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Fra i lebbrosi, in una città medievale
Verona, secoli XII-XIII
- 149 pagine
- Italian
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Informazioni su questo libro
La malattia della lebbra, i malati di lebbra e i luoghi destinati ad accoglierli costituirono una realtà decisamente familiare per gli uomini e per le donne vissuti in età medievale, sia nelle città sia nei contesti abitativi rurali. Tale realtà da un lato continuò ad alimentare sentimenti negativi, quali il rifiuto, la paura del contagio, il ribrezzo, supportati dall'idea vetero-testamentaria della malattia come castigo divino per l'umanità peccatrice; dall'altro, con maggiore intensità nei secoli XII e XIII, essa fu considerata in modo del tutto nuovo, poiché il lebbroso divenne l'immagine del Cristo sofferente e l'assistenza verso i malati assunse una valenza religiosa. Il volume esplora questa particolare realtà del nostro passato, focalizzando lo sguardo sulla Verona dei secoli XII e XIII e sulle sue fonti.
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StoriaCategoria
Storia dell'Europa medievale1. Evoluzione dell’immagine del lebbroso
Malsani-bensani, infirmi, pauperes, miseri, miselli, malati.67 Le molteplici denominazioni date ai lebbrosi quando le “carte” si occupano di loro – con intensità e in modo organico almeno dal secolo xii – sembrano tracciare subito, al primo incontro, una linea oscillante tra sentimenti diversi, talora contraddittori. Pietà e ribrezzo, compassione e paura sono i perni di un sentire proveniente da lontano, tanto da sfociare nel mito o nel sacro oppure ancora nella superstizione. L’ambiguità dei termini è ben visibile: basta qui segnalare la coppia malsani-bensani, ovvero il rovesciamento della più consueta denominazione dei malati di lebbra (malsani) verso un significato positivo. E chi non vede nel miselli un accento, venato di una qualche tenerezza, assente nel più comune miseri? L’uso di una parola prima di essere un fatto semantico rispecchia una concreta realtà e in qualche maniera contribuisce al suo farsi. Avviene per i lebbrosi percepiti come individui e avviene per le loro aggregazioni, dove echi diversi rifluiscono da esperienze e sentimenti tanto reali quanto difficilmente individuabili.
Ci accingiamo a esplorare questo particolare settore di storia del “nostro” passato – la lebbra e i lebbrosari in una città medievale – con sguardo attento e curioso, non senza prima avvertire che pure in questa storia, come nella “grande” storia dell’uomo, le ambiguità non mancano, visibili anche solo nel linguaggio della documentazione, oscillante tra la considerazione positiva, in ogni caso compassionevole, del malato e la registrazione del suo stato di profonda e ineliminabile marginalità; tra la sua qualificazione di frater o misellus, e quella di pauper o malsanus, o infine di hospes, ossia di persona destinataria passiva dell’assistenza ospedaliera, privata del diritto di esprimere la propria umanità ancora dolorosamente viva. Le stesse testimonianze documentarie ci condurranno a limitare spazi e tempi (Verona e i secoli xii e xiii), aiutandoci a entrare dentro quel mondo dolente in cerca di salvezza.
L’immagine del lebbroso va configurandosi nel tempo con un peso di contraddizioni destinate a lasciare traccia.
Studiosi diversi si sono cimentati a decifrare, distinguere, inserire in contesti appropriati la percezione popolare e colta del dramma provocato dalla terribile malattia. Come avvertono le indagini esperite in tempi non molto lontani, l’abbandono di visioni uniformanti, poco attente alle dinamiche temporali assunte dal fenomeno “lebbra”, è comune.68 La visione tutta negativa dei malsani viene non cancellata certamente ma modulata secondo la sua concretezza umana e collocata nel contesto appropriato. Nell’Occidente europeo cristianizzato contribuirà alla sua formazione in misura evidente il deposito delle Scritture sacre e sarà subito chiaro il groviglio di significati assunto nel tempo e nello spazio dal crudele morbo. Su tale fondo biblico, esplorato già da molti, ci si deve dunque soffermare almeno per cenni.
Già il Levitico e il Deuteronomio fornivano elementi sufficienti per diagnosticare la malattia (capp. xiii e xiv del Levitico e cap. xxiv del Deuteronomio, 8-9), dotandola nel contempo di quel carattere sacrale che non sarebbe stato abbandonato neppure nell’innovativo comportamento di Gesù di Nazareth, il quale, come si sa, mandò il lebbroso guarito dai sacerdoti per ratificare l’avvenuta guarigione, seguendo nella “novità” del miracolo il rituale antico (Mt 8, 1-4).
A conservare il carattere sacro del morbo concorrevano anche racconti biblici, come, ad esempio, il notissimo episodio di Naaman il Siro: Naaman, capo dell’esercito del re di Aram, lebbroso, avendo udito da una sua servetta che il profeta Eliseo sarebbe stato in grado di guarirlo, si reca in Samaria per incontrarlo; Eliseo – ci dice il racconto – «gli mandò un messaggero per dirgli: “Va, bagnati sette volte nel Giordano, la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito”. Naaman si sdegnò e se ne andò protestando»; aveva infatti pensato che il profeta lo avrebbe guarito toccando il suo corpo piagato e non attraverso le acque di un fiume come tanti altri. Tuttavia, su sollecitazione dei servi, che appaiono i veri saggi mediatori di tutta l’operazione, si immerse sette volte nelle acque del fiume ubbidendo «e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto» (2 Re, 5, 1-14).
La guarigione, in questo caso, va oltre l’ambito israelitico, dato che Naaman è un forestiero, e si compie nel segno della gratuità del dono e della manifestazione in pienezza della potenza del Dio di Israele e del suo profeta: è un evento pienamente sacro messo in atto per una infermità sanabile solo con l’intervento divino.
Diversamente si presenta l’episodio che ha come protagonista il re Ozia:
[Ozia] si mostrò infedele al Signore suo Dio. Penetrò nel tempio per bruciare incenso sull’altare. Dietro a lui entrò il sacerdote Azaria, con ottanta sacerdoti del Signore, uomini virtuosi. Questi si opposero al re Ozia, dicendogli: “Non tocca a te, Ozia, offrire l’incenso, ma ai sacerdoti figli di Aronne, che sono stati consacrati per offrire l’incenso. Esci dal santuario, perché hai commesso un’infrazione alla legge. Non hai diritto alla gloria che viene dal Signore Dio”. Ozia, che teneva in mano il braciere per offrire l’incenso, si adirò. Mentre sfogava la sua collera contro i sacerdoti, gli spuntò la lebbra sulla fronte davanti ai sacerdoti nel tempio presso l’altare dell’incenso […] Il re Ozia rimase lebbroso fino al giorno della sua morte. Egli abitò in una casa di isolamento, come lebbroso, escluso dal tempio (2 Cronache, 26, 16-21).
Assistiamo qui all’usurpazione del sacro operata da una potenza mondana (il re), punita con il marchio di una malattia che durerà fino alla morte: Ozia sarà isolato per sempre dal consorzio umano, porterà nella sua carne il castigo per essersi appropriato delle prerogative sacerdotali; la lebbra segnerà l’impuro in modo inesorabile, senza alcuna possibilità di redenzione.
Si potrebbe continuare. Basti il rinvio alle ricche rassegne delle interpretazioni del morbo messe insieme da altri – non si può non pensare per un esempio a Nathaniel Brody.69 Richiami biblici e credenze popolari si congiungono a dare del lebbroso e della lebbra un’immagine oscillante tra simbolo di impurità, castigo divino, espressione del male: a malapena trapela nel racconto veterotestamentario qualche barlume della grazia, curiosamente riservata a un forestiero come Naaman.
Ma una interpolazione di san Girolamo al testo di Isaia (53, 4) porta a una nuova lettura: appare un Cristo «quasi leprosus» a incarnare il servo di Dio sofferente. È chiaro il salto di prospettiva, forse proprio perché si basa su una esegesi errata. L’avvicinamento del lebbroso al Dio di passione e di salvezza sembra allora donare un nuovo volto e delle sconosciute possibilità all’infermo impuro. I Vangeli confermeranno tale “svolta’: i molti incontri di Gesù “guaritore” con i lebbrosi (oltre a Mt 8, 1-4, si ricordi Mc 1, 40-45, Lc 5, 12-14) sono momenti di grazia, che conducono alla rinascita dell’uomo prima distrutto, donando nuova vita al malato, il quale – dice il Vangelo di Marco – diventa seguace di Gesù e annunciatore della “buona novel...
Indice dei contenuti
- Risvolto
- Occhiello
- Frontespizio
- Colophon
- Indice
- Premessa
- Studi sulla lebbra e i lebbrosi medievali
- 1. Evoluzione dell’immagine del lebbroso
- 2. Prima di San Giacomo alla Tomba: frammenti di storia
- 3. Squarci di vita in lebbrosari veronesi tra xii e xiii secolo
- 4. Dai fatti alle persone
- Appendice. Parlano gli abitanti del lebbrosario
- Bibliografia
Domande frequenti
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