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La nascita del diritto d’autore in Italia
Concetti, interessi, controversie giudiziarie (1840-1941)
- 185 pagine
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La nascita del diritto d’autore in Italia
Concetti, interessi, controversie giudiziarie (1840-1941)
Informazioni su questo libro
Da quando lo sviluppo delle tecnologie digitali ha facilitato la riproduzione di testi e immagini, il tema del diritto d'autore è diventato di grande attualità. Su quotidiani e periodici ci si interroga sulla sopravvivenza di questo istituto e sul l'even tua lità di un suo definitivo superamento in nome della piena libertà di accesso al l'informazione.
Ma come è nato il diritto d'autore in Italia e soprattutto quali soggetti sociali – editori, autori, ma anche politici – si sono maggiormente mobilitati per la sua piena affermazione fin dal primo Ottocento.
Attraverso la ricostruzione puntuale delle discussioni tra gli addetti ai lavori e del dibattito parlamentare del l'Italia unita in un serrato dialogo con la realtà europea, l'autrice mette in luce le tappe della lenta attuazione della tutela del l'autore, i conflitti tra le diverse forze in campo e soprattutto il ruolo svolto dalle nuove associazioni nate alla fine del l'Ottocento – e tuttora esistenti, seppure con altre sigle – in rappresentanza degli interessi di categoria, l'Associazione dei tipografi e degli Editori e la Società degli Autori.
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StoriaCategoria
Storia del XIX secoloIV. Da Parigi a Milano: una associazione per i diritti degli autori
Il tema del diritto d’autore è per sua natura trasversale. Non solo infatti incrocia gli interessi delle più diverse categorie – dagli autori stricto sensu agli editori, dai commercianti di libri ai traduttori e agli imprenditori artistici – ma valica anche le frontiere poiché, con l’espansione degli scambi internazionali e l’ampliamento delle reti di informazione culturale, richiede norme legislative che pur nate nell’ambito di differenti tradizioni giuridiche si ispirino sempre più a concetti univoci, in modo da tutelare in maniera sostanzialmente uniforme figure sociali appartenenti a mondi e culture diverse.
Una conferma di questa trasversalità viene ancora una volta dai paesi francofoni, ed in particolare dalla Francia che aspira a divenire in questi anni il motore primo dell’unificazione internazionale delle leggi in materia di diritto d’autore. Preparato sin dal 1877 dalla Société des gens de lettres de France, si apre infatti sul tema della proprietà letteraria nel giugno del 1878 a Parigi il Congrès littéraire international; la concomitanza con l’Esposizione universale, celebrazione dell’orgoglio francese dopo la tragica disfatta dei primi anni Settanta, garantisce all’assise parigina una grande risonanza giornalistica e l’attiva partecipazione di intellettuali e addetti ai lavori provenienti dalle più diverse nazioni del mondo civile.1 Non a caso, oltre ai rappresentanti dei più avanzati paesi europei – dall’Inghilterra ai Paesi Bassi, dalla Svezia a Spagna e Portogallo – mandano la loro adesione o intervengono personalmente esponenti di Brasile, Stati Uniti, Perù, e Russia.
Diversamente dall’incontro di Bruxelles del 1858, a cui idealmente si ricollega, l’iniziativa del congresso è assunta direttamente dall’organizzazione degli intellettuali e scrittori francesi, la Société des gens de lettres, che si muove ormai come una potente lobby in grado di condizionare scelte politiche e progetti legislativi. In questo quadro, le parole pronunciate come introduzione ai lavori sono quanto mai illuminanti:
Ce Congrès, auquel sont conviés tous les écrivains étrangers, aura pour objet principal la discussion des questions qui se rattachent au droit de propriété littéraire internationale, et la reconnaissance de ce droit, que les conventions diplomatiques ont été, jusq’à ce jour, impuissantes à protéger efficacement.2
Il giudizio sulla reale efficacia degli accordi bilaterali, numerosissimi dagli anni Quaranta ma inevitabilmente frammentari, appare quanto mai severo. Nell’assenza di una iniziativa politico-diplomatica complessiva, del resto a detta degli organizzatori sostanzialmente incapace di tutelare i diritti degli intellettuali in patria come all’estero, l’associazione degli scrittori francesi, forte di un consenso e di un prestigio indiscusso sia nell’opinione pubblica interna che a livello internazionale, sceglie di porsi come una sorta di avanguardia capace di raccogliere le rivendicazioni provenienti da tutto il mondo della cultura e di trasformarle in una proposta normativa unitaria. L’obiettivo finale è un unico trattato internazionale che garantisca il principio di reciprocità e dia regole certe agli scambi commerciali in tema di traduzioni.3 Dietro, come vedremo, c’è anche l’utopia di un nuovo soggetto sociale che raccolga tutti gli intellettuali dell’orbe, una Repubblica delle Lettere dell’era positivista, organo di rappresentanza degli interessi e insieme motore di elaborazione di più vaste proposte di modernizzazione e di sviluppo civile.
Al di là di questa continua dicotomia tra ideali palingenetici ed istanze pragmatiche che caratterizzerà tutta la durata dell’incontro condizionandone anche gli esiti finali, il congresso svolge in effetti una importante funzione di stimolo sulle realtà locali. La delegazione italiana è di tutto rispetto; accanto ad intellettuali e scrittori come Edmondo de Amicis, Cesare Correnti, Giuseppe Giacosa e Tullo Massarani, sono presenti attivamente anche avvocati esperti in diritto d’autore, come Moisè Amar, ed editori ben noti nel mondo francese, come Edoardo Sonzogno, dal 1872 rappresentante in Italia della Société,4 ed Emilio Treves, che dal 1875 ricopre la carica di presidente della Associazione tipografica libraria italiana. Spicca anche la partecipazione di Edoardo Arbib, esponente di primo piano della appena fondata Associazione della stampa periodica italiana.5 Rispetto all’assise di Bruxelles, la situazione italiana è radicalmente mutata; se nel 1858, infatti, gli italiani presenti provenivano da una realtà frammentata, divisi da frontiere e legislazioni differenti che non garantivano una effettiva tutela dell’autore, nel 1878 possono ormai contare su un mercato nazionale unitario e su una legge che, per quanto perfettibile e, come è noto, da molti criticata, costituisce un primo importante passo per il pieno riconoscimento dei diritti dell’autore e della difesa dell’attività intellettuale.
Ma c’è di più. Diversamente che nel 1858, i partecipanti al congresso non sono soltanto singoli individui ma in una parte consistente sono espressione di precise realtà associative già attivamente operanti nella penisola, sono portatori quindi di interessi collettivi ed esprimono pareri condivisi. Da questo punto di vista, la presenza dei due editori milanesi, e soprattutto di Emilio Treves è quanto mai significativa; e non è un caso che, diversamente dai numerosi intellettuali che garantiscono una presenza solo agli incontri collegiali, Treves partecipi intensamente a tutti i lavori congressuali, dando il proprio contributo al lavoro delle commissioni, in particolare quella che si propone di regolare il mercato delle traduzioni.6
In verità, l’approccio fortemente ideologico, che già si è notato, condiziona pesantemente il dibattito ed incide anche sulle risoluzioni finali che, per quanto votate a larghissima maggioranza, risentono degli orientamenti espressi soprattutto dagli intellettuali francesi. In primo luogo, l’eccesso di retorica proprietaria, che del resto aveva contrassegnato sin dal 1793 l’affermazione del diritto d’autore nella legislazione transalpina, spinge non solo a formulazioni sempre più radicali sulla natura di tale diritto, ma ha come conseguenza inevitabile la riaffermazione della perpetuità della proprietà letteraria, generando ovviamente non poche perplessità soprattutto nella platea degli stessi editori francesi, che esprimeranno il loro netto dissenso. Tale perpetuità in effetti è mitigata, nella proposta di normativa, da quello che in Italia verrà definito «dominio pubblico pagante», che consentirebbe di fatto agli imprenditori librari, concluso il periodo iniziale fissato dalle leggi di piena disponibilità concessa all’autore, di pubblicare liberamente l’opera con il pagamento di un canone percentuale agli eredi o ai cessionari.7 Ma il tutto appare assai gravoso per l’industria editoriale costretta in perpetuo, secondo tale proposta, a versare somme di denaro a lontanissimi eredi, e suscita anche le critiche di Moisè Amar che non manca di sottolineare la diversità con la posizione italiana, a suo dire meno ambigua e più pragmatica.
Sulla questione dei diritti degli autori stranieri, il congresso non può che fornire indicazioni generiche, auspicando che in avvenire questi ultimi siano tutelati alla stessa stregua degli autori in patria.8 In effetti, il nodo più importante da sciogliere è quello delle traduzioni che soprattutto per i romanzieri francesi, forti di una indiscussa e planetaria egemonia letteraria, costituisce un tema quanto mai stringente. La legislazione transalpina garantisce all’autore di un’opera originale solo un anno per curare la traduzione o cercare un editore straniero disposto ad eseguirla, passato il quale l’opera può essere liberamente tradotta senza il suo consenso e, cosa largamente diffusa, con tagli e rimaneggiamenti che possono stravolgerne l’impianto iniziale. Ma come è ovvio, se il dibattito risulta assai vivace, la profonda differenza nelle legislazioni e soprattutto i divergenti interessi e le perplessità di molte delle delegazioni straniere, tra cui quella italiana, rendono oltremodo difficile l’adozione di un pronunciamento univoco che, venendo incontro alle richieste francesi, salvaguardi anche gli interessi di gran parte degli editori stranieri.9
In ogni caso, se inevitabilmente sui primi punti all’ordine del giorno non si va molto al di là di una generica dichiarazione d’intenti, pur se talvolta condita da frasi magniloquenti, non vi è dubbio che il risultato più apprezzabile e duraturo del congresso di Parigi è la creazione di un organismo internazionale che raccolga potenzialmente tutti gli intellettuali per la difesa dei propri diritti in patria e all’estero.
Le Congrès estime que l’amélioration de la condition morale et matérielle des littérateurs est essentiellement liée à la fondation ou au développement des Sociétés ayants pour objet la défense des droits de l’écrivain et la création de fonds de secours et de retraite. Enfin, il a adopté le projet de fonder une association littéraire internationale, ouverte aux Sociétés littéraires et aux écrivains de tous les pays.10
L’assunto è molto chiaro. Già da tempo, come dimostra del resto l’ordine del giorno iniziale del congresso, il disordine legislativo e la complessità delle azioni giudiziarie hanno dimostrato la necessità della creazione di un organismo collettivo, in grado di fornire al singolo autore, oltre alla consapevolezza dei propri diritti, anche assistenza, consulenza giuridica ed eventualmente sostegno economico nel caso di conflitti. Si tratta, come si ricorderà, della vecchia proposta di Gaspero Barbèra, che del resto ha avuto in Francia piena attuazione sin dalla fine degli anni Trenta e che si vuole a questo punto estendere come modello unificante in tutte le nazioni civili. Ma non basta. Nell’attesa che queste associazioni nazionali si dotino di una struttura stabile, con le medesime finalità si costituisce a Parigi l’Association littéraire international che diventa, con l’entrata degli artisti, Association littéraire et artistique internationale (ALAI), in rappresentanza degli interessi di tutti gli intellettuali e i produttori delle opere dell’ingegno; sarà proprio questa società, che si riunirà ogni anno in una capitale europea, a farsi promotrice, come vedremo, della prima convenzione internazionale «per la protezione delle opere letterarie ed artistiche» a Berna nel 1886.11
Il dibattito italiano
La nascita di questa nuova associazione, che costituisce certamente il risultato più importante e durevole dei lavori congressuali, viene salutata con grande enfasi, tanto da vedervi, almeno nelle parole dei francesi che più degli altri l’hanno favorita e promossa, l’inizio di una nuova era di sviluppo civile e di fraternità non solo tra i produttori di cultura ma fra tutti gli uomini.12
Diversa e volutamente più sobria l’atmosfera che si respira a Milano dove si riunisce, a pochi mesi di distanza dall’assise parigina, il congresso per la proprietà letteraria e artistica, in questo caso voluto e promosso dall’Associazione tipografico libraria, e presieduto da Emilio Treves che vi svolge la relazione introduttiva.13 La riunione si ricollega idealmente al congresso parigino da cui trae sollecitazioni e stimoli, ma in questo caso l’iniziativa è esclusivamente frutto della dinamicità della società degli editori, a riprova della fragilità e della frammentazione del ceto intellettuale italiano che, ancora in questa fase, sembra incapace di farsi promotore di progetti condivisi. Tale scelta condiziona sin dall’inizio il taglio e l’ispirazione generale dell’incontro che rifugge da quelle che ritiene astratte questioni di principio per attirare l’attenzione sulle questioni più urgenti da sottoporre all’attenzione del legislatore.
Questo orientamento è presente sin dalle prime parole di Emilio Treves che, rivolgendosi ad una ampia e composita platea di convenuti, afferma di volersi tenere programmaticamente lontano dalle «riunioni accademiche, piene di discorsi» auspicando un fattivo incontro di «uomini d’affari che trattano fra loro di un argomento che li riguarda» e prosegue:
Trattiamolo in modo pratico, senza dilungarci nella discussione di principj che o sono già ammessi o non saranno ammessi mai: pigliamo per punto di partenza la nostra legge, le nostre convenzioni; chiediamo quelle modificazioni, quelle riforme, che v’è probabilità di attuare; e la voce che partirà da questa riunione potrà essere ascoltata dal Governo e dalle nostre Assemblee legislative. Non avremo perduto, ad ogni modo, il nostro tempo, né vi avremo fatto perdere il vostro, discutendo dal punto di vista italiano, che ha sempre qualche cosa di semplice e positivo, una questione che agita il mondo civile.14
Non è la prima volta che Treves polemizza contro il costume accademico degli autori italiani. E del resto, non si pecca certo di malizia se si avverte nelle frasi dell’abile editore milanese una vena polemica nei confronti del consesso francese e soprattutto degli intellettuali organizzatori che, a suo avviso, vi hanno dato una eccessiva impostazione ideologica; in particolare, mette in guardia Treves, l’insistenza sulla perpetuità del diritto d’autore rischia di generare una più forte ostilità soprattutto all’interno di quei settori dell’opinione pubblica, né pochi né deboli, ancora contrari all’idea stessa di proprietà intellettuale, mettendo in discussione i risultati raggiunti.15 La proposta è quindi quella di procedere per gradi individuando volta per volta, sulla base dei suggerimenti più accettabili e convincenti che provengono d’oltralpe, le modifiche alla normativa italiana che possono trovare positiva accoglienza in ambito politico e parlamentare.
I temi evidenziati riguardano in particolare la durata dei diritti d’autore, con particolare riguardo al dominio pubblico pagante, le modalità per l’accertamento dei diritti ed infine il risarcimento dei danni in caso di contraffazione accertata.
Come si ricorderà, la legge italiana, dopo un aspro dibattito parlamentare e con l’esplicita contrarietà di molti settori intellettuali, aveva accolto il principio del dominio pubblico pagante sia pure per un periodo ristretto; di fatto, partendo dalla data di pubblicazione dell’opera, questa in un primo periodo viene considerata esclusiva proprietà dell’autore mentre nel secondo e sino allo scadere degli 80 anni dalla sua prima edizione può essere riprodotta da chiunque, con il pagamento di un canone fisso del 5% agli eredi o ai cessionari.16 Soluzione ambigua e difficile da calcolare, come hanno sottolineato in molti, perché costringe a considerare non il complesso della pro...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Introduzione
- I. Prima dell'unificazione (1840-1861)
- II. La proprietà letteraria e l'unificazione legislativa: una faticosa gestazione
- III. «Una legge c'è: ma a che vale?»
- IV. Da Parigi a Milano: una associazione per i diritti degli autori
- V. Conflitti giudiziari: i protagonisti, le controversie emblematiche
- VI. Tra età liberale e fascismo. Una modernizzazione autoritaria
- Opere citate
Domande frequenti
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