiana visse quella stagione e i mutamenti che si produssero sul piano politico, culturale e nei rapporti con l'ebraismo italiano, ma anche il significato di quell'evento in termini di autocoscienza e identità ebraica, nella rielaborazione della persecuzione razziale e della Shoah, nella riflessione sulla diffusione dell'antisemitismo.

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Informazioni

Anno
2013
eBook ISBN
9788867281930
1. Una regione in guerra
1. Lo spartiacque del 1967
La Guerra dei sei giorni, combattuta tra il 5 e il 10 giugno 1967, rappresentò un vero e proprio spartiacque nella storia del Medio Oriente.1 La straordinaria vittoria militare permise ad Israele di occupare la penisola del Sinai, la striscia di Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan, una superficie pari a poco meno di 70.000 km2, triplicando così la propria dimensione territoriale.2 Lo Stato ebraico conquistò la città vecchia di Gerusalemme e la Cisgiordania, entrambi luoghi ricchi di riferimenti religiosi. Le conseguenze per Israele furono enormi: «un’ondata di espansionismo a tinte messianiche spazzò il paese».3 Se fino alla Guerra dei sei giorni il sionismo e la cultura politica israeliana erano stati fondamentalmente laici, a partire da allora la religione rivestì progressivamente un ruolo sempre più rilevante, sia in termini di riferimenti simbolici,4 sia per il peso che le forze nazionaliste-religiose avrebbero avuto nel governo.5 La conseguenza principale di questa «ondata messianica» fu la progressiva colonizzazione dei territori occupati, portata avanti in particolare – ma non solo – dai gruppi legati al sionismo religioso più intransigente.6
Allo stesso tempo, quella vittoria dimostrò nuovamente la forza dello Stato d’Israele e costrinse gli Stati arabi a un progressivo ripensamento della loro strategia. Da un lato, entrò profondamente in crisi il pan-arabismo di stampo laico e socialista proposto dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (1918-1970), lasciando progressivamente spazio ai movimenti islamisti, che da allora in avanti avrebbero conosciuto un’ascesa inarrestabile.7 Dall’altro, emersero gradualmente come protagonisti del conflitto, soprattutto sotto il profilo politico-simbolico, i palestinesi. Negli anni successivi, questi si sarebbero progressivamente – e faticosamente – liberati dall’ingombrante tutela degli Stati arabi, che fino ad allora si erano strumentalmente presentati come i portabandiera della causa palestinese.
Un passaggio cruciale nel mutamento di ruolo e immagine della questione palestinese fu la battaglia che si svolse il 21 marzo 1968 a Karameh, un villaggio giordano al confine con Israele. Fu a partire da quella data che l’organizzazione palestinese Fatah e il suo leader Yasser Arafat divennero protagonisti all’interno del mondo arabo, raggiungendo altissimi livelli di popolarità. A meno di un anno dalla Guerra dei sei giorni, che aveva dimostrato l’assoluta inferiorità militare dei paesi arabi rispetto a Israele, uno sparuto gruppo di fedayin,8 in collaborazione con l’esercito giordano, riuscì a resistere alle forze armate israeliane. Il nome di Karameh, che in arabo significa «dignità», divenne così il simbolo della riscossa, della capacità di resistere all’esercito israeliano e della possibilità di sconfiggere, un giorno, Israele.
A partire dal marzo 1968 cominciò, dunque, a trovare sostegno all’interno del mondo arabo quella che era stata sino ad allora la proposta di una piccola organizzazione di studenti palestinesi: l’idea che lotta armata popolare – e non il coinvolgimento degli eserciti dei paesi arabi – fosse lo strumento più efficace per liberare la Palestina. Dal marzo 1968 un’ondata di ammirazione e sostegno investì non solo Fatah, ma anche le altre organizzazioni palestinesi che avevano iniziato a formarsi nel corso del decennio precedente. La frammentazione era una delle peculiarità che avrebbero caratterizzato il movimento palestinese e influito pesantemente sulla sua capacità di azione, contrassegnato dalla presenza di una variegata galassia di gruppi in contrapposizione tra loro, senza la capacità di trovare un punto di accordo, nonostante i numerosi tentativi di compromesso e mediazione promossi in particolare dall’organizzazione più importante, Fatah.
Il Movimento per la liberazione della Palestina, il cui acronimo rovesciato in arabo era Fatah, era nato in Kuwait – a quel tempo non ancora indipendente – il 10 ottobre 1959 nel corso di una riunione segreta cui avevano preso parte alcuni giovani palestinesi, attratti nel Golfo dal boom economico generato dalla nascente industria petrolifera. Tra questi vi erano coloro che sarebbero stati tra i principali protagonisti della politica palestinese per i decenni successivi. Quattro di loro – Salah Khalaf, alias Abu Iyad (1933-1991); Khalil al-Wazir, meglio conosciuto come Abu Jihad (1935-1988); Muhammad al-Najjar, alias Abu Yusuf (1930-1973); Yasser Arafat, anche conosciuto come Abu Ammar (1929-2004)9 – si erano incontrati al Cairo, dove studiavano all’università, e avevano dato vita alla Federazione degli studenti palestinesi. A loro si aggiunse in Kuwait Farouk Kaddoumi, anche noto come Abu Lutf (1931- ), il solo ad essere ancora in vita oggi.
Fatah si caratterizzò da subito come un movimento senza precisi riferimenti politici per poter accogliere al proprio interno giovani dalle idee più varie, dal marxismo nelle sue sfaccettature più diverse al nazionalismo. Le differenze politiche erano ritenute prive di reale significato di fronte all’obiettivo unico, la liberazione della Palestina attraverso la lotta armata. A orientare il movimento era l’idea che non avrebbero dovuto essere i paesi arabi con i loro eserciti a guidare la lotta contro Israele, ma i palestinesi, sia quelli rimasti nel territorio dove era nato lo Stato ebraico, sia quelli che vivevano – da profughi o meno – nei paesi confinanti: Libano, Siria, Egitto e Giordania, in particolare nella parte di territorio a ovest del fiume Giordano, la Cisgiordania, che tra il 1948 e il 1967 era stata annessa al regno giordano.10
Nel dicembre del 1964, dopo aver ottenuto l’appoggio politico e logistico tanto del Fronte di Liberazione nazionale algerino,11 che nel 1962 aveva ottenuto l’indipendenza del paese, quanto del partito Ba’ath («Rinascita»), al potere in Siria dopo il colpo di Stato del 1963,12 Fatah decise di lanciare una serie di operazioni armate contro Israele – circa trecento nei primi due anni – partendo dai territori confinanti, e utilizzando per le rivendicazioni la sigla al ‘Asifa, letteralmente «la tempesta».13
L’effettiva decisione di mettere in pratica azioni armate era dovuta anche alla nascita dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), voluta dal presidente egiziano Nasser e costituitasi nel maggio 1964 a Gerusalemme.14 Si trattava di un’organizzazione strutturata come uno Stato, con un Parlamento, il Consiglio nazionale palestinese (Cnp); un governo, il Comitato esecutivo dell’Olp (Ceolp); un presidente; un esercito, l’Esercito di liberazione della Palestina (Elp).15 L’Olp pensata e promossa da Nasser muoveva ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. 1. Una regione in guerra
  6. 2. L’Italia e il conflitto: un’equidistanza sbilanciata
  7. 3. Il teatro delle ombre: la guerra del Libano e “la fine del dopoguerra”
  8. 4. Il posto degli ebrei tra diaspora e Israele
  9. 5. L’attentato del 9 ottobre e le sue conseguenze
  10. Indice dei nomi
  11. Quarta di Copertina

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