Appendice
Scritti di
Dante Alighieri tradotto da Marsilio Ficino,
Cesare Balbo, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello,
Giovanni Gentile, Giuseppe Troccoli, Vittorio Vettori,
Augusto Del Noce, Erich Auerbach, Charles Singleton, Renè Guénon, Maria Zambrano, Étienne Gilson,
Emanuele Severino, Adriana Mazzarella
… pestilentiale voragine
El principale huficio di tutti gli huomini, i quali dalla natura superiore sono tirati ad amare la verità, pare chessia questo: che ccome loro sono aricchiti per la fatica degli antichi, così s’affatichino di dare delle medesime riccheze a quelli che dopo loro verranno. Perché molto di lungi è dallo huficio dello huomo colui che, amaestrato di publiche dotrine, non si cura di quelle alcuno frutto alla repubricha conferire. Costui non è e legnio, el quale, piantato presso al corso delle aque, nel debito tenpo frutti produce, ma è più tosto pestilentiale voragine, la quale senpre inghiottisce et mai non rende.
Pensando io questo spesse volte, acciò che mai non fussi ripreso del nascoso talento, ho desiderio di dare a’ posteri non solamente copiosa dimostratione, ma etiandio frutto, et dimostrare quelle verità che non sono dagli altri tentate. Inperò che nessuno fructo produrebbe colui che di nuovo dimostrassi una propositione da Euclide dimostrata; eccolui chessi sforzassi di dichiarare la felicità da Aristotile g[i]à dichiarata; et colui che volessi difendere la vecchiaia g[i]à difesa da Cecerone. El sermone di costui superfluo più tosto parturirebbe fastidio che fructo alcuno. Et tra ll’altre verità occulte et hutili la notitia della tenporale monarchia è hutilissima et molto nascosa, et non mai d’âlcuno tentata, non vi si vedendo dentro guadagnio; e però il proposito mio è di trarre questa delle tenebre alla lucie, acciò che io m’affatichi per dare al mondo hutilità, et primo la palma in questo esercitio a mia gloria conseguiti. Certamente grande hopera et dificile et sopra le forze mie incominc[i]o, confidandomi non tanto nella propia virtù, quanto nel lume di quello donatore “che dà a ogniuno abondantemente et non rinpruovera”.
Dante Alighieri in Monarchia, 1312,
nella traduzione dal latino di Marsilio Ficino, 1468.
L’età di Dante è la più importante forse della storia d’Italia…
Se Dante non fosse stato altro che poeta o letterato. io lascerei l’assunto di scriverne a tanti, meglio di me esercitati nell’arte divina della poesia, o in quella così ardua della critica. Ma Dante è gran parte della storia d’Italia; quella storia a cui ho dedicati i miei studi, che ho tentata in più guise, ma che non ispero guari di poter compiere oramai. Quindi è che non avendo potuto o saputo ritrarre la vita di tutta la nazione italiana, tento ritrarre quella almeno dell’Italiano che più di niun altro raccolse in sè l’ingegno, le virtù, i vizi, le fortune della patria. Egli ad un tempo uomo d’azioni e di lettere, come furono i migliori nostri; egli uomo di parte; egli esule, ramingo, povero, traente dall’avversità nuove forze e nuova gloria; egli portato dalle ardenti passioni meridionali fuori di quella moderazione che era nella sua altissima mente; egli, più che da niun altro pensiero,accompagnato lungo tutta la vita sua dall’amore; egli, insomma, l’Italiano più italiano che sia stat mai. S’aggiugne, che l’età di Dante è, rispetto all’insegnamento morale, la più importante forse dellastoria d’Italia; quella in che si passò dalle brevi virtù ai lunghi vizi repubblicani. E s’aggiugne, che colle opere, e collo scritto ei tentò di rattener la patria in su quel precipizio; e che cadutovi egli stesso più o meno, rimase pure in tutto lo scrittore più virtuoso che abbiamo: ond’è, che il nome di Dante tanto più risplendette sempre tra le generazioni successive, quanto più elle tornarono a virtù; e che non ultima fra le ragioni di patrie speranze, è il veder redivivo il culto e lo studio di lui. Questi furono i pensieri che mi fecero prendere amore all’opera; questi mi danno fiducia, che, anche adempiuta con forze troncate, ella possa riuscir non inutile nè ingrata a’ miei compatrioti. E se ella iugnesse ad alcuno di quegli stranieri i quali ci restan benevoli per memoria de’ nostri maggiori, spero appresso di loro qualche favore dal nome di Dante, il primo grande scrittore della prima lingua moderna, il quale aprì così all’Europa tutta quella carriera di lettere e civiltà che ella corse d’allora in poi. Del resto, io scrivo per gli uomini colti sì e curiosi di particolari, ma non propriamente per gli eruditi.
Cesare Balbo, Vita di Dante, 1853.
Messo del Cielo
Conoscere e descrivere la mente di Dante sarà mai possibile? Egli eclissa nella profondità del suo pensiero: volontariamente eclissa. Io già mi posi in cuore di seguirlo in una di queste sparizioni, nella quale, dopo aver detto, Mirate, egli lascia i nostri occhi in mezzo alla caligine. Se vedo questa volta, io dicevo, vedrò sempre, se lo comprendo in questa parte, lo comprenderò nel resto. I. Il luogo oscurissimo è dal VII al IX dell’inferno. E l’ora del tempo è mezzanotte. È mezzanotte quando il Poeta scende con Virgilio ‘a maggior pieta’, mentre era vespro quando si ‘apparecchiava a sostener la guerra Sì del cammino e sì della pietate’. Cadono le stelle e persuadono il sonno: è l’ora che Enea, con voce che noi sentiamo risonare nei versi di Virgilio, grave e quasi velata, si fa a narrare l’ultima notte di Troia. E Dante che già nella sera, nel silenzio e sopore universale, si sentiva solo a vegliare di tutti i viventi, ora a mezzanotte pare oppresso da un sogno sognato per tutto il durare d’un viaggio notturno.
E il viaggio pare uno di quelli che possiamo ricordare d’aver fatti da fanciulli (Dante è come un fanciullo vicino a Virgilio), un poco a piedi, poi portati di peso in carrozza, poi discesi senza averne coscienza intera, balzati di qua e di là, tra cigolii e schiocchi e scricchiolii e tonfi, con qualche carezzevole parola mormorata all’orecchio in mezzo a un rotolare continuamente e sordamente fragoroso. L’Ombra e il Vivente scendono accompagnati dal gorgoglio assiduo di un fossato di acqua buia, e questo fossato si fa palude, la palude della ‘Tristi9 zia’, in fondo alla piaggia. E la palude è piena di strepito d’anime che rissano tra loro e di scoppi di bolle che vengono da altre anime fitte nel fango.
Essi girano per un grande arco del margine e si trovano avanti una torre. La torre accenna con due fiamme sulla cima, e un’altra di lontano rende il cenno. Una barca s’appressa nel buio, e il barcaiuolo grida sinistramente. Entrano, vanno. A Dante apparisce, pieno di fango, il nemico morto che non riconosce lui e forse vuol salire nella sua barca; ma è da lui riconosciuto e respinto. Una scena infernale di odio e di sdegno e di giusta vendetta e di rabbia impotente e di battaglia tra morti, tramezza il viaggio della mezzanotte. Il vocio dei dannati s’allontana; ed ecco avanti avanti un immenso lamento, in fondo in fondo un rosseggiare di fuoco: è una città di ferro incandescente, Dite, il vero Inferno. Sbarcano, e per la prima volta Dante vede i ‘da’ ciel piovuti’; per la prima volta è lasciato solo; per la prima volta vede il Maestro, con gli occhi alla terra, dubitare e sospirare, l’ode parlare con parole tronche e raccontare una tetra storia di scongiuri e di luoghi fondi e bui. Lo interrompe l’apparizione delle Furie, viene in volta il Gorgon, e Virgilio chiude gli occhi a Dante con le sue mani.
Quando egli è così senza vista, sente come l’appressare di un temporale. Viene il liberatore, un Messo del cielo che con una verghetta apre le porte di ferro. È il risveglio, finalmente: e Dante si trova in un cimitero con gli avelli scoperchiati, donde escono fiamme. Tra il sommo del pericolo, quando sulla cima della torre rovente si mostra il Gorgon, e il risveglio, è un ammonimento agli intelletti sani che sembra un lampo il quale aprendo a un tratto le tenebre, le lascia più nere e inerti che mai. Or qui, più che in ogni altro luogo e momento, è dubbio e oscurità. Stige, torri, Flegias, parole di Virgilio, Furie, Gorgon, Messo: tutto mistero. Ma nello Stige, che cinge la città dolente, ‘il fummo è più acerbo’.
Giovanni Pascoli, Minerva oscura, 1898.
Dante muove dalla terra al cielo
(…) Se al suo poema avesse posto mano soltanto il cielo, se in Dante fosse soltanto la ferma fede nella vita oltremondana come vera ed eterna vita, senza che ad essa s’unisse nell’animo di lui fortissimo il sentimento delle cose mondane, Dante sarebbe un asceta, un teologo, un padre quaresimalista o non so che altro; invece è proprio poeta, e il poeta che compone un poema a cui pongon mano e cielo e terra, appunto perché oltre il cielo, grazie a Dio, c’è in lui anche la terra, e a quella ferma fede s’unisce quel sentimento fortissimo delle cose mondane!
(…)
La sua fantasia è popolata d’immagini e non di concetti. Ma il Croce, che si prova sempre a negare quel che prima ha affermato, dice che ‘quella materia’ nello spirito di Dante, ‘si formò in poesia’ e poi che resta materia da trattato allegoricomorale (…). In Dante, invece, l’allegoria è necessaria e sostanziale, sempre: è l’altro mondo che è il vero mondo: non un concetto, ma una realtà da creare poeticamente. Dante crede alla forma allegorica del suo sentimento, che val quanto dire alla realtà della sua rappresentazione, e si vede in essa, attraverso essa, toccando tutto, descrivendo tutto nella sua consistenza maravigliosa: parlare di romanzoallegoria, di costruzione intellettuale è bestemmia.
(…)
Dante muove dalla terra al cielo, dall’umano al divino. Per lui è da natura inferiore prendere soltanto una sensibile dilettazione. Egli non vuole fare la figura simbolo di un concetto, una figura dunque che non abbia per sé verità. Ma per lui la figura ha verità in quanto simbolo; in quanto cioè significa qualche cosa, per cui è così e così; e l’arte è la rappresentazione di questo qualche cosa, per cui ogni figura vive nella sua essenzialità allegorica, non come in una veste, ma anzi nella sua vera realtà. Non è la Grazia che si fa Beatrice; è Beatrice che vive nella sua vera essenzialità di Grazia divina. Come si vede, abbiamo un assoluto capovolgimento del concetto d’allegoria. E chi non intende questo, non può intender Dante…
Luigi Pirandello, Sulla Poesia di Dante, 1920-1921.
La filosofia
Per Dante, in particolare, non potendosi negare che una filosofia ci sia nella “Commedia”, s’è detto: «E qui è d’uopo che ben si distingua». Ci sono bensì nel suo Poema canti o brani in cui Dante troppo si ricorda di quei tristi e pur dolci anni della gioventù, quando, mortagli Beatrice, e cercando egli consolazione al suo dolore nella filosofia, cominciò «ad andare ov’ella si dimo...