Discorsi sulla guerra
  1. 217 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Alla Società dei Giacobini di Parigi, sul finire del 1791, Brissot propose una guerra all'Europa intera in nome della libertà dei popoli, ma venne prontamente contrastato da Robespierre, che temeva da quella scelta un drammatico contraccolpo sui precari equilibri della Francia rivoluzionaria. Brissot avrebbe vinto il duello oratorio, la Francia sarebbe andata in guerra e avrebbe scoperto la Repubblica: ma il tribunale dei posteri sarebbe stato sempre con Robespierre, riconoscendogli il merito di avere resistito alla violenta deriva del patriottismo. Su questa lettura fan tuttavia premio gli avvenimenti successivi, quando il rovescio delle operazioni militari portò al precipizio Brissot e la Gironda e aprì la via al governo rivoluzionario dominato dal suo avversario. Nella congiuntura politica di fine 1791 il senso delle posizioni dei due era infatti diverso: entrambi favorevoli a una guerra di libertà, si differenziavano giusto per le priorità che intendevano assegnare all'azione politica rivoluzionaria. Il volume restituisce quel duello oratorio alla propria originale dinamica, proponendo, in uno stretto ordine cronologico, il serrato contraddittorio tra i due, costruito su tre discorsi per parte, dove le argomentazioni dell'uno son puntualmente riprese e criticate dall'altro. In tal modo, le parole di Brissot, mai tradotte in italiano, molto attutiscono l'avventurismo politico sempre addebitatogli e consentono al tempo stesso di rileggere quelle di Robespierre su altro registro rispetto al pacifismo rivoluzionario troppo spesso riconosciutogli.

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Informazioni

Jacques Pierre Brissot
Maximilien Robespierre
Discorsi sulla guerra
Sulla necessità di dichiarare la guerra ai principi tedeschi
che proteggono gli emigrati
Discorso pronunciato dal deputato Jacques Pierre Brissot il 16 dicembre 1791, presso la Società degli amici della Costituzione
Signori,
La questione sottoposta al vostro esame, se cioè si debbano attaccare i principi tedeschi che proteggono gli emigrati, o se bisogna aspettare la loro invasione non sembrava dover suscitare in un primo momento, presso i patrioti, una diversità di opinioni; e tuttavia una diversità si è manifestata! Anzi gli spiriti sono già armati di prevenzioni.
Se noi vogliamo arrivare alla verità, dobbiamo invece bandirle, dobbiamo esaminare, con calma, i ragionamenti che vengono presentati nell’uno e nell’altro partito; dobbiamo difenderci dall’entusiasmo: esso appanna gli oggetti e la vista e così si fanno scelte da ciechi.
Dobbiamo anche eliminare le diffidenze che qualcuno cerca di destare nei riguardi di coloro che si presentano per difendere una opinione contraria a quella che sembra preponderante. Diffidate, voglio dire, di quegli uomini il cui zelo vacillante ha ora difeso ora abbandonato la causa del patriottismo, ma guardatevi dall’insultare, con ingiusti sospetti, gli amici della libertà il cui patriottismo è rimasto incrollabile e la cui testa ha subito i colpi più tremendi.
Signori, i patrioti possono divergere nelle opinioni; ma devono cercare di spiegarsi a vicenda, senza attribuire a tiepidezza di patriottismo, o ad un cambiamento di partito, l’adozione di un sistema che è solo frutto di un loro convincimento personale.
Ho rimproverato al ministro della guerra1 di avere mosso ingiuste accuse ai patrioti che volevano combattere la proposta della guerra e vengo qui per difendere non tutte le proposte di quel ministro, che ritengo troppo estese e non circoscritte da quelle precauzioni che possono allontanarne il pericolo, ma la proposta della guerra da dichiarare ai piccoli principi tedeschi.
Sto meditando da sei mesi, anzi, dall’inizio della rivoluzione, l’opinione che mi appresto a difendere: una manovra abile dei nostri avversari, ideata in modo da trarre in inganno coloro che non conoscono il loro gioco, non me la farà abbandonare. È la forza dei ragionamenti e dei fatti che mi ha convinto e questa forza è indipendente da tutte le manovre. Un popolo che ha conquistato la sua libertà dopo dodici secoli di servitù ha bisogno della guerra per consolidarla; ne ha bisogno per metterla alla prova, ne ha bisogno per dimostrare che ne è degno, per liberarsi dai vizi del dispotismo, per fare sparire dal proprio seno gli uomini che potrebbero ancora corromperlo.
Gli Americani sono passati attraverso il crogiuolo della guerra, nel momento stesso in cui hanno impugnato la bandiera della libertà. Benedite il cielo se la dovete affrontare solo tre anni dopo aver conquistato la vostra libertà, beneditelo del favore che vi ha fatto dandovi il tempo di ultimare la vostra costituzione. Essa è assestata ormai, si tratta di difenderla, si tratta di castigare e i ribelli che si agitano al di fuori per distruggerla e gli scontenti che ordiscono complotti all’interno per aiutarli: ne avete la forza, prendetene dunque finalmente la risoluzione.
Ci tengo a rendere omaggio alle intenzioni rette e patriottiche di coloro che difendono qui un sistema contrario, ma li scongiuro di prendere in esame i miei argomenti e di confutarli. Se ho sbagliato, se mi convincono, adotterò la loro opinione e la difenderò all’Assemblea nazionale; ma se, come credo, sono loro a sbagliarsi mi impegno a distruggere qui fino all’ultima delle loro obiezioni.
Dico qui, signori, perché importa che i deputati patrioti si riuniscano qui per formare e per difendere una sola opinione. Che dolore se dovessimo sembrare divisi nell’Assemblea nazionale e su una questione da cui dipende la salvezza dell’impero della libertà francese e forse della libertà universale!
La Francia è da due anni insultata, oltraggiata dalle potenze vicine e da un pugno di faziosi e di briganti che ospitano nel loro seno e di cui favoriscono gli arruolamenti e i progetti ostili. In questi due anni la Francia ha esaurito tutti i mezzi pacifici per fare tornare al loro dovere quei nemici della loro patria, per convincere i principi stranieri a conformarsi al diritto delle genti e ai trattati e ad espellere dai loro stati quegli emigrati che ci sfidano. Tutti i tentativi, tutte le richieste sono stati inutili; i principi francesi persistono nella loro ribellione,2 i principi stranieri persistono a sostenerli3 e respingono con disprezzo le richieste fatte a nome della nazione francese. Si può esitare un solo istante ad attaccarli? Il nostro onore, la nostra sicurezza, il nostro credito pubblico, la necessità di consolidare la nostra rivoluzione, tutto ce lo impone come una legge. La Francia non sarebbe eternamente disonorata se, ora che la costituzione è ultimata, ora che tutti i poteri sono organizzati, tollerasse che alle sue soglie un pugno di ribelli insultasse impunemente la sua costituzione, i suoi poteri e manifestasse intenzioni ostili? Non sarebbe disonorata se, dopo due anni di pazienza inutile, sopportasse degli oltraggi che un despota non avrebbe tollerato quindici giorni? Come! Luigi XIV dichiara la guerra alla Spagna, perché il suo ambasciatore è insultato a Londra da quello spagnolo4 e noi, i cui concittadini sono vittime di oltraggi e di persecuzioni in quasi tutte le parti d’Europa, noi, le cui frontiere sono in ogni momento minacciate da eserciti che diventano di giorno in giorno più formidabili, noi, le cui richieste sono ignominiosamente respinte, noi, Francesi, noi uomini liberi esiteremmo un solo istante?
Che cosa volete dunque che l’Europa pensi di questa codarda inerzia? Che siamo impotenti a debellare quel branco di briganti, che questa impotenza risulta dalla nostra anarchia, che non esistono né consenso, né onore, né virtù politiche nella nostra nuova costituzione? Ora, quale sarà l’effetto di questa falsa opinione? Il ripetersi e l’aggravarsi degli oltraggi al nome francese. Dobbiamo dunque o vendicarci o rassegnarci ad essere lo zimbello dell’Europa intera e del più spregevole dei suoi tiranni. Dobbiamo rassegnarci alla morte politica; poiché una nazione coperta d’obbrobrio presto scompare.
Dobbiamo ancora o vendicarci, distruggendo quell’asilo di briganti, o consentire a vedere perpetuarsi in mezzo a noi le fazioni, le cospirazioni, gli incendi. Da dove vengono, infatti, i tizzoni che li accendono? Da Coblenza.5 Da dove viene l’insolenza dei nostri aristocratici, che ci sfidano nel seno stesso della Francia? Essi sperano nell’esercito di Coblenza. Da dove viene l’ostinazione del fanatismo e dei nostri [preti] refrattari? Essi invocano, pagano l’esercito di Coblenza. Da dove infine l’ascendente dei nostri moderati, dei nostri intriganti, che vogliono dominare e dominano dappertutto? Dalla paura che suscita Coblenza. Volete distruggere, in una sola volta, aristocratici, scontenti, preti refrattari? Distruggete Coblenza. Distrutta Coblenza, tutto è tranquillo al di fuori, tutto è tranquillo all’interno. Il capo della nazione è ridotto a regnare con la costituzione, a vedere la sua salvezza solo nel suo attaccamento alla costituzione, a conformare il suo passo seguendola e così tutte le diffidenze svaniranno.
Sono lungi dal biasimare queste diffidenze, che finora erano fondate. Quasi tutto, nel ministero, doveva provocarle. Ma riconoscete almeno che questo stato di diffidenza è terribile; riconoscete che quando queste diffidenze impediscono ai due poteri di procedere di concerto, allora impediscono al popolo di credere alle dimostrazioni del potere esecutivo, intiepidiscono il suo attaccamento, allentano la sua sottomissione; riconoscete che è ora di colpire la causa di queste diffidenze, se non si vuole dissolvere lo stato. Ora questa causa è a Coblenza. Quando lì non vi sarà più un focolaio di controrivoluzione, non si temerà più che esista un legame tra questo focolaio e la corte. Il regno delle leggi, il ritorno della fiducia, la prosperità pubblica dipendono dunque dalla distruzione di Coblenza.
Dico, signori, della prosperità pubblica, poiché, se il vostro cambio è sceso ad un livello così preoccupante, se il discredito comincia a colpire i vostri averi, se minaccia i vostri assegnati, è a Coblenza che dovete cercare la causa. Quale fiducia volete ispirare agli stranieri che vi fanno dei prestiti, che hanno delle relazioni politiche e commerciali con voi, se tollerate che dei vili faziosi vi sfidino a Coblenza? Devono affrettarsi a reclamare, ad ogni costo, quello che possiedono in un fondo; devono sospendere ogni specie di relazione; devono temere la bancarotta, mentre l’infame branco degli aggiotatori, non meno criminoso e più spregevole di quello di Coblenza, approfittando dei terrori che alimenta, vuole accrescere il vostro discredito e di conseguenza il vostro disastro. Distruggete dunque Coblenza, e il vostro cambio risale e il vostro credito cresce; colpite al cuore l’aggiotaggio e lo colpite in una delle sue operazioni più micidiali, nella speculazione sul cambio, che serve meglio i controrivoluzionari di quanto non facciano gli eserciti.
Chi di voi, signori, non era convinto di questa verità due mesi fa? Chi di voi non era sdegnato all’idea che si lasciassero respirare così a lungo quei ribelli e il loro protettore?6 Chi di voi non arde di vederli puniti? Chi di voi non rimprovera all’Assemblea nazionale, dopo aver sancito un decreto vigoroso contro i ribelli, di non averne sancito uno simile per schiacciare l’orgoglio insolente dei principi tedeschi? Ora che questo decreto è sancito, ora che essi sono minacciati, lungi dal punirli della loro audacia, si propone qui di fermare la spada il cui onore e il cui interesse armano il braccio dei nostri soldati! Da dove viene un cambiamento così subitaneo? La causa non è più la stessa? Ha cambiato volto? I fatti non sono più così veri, i ragionamenti non sembrano più così forti? No, tutto è nello stesso stato. Solo la corte ha cambiato atteggiamento e il suo cambiamento preoccupa. Ad una lentezza sospetta nel punire i principi tedeschi fa seguito un ardore che non sembra meno sospetto. La Corte cerca di elettrizzare tutti gli spiriti; essa teme che il fuoco per la guerra si raffreddi: mentre i gazzettieri che paga, i ministeriali che protegge e le società impure che foraggia, son tutti a predicar la guerra.
Sono lungi, signori, dal biasimare i sospetti che desta in voi questa effervescenza così poco naturale nei moderati e nei cortigiani; ma questo cambiamento repentino della corte non deve provocare in noi lo stesso mutamento. Dobbiamo ricercare la causa di questo cambiamento subitaneo, dobbiamo esaminare tutte queste obiezioni.
Si dice che questo ardore della corte per la guerra nasconda una perfidia; che si vuole senza alcun dubbio fare la controrivoluzione con questa guerra esterna, dopo avere esaurito invano tutte le risorse di dissensi interni; che si spera di trovarvi un mezzo per fare scoppiare una guerra generale, una guerra che costringa tutti i sovrani a schierarsi contro di noi; che si spera infine di trovarvi dei mezzi per traviare le nostre truppe e per farle servire contro la patria.
Questi timori, che hanno un che di specioso quando li si collega alle giuste diffidenze suscitate dalla Corte, spariscono di fronte ad un’analisi severa.
Si teme in primo luogo che la lezione inflitta ai piccoli principi tedeschi provochi una guerra universale, una lega dei sovrani contro la nostra rivoluzione. Non lo temo, perché la pace conviene a tutte le grandi potenze dell’Europa; perché anche se tutte lasciano trapelare il loro scontento verso la rivoluzione, tutte hanno interesse a non ingaggiare con noi una lotta che porterebbe in casa loro lo stesso incendio.
Quale potenza in effetti si può temere? L’Inghilterra? Ve l’ho detto a più riprese, il suo governo vi odia, ma la nazione vi ama e il governo non oserà sfidare la nazione; d’altronde non ne ha i mezzi. Tipoo,7 ve l’ho già detto, combatte per voi in India. È lui che, senza volerlo, consolida la vostra costituzione; è lui che ha salvato le vostre isole. Dovete la vostra salvezza agli errori di lord Cornwallis, come l’America gli deve la sua indipendenza.8 Se l’Inghilterra si fosse potuta decidere contro di voi, sarebbe ora padrona di Santo Domingo. Il suo rifiuto alle proposte dei coloni che volevano dividersi dalla Francia,9 questo rifiuto dimostra che vuole la pace, che ha bisogno della pace.
Lo stesso bisogno si imporrà all’imperatore. Tutti i suoi stati chiedono la pace; truppe indebolite da una guerra disastrosa; debito enormemente accresciuto; diminuzione delle imposte da quando egli è salito al trono ed aumento delle spese; pericolo e difficoltà di compensare le diminuzioni d’imposta; banca senza ipoteca e presto senza credito, tutto impone all’imperatore di non impegnarsi in una guerra le cui conseguenze funeste per lui sono incalcolabili. Ma mentre vuole e deve evitarla, nello stesso tempo deve nascondere la sua situazione disperata e i suoi progetti; deve anzi minacciarvi; deve segretamente accrescere le vostre difficoltà, attizzare il vostro turbamento.10
Lo stesso gioco si sta sviluppando alla corte di Berlino. Lì si ama la pace come a Vienna; la pace vi è necessaria come a Vienna; e il machiavellismo vi domina come a Vienna. Si vuole avere l’aria di sostenere la causa dei re; così si spiega il trattato di Pillnitz; e ancora la risposta premeditata alla notifica della costituzione e quelle risposte dilatorie all’inviato russo.11 Ma non si vuole seriamente impegnarsi in una guerra incerta, si vuole coglierne i frutti, senza entrarci; si vuole trascinarvi i vicini, per approfittare delle loro difficoltà, ma non si vuole condividerle. Il gusto di un riposo voluttuoso, l’amore dei sistemi soprannaturali, la mancanza di un buon sistema politico, il regno dei ministri visionari, l’esaurimento di quel tesoro accumulato dall’economo Federico,12 l’aumento delle spese, l’impossibilità di oberare di nuove tasse i popoli senza esporsi a delle rivolte, il timore di perdere un anno che non si ricupererà più, tutto – malgrado due matrimoni brillanti,13 ma che recano solo un aiuto molto precario – tutto impone a Berlino di sottomettersi alla forza delle cose e di lasciare che la rivoluzione si consolidi. Per rovesciarla bisognerebbe riunire eserciti, tesori, volontà salda, teste eccellenti. Sarà sempre impossibile riunire queste condizioni. Non esistono né eserciti, né tesori e non è da parte dei mezzi né nelle migliori teste che si trova la volontà di attaccare la Francia.
Queste idee devono rassicurare contro le disposizioni ostili della Svezia e della Prussia. Che cosa può temere la Francia da parte di un principe schiacciato dai debiti, per il quale l’imposta è impossibile o pericolosa, che deve il suo dispotismo assoluto solo a una di quelle rivoluzioni così frequenti in Svezia e che può rovinarlo con un’altra rivoluzione, un principe infine il cui carattere focoso e le cui idee cavalleresche allontanano la fiducia ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Antonino De Francesco, Duello giacobino. Brissot e Robespierre a confronto su rivoluzione, guerra, repubblica
  6. Discorsi sulla guerra
  7. Quarta di copertina