Scritti civili
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Scritti civili

  1. 293 pagine
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Scritti civili

Informazioni su questo libro

Armando Petrucci (Roma, 1932 – Pisa, 2018) ha insegnato Paleografia all'università (Salerno, la Sapienza di Roma, la Scuola Normale Superiore di Pisa), pubblicando numerosi e innovativi lavori di storia della scrittura, tra i quali La scrittura. Ideologia e rappresentazione (Einaudi, 1986), Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale (Einaudi, 1995), Prima lezione di paleografia (Laterza, 2002). Comunista per tutta la vita, ha inteso l'attività di ricerca, il lavoro universitario, l'impegno culturale e sociale come momenti congiunti di responsabilità politica. Questo libro documenta una parte della sua operosità, quella affidata a quotidiani (soprattutto «il Manifesto») e riviste. Sono interventi non accademici e perciò espressioni libere della sua militanza civile. A quelli pubblicati si aggiungono alcune interviste e un "quasi inedito" (o "pressappoco edito"), meritevole – nella prospettiva di questa raccolta – di più ampia diffusione.

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Informazioni

Anno
2020
eBook ISBN
9788833135106
Argomento
Storia
Articoli

1. Un atto: le dimissioni

«il Manifesto», 27 dicembre 1972, p. 4
«Belfagor», 28 (1973), n. 1, p. 116
È introdotto da: «Vietnam. Il professor Armando Petrucci si dimette per protesta da un’istituzione Usa. Roma. Il professor Armando Petrucci ha inviato la seguente lettera di dimissioni dalla Mediaeval Academy of America».
In «Belfagor», da cui è ripreso il titolo, lo scritto è accompagnato dalla seguente nota a piè di pagina: «Si tratta di una lettera inviata il 26 dicembre scorso al presidente della Mediaeval Academy of America di Cambridge (Massachusetts) e all’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia. La lettera è apparsa nel quotidiano “il Manifesto”, Roma, del 27 dicembre. Armando Petrucci è professore straordinario di paleografia a Salerno».
Illustre signor Presidente, con questa lettera Le invio le mie formali dimissioni da membro della Mediaeval Academy of America.1 Le ragioni del mio gesto non hanno nessun rapporto diretto con l’attività dell’Accademia stessa, ma risiedono nel fatto che essa è l’unica istituzione pubblica ed ufficiale degli Stati Uniti d’America della quale io faccia parte; e oggi le mie convinzioni politiche e la mia stessa coscienza mi impediscono di continuare ad avere una qualsiasi forma di rapporto con l’America ufficiale.
Oggi infatti, signor Presidente, agli occhi miei, dei miei compagni di lotta, di un numero sempre più vasto di intellettuali, di operai, di studenti, della stessa opinione pubblica borghese di ogni paese d’Europa e del mondo, gli Stati Uniti d’America, il loro Presidente, il loro governo, la loro classe dominante appaiono come la vivente reincarnazione della Germania fascista, del suo feroce capo, della crudele e assurda gerarchia nazista.2 La storia, si sa, non si ripete; ma dire oggi che Nixon è Hitler, se ancora non rappresenta un giudizio storico, è diventato per un numero sempre maggiore di uomini un imperativo morale; ed io sono fra questi. Se fra il 1933 ed il 1945 era giusto e morale troncare ogni rapporto con la Germania e combattere con tutti i mezzi e tutte le forze l’ondata della barbarie nazifascista, oggi è altrettanto giusto e morale troncare ogni rapporto con gli Stati Uniti e combattere con tutti i mezzi quel governo che nell’uso spietato della forza, nel massacro generalizzato di un popolo, nel disprezzo di ogni valore di rispetto dell’uomo identifica i suoi principi e le sue regole di comportamento.
Con l’augurio che il popolo degli Stati Uniti d’America possa trovare un giorno la forza per darsi un altro governo e un’altra politica, La prego, illustre signor Presidente, di voler accogliere i miei migliori saluti.
Note
1. Presidente della MAA, una delle più prestigiose accademie americane, editrice della rivista Speculum, era Bartlett J. Whiting, studioso del folklore americano e di Chaucer.
2. Il 18 dicembre gli americani, su ordine del presidente Nixon, avevano lanciato l’operazione Linebacker II che prevedeva bombardamenti a tappeto su Hanoi; al termine delle incursioni, il 29 dicembre, sarebbero state sganciate oltre ventimila tonnellate di bombe sul Nord Vietnam. Il 23 dicembre, alla radio di Stato, Olof Palme, primo ministro svedese, aveva paragonato l’azione dei B-52 al bombardamento nazi-fascista di Guernica e ad alcune stragi compiute durante la seconda guerra mondiale, tra le quali lo sterminio dei prigionieri del campo nazista di Treblinka (la notizia apparve su «il Manifesto» il 24 dicembre). A seguito di queste dichiarazioni gli Usa ritirarono il proprio ambasciatore in Svezia.

2. I molti errori della sinistra

«Fabbrica aperta», 4, 3-4 (marzo-aprile 1977), pp. 27-35 [con Marco Palma]
Il problema dell’Università è di nuovo uno dei problemi – non risolti – della società italiana che fa ‘prima pagina’ sul Corriere della Sera; e non soltanto per quello che è accaduto a Roma o a Bologna,1 ma perché sia le forze politiche, sia la cosiddetta pubblica opinione più o meno consapevolmente ritengono che oggi sull’istruzione universitaria si giochi una grossa partita, che potrebbe coinvolgere la rottura o il rafforzamento di determinati equilibri di potere, permettere o meno un decentramento del controllo sul complesso meccanismo dell’istruzione superiore e della ricerca scientifica, ridurre o acuire la pressione sull’istituzione di sempre più imponenti strati sociali finora rimasti esclusi (e tutto ciò, come vedremo più avanti, è poi vero solo in parte); e ancora per altre ragioni, che potrebbero facilmente essere enumerate: non ultima la scelta da parte dei grandi giornali borghesi cosiddetti indipendenti dell’argomento università come utilissimo strumento di terrorismo ideologico, per innescare nel lettore medio-piccolo borghese quella reazione di odio e di paura contro il ‘rosso’ e il diverso, che potrebbe essere definita ‘sindrome tedesca’.2
È indubbio che l’istruzione superiore, comunque gestita e comunque impartita, ha sempre costituito lo strumento attraverso il quale le classi dominanti hanno curato il ricambio dei propri gruppi dirigenti; onde il controllo dell’istituzione delegata alla realizzazione di tale compito sociale (che è sociale, in regime capitalistico, anche e soprattutto quando serve ad escludere più che a cooptare) acquista un particolare rilievo politico ed ideologico, soprattutto in un momento di crisi e di auspicati (o meno) mutamenti politici, quale quello che attualmente l’Italia sta attraversando.
È indubbio d’altra parte che la crisi dell’Università italiana (ma il discorso vale anche per altre nazioni e situazioni), trasformatasi abbastanza rapidamente da struttura rigidamente selettiva ed elitaria in struttura di massa, ha preceduto di molto lo scoppio della crisi economica attuale; onde la borghesia e il suo partito di governo avrebbero ben potuto nell’arco degli ultimi dieci anni provarsi ad abbozzare alcune risposte alle più pressanti richieste scaturite dal movimento studentesco del ’68; la cui fiammata ideologico-politica si era, sì, spenta o aveva fruttificato altrove, ma le cui drammatiche denunce dello stato di sfacelo o di insufficienza delle strutture e dei servizi dell’Università erano cadute nel vuoto, senza che, ricorrendo fra gli altri al vicino e recente esempio francese, si fosse in qualche modo provveduto ad ovviare alle più clamorose carenze dell’istituzione nel suo complesso e delle singole sedi. L’unica iniziativa governativa di carattere globale, furono, infatti, nel decennio, i famigerati «provvedimenti urgenti».3
Adottati per decreto nell’autunno del ’73 ed approvati dopo un affannoso iter parlamentare, alla vigilia della decadenza, essi costituiscono da quasi quattro anni il principale punto di riferimento legislativo dell’Università italiana. Modestissimi nelle aspirazioni, deprecabili nella sostanza politica, inattuati in varie parti, essi rappresentano comunque la base di partenza per un’analisi dell’odierna situazione.
Malfatti e Spadolini nel concepire i provvedimenti urgenti miravano soprattutto a guadagnare tempo: per una riforma come essi la concepivano e concepiscono non esistevano all’epoca le condizioni politiche. Di qui la necessità di dare in pasto all’opinione pubblica ed alle corporazioni accademiche un po’ di democratizzazione ed una serie di concorsi, conditi di qualche ope legis per i medi strati docenti. Ridottissime rappresentanze di docenti subalterni e studenti sono state così inserite negli organi collegiali, dove recitano un ruolo di pure comparse. Nei consigli di facoltà ad esse è proibito non solo votare, ma anche assistere alle sedute «ristrette» in cui si decidono le questioni importanti. Le infime briciole di questa elargizione di democrazia sono toccate ai non docenti, che eleggono un rappresentante nel solo consiglio di amministrazione.
All’accademia, ansiosa di riprendere le battaglie concorsuali interrotte dalla legge Codignola,4 furono prospettati 7 mila 500 concorsi in tre anni, grazie ai quali entro il 31 ottobre 1976 avrebbe dovuto sistemarsi in cattedra la maggior parte degli incaricati. Agli idonei dei concorsi ad assistente ordinario con terna ancora valida, a prescindere dalla loro sussistenza nell’ambito universitario, fu concesso di accedere in soprannumero al ruolo di assistente, il quale a sua volta, in vista della ormai prossima introduzione del docente unico, veniva definitivamente chiuso a partire dal 31 ottobre… 1977. Data quest’ultima che, seppur fece storcere il naso a qualche accanito riformatore, fu nel complesso bene accolta nella umanitaria consapevolezza che avrebbe assicurato un posto fisso ad una parte delle migliaia di precari in lista d’attesa. Per il precariato esistente infine si provvedeva trasformando, per un terzo ope legis e per il resto mediante concorso, le vecchie borse ministeriali in contratti quadriennali (170.000 mensili) concessi una tantum, mentre il nuovo reclutamento sarebbe stato effettuato per mezzo di assegni biennali rinnovabili (133.000 mensili) banditi al notevole ritmo di tremila l’anno. Sul versante finanziario professori ed assistenti con meno di due milioni annui di reddito derivante da libere attività professionali (opportunamente esclusi i diritti d’autore) erano compensati con un’indennità di rispettivamente 250 e 80 mila lire al mese.
Dopo la fiammata d’interesse del ’73 la società italiana che conta, la classe politica, i sindacati, la stampa si dimenticarono dell’Università. Del resto non avrebbero avuto gran motivo di interessarsene: la riforma, per l’esistenza stessa dei provvedimenti urgenti, era di là da venire e la gestione della legge riguardava ovviamente i soli addetti ai lavori. Qualche attenzione fu dedicata alle elezioni studentesche per il significato politico della lotta tra «interventisti» ed «astensionisti», ma entrambe le tornate finora svolte hanno dimostrato che il vero problema è costituito dal totale disinteresse della gran massa degli studenti per la competizione. I docenti subalterni sembrarono più entusiasti di mettere finalmente il naso in sedi dalle quali erano tradizionalmente esclusi, ma anche per loro il momento della disillusione non tardò a venire. Non più di qualche settimana fa a Roma le elezioni dei rappresentanti di incaricati ed assistenti nel consiglio di amministrazione dell’ateneo ed in quello dell’Opera universitaria si sono dovute ripetere per mancanza del pur basso quorum (un terzo degli aventi diritto). Ben altro interesse hanno destato invece le tornate elettorali per le presidenze di facoltà ed i rettorati, ai quali è evidentemente attribuito dagli addetti ai lavori ed anche (particolarmente per la massima carica di ateneo) dall’opinione pubblica un significato di potere reale.
Gli anni 1974-76 hanno rappresentato per il personale docente un periodo di frenetica attività concorsuale. Dallo stabilizzato (ineffabile figura inventata dai provvedimenti urgenti per «raffermare» gli incaricati in servizio nell’anno 1972-73) al neolaureato, tutti avevano un traguardo da raggiungere, per il quale occorreva miscelare in giuste dosi titolografia (requisito non richiesto per i professori ordinari), diploma...

Indice dei contenuti

  1. Risvolto
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Indice
  6. Premessa
  7. Articoli
  8. Intermezzo. L’inedito (o quasi edito)
  9. Interviste

Domande frequenti

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