La fata serpente
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La fata serpente

Indagine su un mito erotico e regale

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La fata serpente

Indagine su un mito erotico e regale

Informazioni su questo libro

La letteratura abbonda di creature impossibili. Una vera e propria esibizione di forme diverse, espressione di una rivolta contro la forma, l'ordine, la razionalità. Tra queste innumerevoli figure della memoria culturale, un posto di rilievo spetta senz'altro alla creazione che unisce tratti serpentini e femminili, uno spettro sinuoso e conturbante che abita l'immaginario umano da tempi antichissimi, ma che ha mantenuto perfettamente intatto il proprio mistero. Da Babilonia a Roma, è un vero e proprio esercito di donne fatate a popolare la mitologia.
Le favole si rivelano uno strumento prezioso per la comprensione di questo fenomeno, al crocevia di tante e distanti culture.
Il serpente è il più importante e rappresentato fra gli animali fatati. E la fata presenta sovente tratti ofidici: il che significa che è un serpente. D'altra parte, come accade fin dalla più remota antichità, quando troviamo figure femminili associate a un serpente, ecco che immancabilmente fa capolino la fata... Una doppia metamorfosi che inquieta e affascina da secoli.

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Informazioni

III. La fata serpente
3.1 Melusina e le altre 3.2 Le Melusine araldiche e quelle popolari 3.3 La signora di Lusignan ― 3.4 Nome ed origini di Melusina ― 3.5 I racconti melusiniani ― 3.6 In Italia ― 3.7 Yukha Yamlîkhâ, Şahmaran ― 3.8 La Regina dei Serpenti ― 3.9 Congedo
3.1 Melusina e le altre
Già nel mondo antico alle tante dee ofidiche celebrate dal culto e dal mito, come Iside o Atena , ai mostri terrifici come Ekidna o Medusa, o alle principesche eroine esposte alla fame dei draghi, come Esione o Andromeda, fa riscontro una folla di figure meno appariscenti, di cui poco o nulla sappiamo. Sono, in qualche caso, divinità minori, sempre legate alle acque e ai serpenti, come l’Igea dei latini, tanto venerata quanto elusiva, visto che di fatto non possediamo dati mitologici su di lei, l’Angitia dei Marsi e dei Peligni, appartenente a una triade magica in quanto sorella di Circe e di Medea,1 o la celtica Sirona/Damona, legata ad Apollo, nota solo attraverso un paio di immagini e parecchie iscrizioni. Per lo più si tratta tuttavia di ombre ancora più evanescenti, che, prive persino di un nome, vivono nella memoria delle tradizioni etniche e folkloriche solo per il breve attimo di un racconto, fortunosamente giunto sino a noi attraverso il gran mare del tempo.
[T3.1] Gli Egiziani raccontano [...]. che in un distretto del loro paese [...]. un ragazzo [...]. suscitò un forte sentimento d’amore e di ammirazione in una vipera. Essa, che gli era sempre vicina, un giorno informò il suo innamorato, mediante un sogno, che venivano macchinate insidie contro di lui da parte di un altro animale, e precisamente della vipera maschio, spinta dalla gelosia per la sua compagna innamorata del ragazzo. Il pastore diede retta a ciò che aveva udito e divenne guardingo…2
Non c’è collezione eurasiatica di testi popolari orali che non contenga qualche storia di questo tipo, declinandola nella lingua umile delle leggende locali [T3.2], o presentandola in forma di fiabe vere e proprie [T3.3], oppure, più raramente, elevandola al livello augusto della tradizione mitica [T3.4], ma conservandole comunque la rustica secchezza propria della memoria popolare.
[T3.2] Un giorno incontrai una bellissima donna che, vedendomi, mi sorrise. Ma aveva un aspetto strano. Io ebbi paura e mi misi a correre; ma lei, chiamandomi per nome, mi inseguiva. Per fortuna riuscii ad arrivare alla mia casa, e chiudermi dentro, prima che mi raggiungesse. Si mise a bussare alla porta. Mi chiedeva di aprirle, e mi faceva proposte che non capivo. Ero molto giovane, allora, e non sapevo niente dell’amore. Spiandola dalla finestra, la vidi trasformarsi in un serpente e nascondersi tra i sassi. Era una ginn!3
[T3.3] [Un servo si imbatte un giorno in un enorme serpente, che minaccia di mangiarlo. Poiché egli non si spaventa, il serpente, presolo a benvolere, lo invita a tornare a casa, dove, dice, egli riceverà il compito di trasportare la messe di un campo; dovrà raccoglierla tutta, facendosi dare l’ultimo mannello rimasto; e da esso, bruciandolo, sorgerà una splendida donna, che lo sposerà. L’uomo obbedisce, e la donna che sposa è incomparabile, e gli procura una straordinaria prosperità. Ma un giorno che il grano nel campo non è troppo bello, il servo pronuncia la frase ‘Un serpente, nient’altro che un serpente’ e con ciò rompe l’incanto. Tornato a casa, al posto della moglie c’è un orrido serpe, che lo invita a riportarlo nel bosco. Qui, la biscia si fa baciare per tre volte, e così comunica all’uomo tutto il sapere del mondo, dandogli la possibilità di farsi sposare dalla figlia dello zar. La serpe sarà tuttavia per sempre condannata a mantenere il suo aspetto animalesco].4
[T3.4] Qui, quell’augusto figlio [Homu-ci wake, figlio primogenito dell’undicesimo imperatore, Suinin], una notte si unì con Hi-naga-hime. Ecco, avendo guardato segretamente quella bella persona vide che era un serpente. Appena l’ebbe vista, spaventato, fuggì precipitosamente. Allora quella Hi-naga-hime, lamentandosi, mandando sprazzi di luce sulla pianura del mare, lo inseguì…5
La relazione fra questo tipo di testi e i materiali propriamente mitici raccolti nel capitolo precedente è tanto immediata quanto ovvia: in particolare, le narrazioni centrate sul tema dell’amante serpentino che genera il fondatore della stirpe [T2.1-T2.6] sono perfettamente simmetriche, e dunque esattamente corrispondenti, a questi racconti su donne-serpenti amorose e fatali. Anche queste storie, come quelle, si estendono senza soluzione di continuità dal Giappone sino ai limiti occidentali dell’Europa, e anch’esse perdurano ininterrotte almeno dalla fine mondo antico sino alle soglie della contemporaneità, ma rispetto alle leggende su Caino [T2.1] o Zagreo[T2.2], su Alessandro [T2.3] o sull’imperatore Kao Tsu [T2.5], appartengono a un registro espressivo mediamente umile, cosicché è più difficile descriverle e definirle con precisione, per l’abbondanza stessa della documentazione, per la sua multiforme varietà e per la sua dispersione, visto che la maggior parte delle testimonianze giacciono nascoste in volumi ottocenteschi di tradizioni popolari o di etnologia che ormai nessuno legge più. Ma anche, e soprattutto, perché quasi tutto questo immenso corpus narrativo è appunto fatto di figure senza nome né volto, la cui traccia è conservata e trasmessa attraverso una tradizione memoriale, precisa, a suo modo, ma quotidiana, sfocata e povera di particolari: sono brandelli senza contesto, svincolati dal ricordo tenace assicurato dalle registrazioni scritte o iconiche, che l’ambito sacrale o quello storico producono e presuppongono. E tuttavia, così come la tradizione più elevata del culto può non definire le sue dee serpentine per ragioni specifiche, evitando persino di pronunciare il loro nome (è il caso di Bona Dea [T2.26]), può anche capitare che la tradizione orale, per contro, conservi o crei?...

Indice dei contenuti

  1. Avvertenze
  2. Tavole
  3. I. La fata-bestia e la bestia fatata
  4. II. Sulle tracce della donna-serpente
  5. III. La fata serpente