Il miracolo, una presenza familiare per chi si occupa di storia religiosa, ha incontrato molte difficoltà ad essere riconosciuto come legittimo oggetto di ricerca storica. Questo volume si propone di mostrare come il miracolo possa essere indagato – in ambiti culturali diversi, dall'antichità ai nostri giorni – come fatto storico nel quale si evidenziano bisogni primari dell'uomo, legati all'integrità fisica, al dolore, alla morte. Come tale merita di essere compiutamente recuperato all'interno della storia della società.
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Segni e miracoli. Riflessioni sulla Grecia classica
1. Premessa
Lo studio dei “miracoli” nel mondo greco-romano conta, nell’ultimo secolo, una serie ragguardevole di saggi: si tratta prevalentemente di analisi puntuali1 dedicate a testi specifici di particolare importanza (la grande epigrafe di Epidauro ritrovata nel 1883, con il resoconto di 44 “guarigioni” attribuite ad Asclepio, ne rappresenta forse l’esempio più eclatante), ma anche di indagini più vaste ed ambiziose, mosse da interessi teorici generali e rivolte soprattutto ai rapporti tra pensiero filosofico-scientifico e religiosità tradizionale degli antichi.2
L’interesse prevalente dei moderni si è comprensibilmente rivolto al periodo ellenistico-romano, che sembra offrire una documentazione specifica più ricca e che ha visto nascere e svilupparsi tra pagani e cristiani un intenso, articolato confronto / scontro sul tema del miracolo. Una minore attenzione sembra invece essersi manifestata nei riguardi dei “miracoli” di età classica, o meglio dei rapporti di continuità o discontinuità tra questi e quelli dei periodi successivi; ma basta solo considerare che i termini greci per indicare i miracoli usati nel Nuovo Testamento, e prima ancora nella traduzione dei Settanta, avevano assunto la loro connotazione sacrale già nel V o nel IV secolo, cioé nel periodo d’oro della polis, perché il problema di tali rapporti si ponga con forza. Alcune caratteristiche del “miracolo pagano” sono state segnalate da vari specialisti: «il prodigio come puro miracolo è raro nell’antichità»,3 «per gli antichi (quelli di Asclepio) non sono miracoli in senso moderno, si trattava piuttosto di un portento, una meraviglia… non richiedevano adesione di fede».4
Per approfondire e verificare tali indicazioni, mi è parso essenziale il criterio, semplice ma esigente, enunciato nitidamente da J. Rudhardt, secondo cui nel campo delle religioni:
un mot, un geste, n’ont pas de signification en eux-memes, mais doivent leur valeur et leur sens à la conduite dans laquelle ils s’intègrent, à l’ensemble des pensées et des sentiments qui s’associent à eux; il en résulte que le memê mot, le memê geste peuvent avoir des valeurs différentes. Il est illégitime de comparer des faits isolés; on doit rapprocher les uns des autres des séquences, des systèmes, et la comparaison sera d’autant plus sure que ceux-ci seront plus complètement connus.5
Ora, la frammentazione cultuale del mondo delle poleis, l’assenza in esse o sopra di esse di un ceto sacerdotale e di un qualsiasi tipo di “chiesa” e, infine, la mancanza di una teologia ufficiale o aspirante tale che valga da quadro di riferimento generale, sono fatti ben noti, anche se mai abbastanza sottolineati. Essi costituiscono i limiti aggiuntivi che una ricerca sui miracoli nel mondo greco classico deve necessariamente riconoscere, rinunciando a qualsiasi generalizzazione. D’altra parte, obbligando ad una continua verifica dei rapporti esistenti tra gli elementi materiali del miracolo, la loro combinazione reciproca ed il presumibile quadro generale di credenze, questi limiti diventano guida, e sfida, metodologica in una tale ricerca.
Nel patrimonio scritto trasmessoci dall’antichità, la letteratura propriamente “devota”, rivolta a un pubblico di devoti, risulta proporzionalmente esigua, discontinua e disomogenea. In questo senso le fonti sui miracoli sono scarse ed insoddisfacenti. Ma se consideriamo che praticamente ogni opera della letteratura greca o romana tocca in qualche modo argomenti religiosi («ad eccezione di alcuni scritti di matematica, ma non tutti» osservava A. D. Nock), le fonti potenziali rischiano di essere davvero troppe.
Mi limiterò pertanto ad alcuni sondaggi, soffermandomi su due gruppi di “storie” tramandate con una sufficiente ampiezza di particolari: queste mi sembrano, infatti, delineare due distinte e coerenti tipologie di “interventi divini”, così come venivano percepiti e concettualizzati dall’uomo comune di età classica. Cercherò di analizzarne, oltre alla cronologia e al grado di rappresentatività, soprattutto la logica interna e il quadro di credenze religiose di riferimento.
2. Interventi di riassetto
Le prime tre storie, provenendo da regioni diverse e distanti del mondo ellenico e da ambienti socialmente statici e culturalmente conservatori, testimoniano una forma mentis consolidata e ampiamente diffusa, dall’Egeo all’Italia meridionale, nel periodo a cavallo tra l’arcaismo maturo e la prima classicità. Tutte e tre hanno per protagonisti degli atleti vincitori ad Olimpia che, in seguito ad avvenimenti straordinari, diventarono oggetto di un vero e proprio culto civico.6
1) Cleomede di Astipalea vinse al pugilato nel 492 a. C., ma provocò la morte del suo avversario; accusato di comportamento scorretto dai giudici, fu privato della vittoria ed impazzì per il dolore, cosicché, tornato in patria, abbatté un pilastro portante di una scuola provocando la morte di sessanta fanciulli. Inseguito dai concittadini che volevano lapidarlo, si rifugiò nel tempio di Atena e si nascose in una cassa che vi si trovava, ma quando gli inseguitori alzarono il coperchio egli era sparito, e non fu più trovato né vivo né morto. Gli Astipaliei mandarono a chiedere all’oracolo di Delfi cosa significassero questi avvenimenti (ὁποῖα ἐς Κλεομήδην τὰ συμβάντα ἦν), ottenendo questa risposta: «Cleomede di Astipalea è l’ultimo degli eroi (ὕστατος ἡχρώων); onoratelo con sacrifici (
υσίαις τιµᾶτε), poiché non è più tra i mortali». Ed essi da allora in poi lo venerarono come un eroe (τιμὰς ὡς ἥρωι νέμουσι).7
2) Teagene di Taso già a nove anni aveva dimostrato una forza prodigiosa, quando tornando da scuola si era caricato sulle spalle la statua di un dio eretta nell’agorà, volendo portarsela a casa «perché gli piaceva», ed era a stento sfuggito all’ira dei cittadini sdegnati del sacrilegio. Ai giochi del 480 si presentò contemporaneamente al pugilato e al pancrazio, ma, avendo vinto a stento Eutimo di Locri nella prima gara, non fu poi in grado di presentarsi alla seconda; questa fu, per la prima volta, aggiudicata “a tavolino” (ἀκονιτί) al suo avversario e i giudici lo multarono pesantemente, ritenendo che la sua partecipazione al pugilato derivasse da mero dispetto nei confronti di Eutimo. Nell’arco della sua vita Teagene riportò un numero esorbitante di vittorie in diverse specialità e, secondo Pausania, si era messo in testa di “gareggiare” con Achille. Si diceva, probabilmente quando era ancora vivo, che fosse figlio di Eracle Tasio. Di sicuro comunque ricoprì un ruolo di primo piano nella vita politica dell’isola. Dopo la sua morte, un tale che lo odiava prese l’abitudine di fustigare e insolentire la statua eretta in suo onore, finchè questa si rovesciò seppellendolo. Accusata dai figli della vittima, la statua fu sottoposta a regolare processo, riconosciuta colpevole e gettata in mare. Qualche tempo dopo, interrogato a seguito di una carestia, l’oracolo di Delfi consigliò di richiamare gli esiliati. I Tasii seguirono l’ordine, ma il flagello non cessava. Interrogato per la seconda volta il dio precisò: «ma voi avete dimenticato il vostro grande Teagene» (τὸν µέγαν ὑµέων). Recuperata miracolosamente dalla rete di alcuni pescatori, la statua venne rimessa al suo posto e a Teagene furono attribuiti sacrifici come a un dio (νοµίζουσιν ἅτε
εῷ
ύειν). Il culto, a carattere salutare, si estese ad altre città greche ed a popoli barbari, come testimonia personalmente Pausania.8
3) Eutimo di Locri, dotato anch’egli di forza straordinaria, vinse al pugilato nelle olimpiadi del 484, 476 e 472 (nel 480 era stato sconfitto da Teagene); tornato in patria visse fino a tarda età entrando presto nella leggenda (figlio del fiume Cecino, vincitore del demone di Temesa, non muore ma scompare misteriosamente). Secondo una tradizione risalente a Callimaco, egli ricevette un culto sin da vivo, per ordine dell’oracolo di Delfi e con l’assenso di Zeus. L’origine del culto – questo è l’aspetto interessante – sembra da ricercare non nelle sue gesta atletiche ed eroiche, ma nel fatto che entrambe le statue erette in suo onore, l’una ad Olimpia e l’altra a Locri, furono colpite da un fulmine nello stesso giorno:
consecratus est vivos sentiensque eiusdem oraculi iussu et Iovis deorum summi adstipulatu Euthymus picta, semper(?) Olympiae victor et semel victus. Patria ei Locri in Italia; ibi imaginem eius et Olympiae alteram eodem die tactam fulmine Callimachum ut nihil aliud miratum video | ad eumque | iussisse sacrificare, quod et vivo factitatum et mortuo, nihilque de eo mirum aliud quam placuisse diis.9
Non vi è motivo di dubitare della storicità di questi personaggi: degli ultimi due è rimasta una documentazione epigrafica coeva, e una terracotta votiva locrese attesta l’effettiva associazione nel culto di Eutimo e del fiume Cecino.10 La storicità di tutti o parte degli avvenimenti ad essi riferiti è dal nostro punto di vista secondaria, rispetto al fatto che la versione ufficiale doveva risultare convincente per i contemporanei. Può fare una certa impressione pensare che l’ultima vittoria olimpica di Eutimo cadde nell’anno della prima rappresentazione dei Persiani di Eschilo, con la coregia del giovane Pericle; certo d...
Indice dei contenuti
Copertina
Occhiello
Frontespizio
Colophon
Indice
Abbreviazioni
Presentazione di Sofia Boesch Gajano e Marilena Modica
Marilena Modica, Il miracolo come oggetto di indagine storica
Cristiano Grottanelli, I miracoli di Elia ed Eliseo nei libri biblici dei Re
Maria Carla Giammarco Razzano, Segni e miracoli. Riflessioni sulla Grecia classica
Aline Rousselle, Miracoli e persecuzione: assenza e presenza
Charles M. Radding, Il riconoscimento del miracolo nella società medievale: cultura ecclesiastica e cultura folklorica
Gábor Klaniczay, Miracoli di punizione e maleficia
Laurence Moulinier e Odile Redon, «Pareano aperte le cataratte del cielo»: le ipotesi di Giovanni Villani sull’inondazione del 1333 a Firenze
Sophie Houdard, I miracoli del re: una lezione di semiologia politica nella Francia del XVI secolo
Giulio Sodano, Miracolo e canonizzazione. Processi napoletani tra XVI e XVIII secolo
William A. Christian Jr., Storia di una guarigione straordinaria nella Spagna contemporanea
Sofia Boesch Gajano, Dalla storiografia alla storia