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Da casa Pintor
Un’eccezionale normalità borghese: lettere familiari, 1908-1968
- 249 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro
Protagonista di questa storia è la famiglia Pintor, che occupa un posto importante nelle vicende militari, culturali e politiche dell'Italia del Novecento. A narrarla dalle diverse città abitate (Firenze, Roma, Cagliari), è principalmente la voce di Adelaide Dore Pintor, moglie di Giuseppe e madre dei più noti Giaime e Luigi, oltre che di Silvia e Antonietta.
Donna colta e ottimista, Dedè scrive centinaia di lettere che l'aiutano a mantenere larghi gli orizzonti di una vita sempre più appartata e che ci introducono nel vivo di una storia fatta di spostamenti, di studi, di musica e di romanzi, venata di passioni e di delusioni, di progetti e di lutti; una storia che passa attraverso la belle époque, le guerre mondiali e il fascismo, approdando con quel che resta della famiglia, sgomenta e unita, sulle rive scomposte dell'Italia repubblicana.
I documenti inediti raccolti nel volume permettono di assistere in diretta al dipanarsi di un mondo di eccezionale normalità borghese in fuga dalla mediocrità, in cerca di un equilibrio in mezzo ai rovesci della Storia.
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Storia del XX secoloUn’eccezionale normalità:
vita della famiglia Dore Pintor
vita della famiglia Dore Pintor
Dai ricordi di una bambina (1890-1903)
18 novembre 1890: nella tarda serata di un martedì freddo d’autunno nasce a Firenze in via Cittadella, a poche centinaia di metri dalla stazione di Santa Maria Novella, Adelaide Dore, chiamata Dedè. È la terzogenita di Cesarina Bocchiola, di origine savoiarda, «sempre vivace quando ha compagnia»11 e di Silvio Dore, che è nato a Cagliari ma ha studiato a Bologna, diplomandosi alla Scuola d’applicazione per ingegneri e architetti (1881-1882) e trovando impiego come ingegnere nelle ferrovie.
Cesarina, “amorevolmente” soprannominata «zarina di tutte le Russie», era imponente anche nel fisico e aveva il bastone del comando.12 Cresciuta nelle terre sabaude di confine passate alla Francia nel 1860, apprezzava la vita moderna, le carte, la mondanità dei teatri e dei caffè, senza aver fama di essere generosa. Silvio, di cultura positivista e laica, non amava le prediche né i racconti stucchevoli; detestava scrivere perfino «i più modesti biglietti di congratulazione o di condoglianza» ed era spesso di buonumore.13
Sappiate dunque che in un giorno lontano, quando nacque la piccola Eva, nel regno delle fate ci fu il solito tramestio; poiché ogni volta che sulla terra arriva un bambino, le fate si radunano e discutono un bel po’ sui doni da fargli. Ci sono delle fate di natura pratica che propongono la ricchezza; altre insistono per la bellezza o per la grazia, altre per l’ingegno o per il coraggio o per la bontà; ed è difficile che un bambino resti senza doni, com’è difficile che in sé li raduni tutti.
Quando nacque la piccola Eva, le fate apparivano per l’appunto un po’ svogliate: era quella una giornatuccia fredda, e tarda era l’ora e buio il mondo. Si ha un bell’essere fate! I cieli plumbei di novembre non garbano a nessuno, e contro certe malinconie non giova neppure la bacchetta magica. La fata della ricchezza si era addormentata; la fata della bellezza si stava guardando allo specchio; dalla fata dell’impegno e da quella del coraggio c’era poco da sperare perché sogliono, loro, occuparsi più volentieri dei maschi che delle femmine; quanto poi alla fata della bontà, timida com’è sempre, aspettava il beneplacito delle altre. E intanto la piccola Eva poteva miagolare nella culla finché le pareva, o dormire, se preferiva, con la fronte stretta fra i pugni minuscoli; e le fate… niente! Quand’ecco tra i fiocchi di neve giungere folleggiando una fatina bizzarra a risvegliare l’assemblea.
«O fulgidissima, dormi?». La fata della ricchezza aprì un occhio, e guardò con disdegno, lei ricoperta di pietre preziose, quella fatina che portava collane di gocce d’acqua e s’ornava con diademi di roselline fresche.
«E tu, o divina, non sei ancora paga di te?». La dea della bellezza si accomodò i capelli e non rispose.
«E voi, o grandissime, non muterete mai i vostri costumi?». Le maestose fate dell’ingegno e del coraggio la squadrarono silenziosamente misurandone con lo sguardo la fragilità. Ma allora, dolcemente, la fata della bontà cedette il suo posto alla fatina bizzarra e la fatina bizzarra parlò così: «Lungi da me, o potentissime, l’idea di intrattenermi molto in questi luoghi, non annoierò voi, che v’intorpidite qua dentro, io che amo l’aria libera e mi inebrio anche della bufera; voi che soffrite i crampi del malumore, io che di codesto malanno conosco soltanto il nome. Una cosa vi chieggo: che mi concediate la scelta del dono per la piccolina di laggiù; salvo, s’intende, il vostro diritto di aggiungere ciò che meglio vi piace».
Annuirono le fate, ben contente di esimersi da ogni discussione, e la fatina allora tese le mani al cielo, pronunziò la sua formula magica e volò via.
Ah, voi vorreste sapere qual era la formula magica? Ma le formule magiche non sono traducibili in lingua terrena!
Qualcuno mi ha raccontato – chi sa dove, chi sa quando – che la fatina, ispirandosi al cielo tenebroso di quel lontano novembre, e quasi a compensare la bambina di essere nata in un’ora buia, chiese per lei che sempre in ogni cielo di tempesta, le apparisse un po’ d’azzurro.
Le parole delle fate hanno una risonanza miracolosa, un significato vastissimo e profondo; e quello che parrebbe, così a prima vista, un dono da nulla fu davvero un preziosissimo dono. Perché le nubi salgono e si addensano non soltanto nel cielo, ma anche nel nostro cuore; e quando la serenità e la speranza ne sono sommerse, la ricchezza e la bellezza raramente giovano a dissipare le nubi. Se può qualche cosa il coraggio e molto la bontà, moltissimo può il talismano della piccola fata; quel talismano che non è meno misterioso delle formule magiche (io so immaginarlo soltanto quale un invisibile paio di occhiali azzurri posati sul nasino della minuscola Eva) ed al quale devo, non c’è dubbio, molte buone fortune.14
Qualche anno dopo la sua nascita la famiglia va a abitare nel centro storico di Firenze, in via Calzaiuoli, l’animata strada commerciale che unisce piazza del Duomo a piazza della Signoria. Dedè ha due fratelli maggiori: Antonio e Valentino, ma i suoi compagni di giochi sono soprattutto i cugini più piccoli, Paolo e Tina Dore,15 e una casa di campagna sulle colline del Chianti: «bianca, grande, semplice con un grande viale di pioppi e una grande terrazza che dava sul giardino».16 Gli animali, invece, non saranno mai una sua passione, esclusi quelli parlanti delle favole di Esopo e delle Storie del dottor Dolittle.17
Dall’età di cinque anni Dedè frequenta la scuola elementare comunale «Massimina Rosellini», annessa alla omonima scuola Normale «presso il ponte Santa Trinità, in un nobile palazzo lambito dal bel fiume Arno»,18 che fin dall’intitolazione voluta dal Municipio di Firenze in memoria della nota scrittrice, autrice di poesie e commedie pedagogiche, incarnava la persistente centralità di una tradizione imperniata sul modello della «donna educante e da educare».19 La prima maestra elementare di Dedè è la stessa che inizia alla recitazione Emma Gramatica, portando spettacoli di fiabe in giro per l’Italia.
Più del cinema che meraviglia ma «fa dolere gli occhi» con il tremolio della visione ancora incerta, sono i corsi mascherati del giovedì grasso, «i vassoi circolanti sormontati di biscuits alla crema e i soffici divani di velluto rosso» del caffè Doney, i cocomeri sui banchi di piazza San Marco a stagliarsi nei suoi ricordi di bambina che cresce nella Firenze popolare e aristocratico-borghese ritratta da Palazzeschi nelle Stampe dell’Ottocento (Treves, Milano 1932) – uno dei 52 libri superstiti della biblioteca personale di Dedè.20
Adora la panna montata, il budino di cioccolato e la frutta candita; detesta la verdura, il fegato in umido e le polpette. Legge avidamente le storie avventurose di Salgari: fantastica su Gli orrori della Siberia e si commuove sulle pagine de La capanna dello zio Tom.21 Ma ha paura del buio e al tramonto le capita spesso di piangere per la rabbia di non poter vincere con la ragione l’impressione delle ombre notturne.
Ama parlare e andare in bicicletta; colleziona le figurine variopinte della Liebig, le cartoline illustrate e quelle con i disegni a matita da colorare, mentre non le importa granché di viaggi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Premessa
- Un’eccezionale normalità: vita della famiglia Dore Pintor
- Lettere familiari (1908-1968)
- Adelaide Dore Pintor e le stanze della scrittura
- Indice dei nomi
- Quarta di copertina