Vermi con ali di farfalla
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Vermi con ali di farfalla

L’evoluzione come idea filosofica

  1. 181 pagine
  2. Italian
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Vermi con ali di farfalla

L’evoluzione come idea filosofica

Informazioni su questo libro

Che cosa vuol dire, dal punto di vista filosofico, essere evoluzionisti? Dove conduce, sotto il profilo speculativo, l'accettazione del principio darwiniano, secondo il quale «la differenza mentale tra l'uomo e gli animali superiori, per quanto grande, è certamente di grado e non di genere»? Fino a che punto l'adesione al principio evoluzionistico obbliga a ripensare in modo nuovo vecchi concetti sui quali si discute da secoli? Se si crede nel principio evoluzionistico e si scarta ogni ipotesi di creazione, non ha più senso ragionare sulle vicende umane come se l'uomo fosse sempre esistito e avesse avuto fin dall'inizio le facoltà di cui oggi dispone. Queste doti, se l'uomo in principio non le aveva e le ha acquisite nel tempo, per via naturale, quale valenza hanno? E in che rapporto si trovano con la natura dalla quale si sono originate? È chiaro che una parte di questa ricerca possono farla soltanto gli scienziati, gli unici in grado di esplorare i meccanismi del cervello umano, ma molte domande che l'uomo si pone vanno oltre i confini della scienza: di queste ci si occupa qui, valendosi, quando è possibile, dei risultati dell'indagine scientifica.

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Informazioni

Anno
2013
eBook ISBN
9788867281909
Argomento
Filosofia
1. L’equivoco di Husserl
Una premessa doverosa. Edmund Husserl è stato uno dei pensatori più acuti e più avvincenti del Novecento europeo. Ebreo, nativo della Moravia, conobbe i rigori del nazismo e morì giusto in tempo, nel 1938, per non assistere all’orrendo massacro perpetrato dai sicari di Hitler. Nella sua tormentata esistenza avvertì la crisi profonda in cui l’Europa era caduta in quegli anni e giudicò fallimentare l’esperienza ottimistica delle dottrine positiviste che avevano dominato per decenni, compreso l’empiriocriticismo di Mach e di Avenarius.1 Contestò di esse soprattutto il dogmatismo e la fiducia illimitata nella scienza, ma senza mai commettere l’errore di negare l’evidenza empirica. E questo aspetto della sua visione, come ho già detto, la rende viva e accattivante.
Credo che non occorra, in questa sede, dedicare molto spazio al pensiero husserliano, che fu complesso ed ebbe varie fasi. Anche perché esso è stato oggetto, negli ultimi anni, di studi approfonditi e ha tuttora convinti sostenitori. Quello che conta, per la mia argomentazione, è il ruolo che il filosofo ha assegnato al mondo naturale e il rapporto in cui lo ha posto con la coscienza: un ruolo senza dubbio interessante, che però, analizzato attentamente, non giustifica, secondo me, le conclusioni che il filosofo ne ha tratto. Direi che al fondo di esso, nella relazione instaurata da Husserl tra la realtà naturale e la coscienza, si nasconda un equivoco che viene in luce appena si esamini il concetto di “fenomeno” per quello che realmente denota. Spiego meglio. Husserl nel saggio del 1911 intitolato La filosofia come scienza rigorosa ha introdotto una singolare distinzione tra ricerca fisica e psicologica. Ha scritto che il metodo di indagine psicologica «differisce radicalmente da quello della fisica, in quanto questa di principio esclude il fenomenale per ricercare la natura che in esso si presenta, mentre la psicologia vuole proprio essere scienza dei fenomeni stessi».2 Il filosofo ha ipotizzato così due aree distinte, una “naturale” e una “psichica”, o meglio ha disegnato un ambito naturale fatto di corpi spazio-temporali, che vengono percepiti sensibilmente, e uno spirituale dove, invece, il fenomeno, ricavato dall’esperienza empirica, attraverso un processo intuitivo, chiamato “riduzione fenomenologica”, si configurerebbe in sé e per sé, come “essenza” universale ed eterna delle cose, come «ciò che è e rimane per sempre nella sua identità». Ora, è vero che la scienza naturale indaga su ciò che è fuori dalla nostra psiche, mentre la ricerca psicologica scruta in essa, all’interno di noi, ma non è detto per questo che le scienze naturali guardino al di là del fenomeno. Se così fosse dovremmo ammettere che i fisici non studino la realtà naturale come essa ci si presenta nella sua “fenomenicità” empirica per scoprirne le “regolarità” e ciò che sfugge alla nostra percezione immediata, ma inseguano, per usare un’espressione kantiana, l’“in sé” della realtà, spingendo lo sguardo al di là dell’empirico. Trovo strana la distinzione, perché scienza e filosofia ci dicono ormai da tempo che il mondo in cui viviamo è “fenomenico”. E non perché noi non siamo in grado di scoprire la “inseità” delle cose, come asseriva Kant, ma perché esso è il prodotto di una costante interazione tra noi e la realtà di cui siamo parte e partecipi: una realtà della quale non siamo utenti o spettatori, ma alla quale siamo connessi intimamente, in quanto componenti della biosfera, che è il prodotto di un fenomeno naturale, la “vita”, limitato nel tempo e nello spazio. La natura non è l’“altro” da noi: noi siamo una sua manifestazione. Siamo corpi viventi e pensanti, in tutto e per tutto naturali. «Il corpo», ha scritto Antonio Damasio che da anni sta studiando i meccanismi del cervello, «è un fondamento della mente dotata di coscienza»: «il corpo e il cervello sono legati».3
Qualcuno osserverà che non è così, che l’uomo è diverso dalla natura e la coscienza umana non può avere un’origine naturale. È una vecchia obiezione alla quale non è il caso di replicare: c’è soltanto da chiedere, a chi la formula, che spieghi in che modo, a suo giudizio, la specie umana può essersi formata fuori dalla realtà naturale e in che modo può avere acquisito le facoltà di cui ora dispone. Altrimenti manca la base per un confronto. Chi, invece, crede nella genesi naturale dell’uomo non può non trarne le conseguenze. E la prima conseguenza che ne deriva, la più ovvia, è che tutte le facoltà di cui l’uomo dispone, comprese quelle di ordine superiore che lo distinguono dai non umani, altro non possono essere che acquisizioni naturali. E in quanto tali, anche se ancora in larga parte oscure e misteriose, possono essere indagate dai filosofi soltanto con l’ausilio delle scienze.
Se si accetta questa premessa appare chiaro che la vera analisi del fenomeno non è quella che si può fare astraendolo mentalmente e codificandolo in una presunta identità, come qualcosa che è sempre stato e sempre rimarrà nella forma in cui ora si presenta, ma è piuttosto quella che fa lo scienziato quando studia la realtà fenomenica per coglierne, non un’astratta identità, ma la dinamica del suo divenire: vale a dire il rapporto che intercorre tra la realtà naturale e la mente umana, nel loro interagire, da cui scaturisce la nostra conoscenza fenomenica. È l’indagine – tanto per fare un esempio – che ha indotto il neurologo Antonio Damasio a vedere nel cervello un infaticabile creatore di “mappe”. E a spiegarci che «le mappe cerebrali non sono statiche come quelle della cartografia classica: sono imprevedibili, cambiano da un momento all’altro per riflettere i cambiamenti che hanno luogo nei neuroni che le alimentano, cambiamenti che a loro volta riflettono le modificazioni in corso all’interno del nostro corpo e nel mondo intorno a noi».
Riprendo il filo. Husserl, come ho già detto, non ha mai contestato il valore dell’esperienza empirica, anzi ha riconosciuto espressamente che essa gode di una sua «legittimità».4 Ha detto anche di più a questo proposito. Ha scritto nella Crisi delle scienze europee:
Nella vita che conduciamo insieme noi abbiamo in comune un mondo già dato, il mondo che è e che vale per noi, il mondo di cui noi, anche nel nostro vivere-insieme, facciamo parte, il mondo per tutti noi, il mondo già dato in questo senso d’essere.5
E fin qui non c’è nulla da eccepire. Anzi, è pienamente condivisibile anche quanto Husserl afferma sulla conoscenza empirica. L’equivoco comincia a manifestarsi quando il filosofo dichiara di voler costituire una “scienza filosofica rigorosa”, come nessuno aveva fatto prima di lui. E sostiene che per raggiungere questo obiettivo si deve puntare sulla coscienza come un “assoluto” e combattere ogni dottrina che pretenda di “naturalizzarla”.
A questo punto non è più chiaro che cosa sia e da che parte spunti questa coscienza, che non è più la coscienza propria della specie umana, di cui dispongono i singoli soggetti, ma si presenta come un “ultimo traguardo”: un ambito trascendentale in cui si collocano le “essenze” delle cose ricavate dall’esperienza empirica attraverso la “riduzione fenomenologica”, e dinanzi al quale la realtà naturale, il “mondo della vita”, come il filosofo ha chiamato il nostro mondo, si svuota e finisce “tra parentesi”, lasciando dietro di sé una sorta di dualismo indefinito, dal vago sapore cartesiano:
Il discorso attorno all’uomo assume un duplice significato. L’uomo nel senso della natura (come oggetto della zoologia e dell’antropologia naturalistica) – l’uomo come un reale spirituale e come membro del mondo dello spirito (come oggetto delle scienze dello spirito).6
C’è una frase negli scritti di Husserl che mi ha sorpreso in modo particolare, un’asserzione, che il filosofo ha inserito, marginalmente, ma in modo chiaro nel saggio sulle Ricerche logiche.
In quel ponderoso lavoro, criticando il relativismo specifico, secondo il quale «non vi sarebbe alcun mondo in sé, ma solo un mondo per noi o per un’altra specie qualsiasi di esseri», il filosofo ha osservato che, se fosse davvero così, in assenza di «una qualsiasi specie di esseri giudicanti il mondo non vi sarebbe». E ha aggiunto:
Se ci riferiamo all’unica specie che conosciamo effettivamente e cioè alla specie animale, una modificazione della sua costituzione determinerebbe una modificazione del mondo, mentre, secondo le teorie universalmente accettate, le specie animali sono prodotti dell’evoluzione del mondo. Così giochiamo un bel gioco: dal mondo si sviluppa l’uomo, dall’uomo il mondo; Dio crea l’uomo e l’uomo crea Dio.7
L’espressione «universalmente accettate» lascia pensare che anche Husserl giudicasse valida la teoria dell’evoluzione e quindi ritenesse l’uomo, al pari degli altri animali, un prodotto della natura, un vivente che si è «sviluppato dal mondo». L’affermazione è senza dubbio marginale: Husserl conclude infatti la sua critica del relativismo con un linguaggio che ricorda i dialoghi platonici. «Ogni verità», scrive, «rimane in se stessa ciò che è, mantiene il suo essere ideale. Esso non è da qualche parte nel vuoto, ma è una unità di validità nel regno atemporale delle idee». Tuttavia, avendola incontrata, quell’asserzione, in uno dei più importanti scritti del filosofo, è difficile non porsi una domanda: la coscienza trascendent...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Premessa
  6. I Da Husserl a Darwin
  7. 1. L’equivoco di Husserl
  8. 2. L’approdo al darwinismo
  9. II L’evoluzione come principio filosofico
  10. 3. Prima e dopo Darwin
  11. 4. L’enigma della coscienza
  12. III Il mondo dell’uomo
  13. 5. Due nodi da sciogliere
  14. 6. I corollari
  15. 7. All’interno del senso comune
  16. Epilogo
  17. Opere citate
  18. Indice dei nomi
  19. Quarta di coperta

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