IL GIARDINO DI OBLOMOV E QUELLO DI ČAPEK
CAPITOLO 9
Sebbene sia ricco di sfaccettature e abbia ricadute economiche e ambientali superiori all’immaginabile coinvolgendo moltitudini in ogni luogo e cultura, il mondo dei giardini non possiede una propria scienza di riferimento e ricicla le sue buone pratiche dall’agronomia o dall’ecologia. Nel farlo tende a vivere come quei bambini che ereditano abiti da cugini o fratelli maggiori accontentandosi di capi con una taglia in più o in meno, fuori moda o in contrasto con i propri gusti e desideri. Le dinamiche ecologiche di habitat complessi e le esigenze economiche di un campo coltivato, infatti, non sempre calzano a pennello per spazi semplificati, in cui le esigenze estetiche si mescolano con gli invalicabili limiti delle città. Ad esempio, la gestione delle risorse nei giardini richiede compromessi distinti rispetto al mondo agricolo: nei campi coltivati abbiamo superfici uniformi e possiamo calcolare le quantità ottimali di acqua o di fertilizzante in base al suolo e alla piovosità, oltre a dover far tornare i costi di gestione.
In un giardino invece abbiamo una superficie irregolare da popolare a piacimento, in cui convivono a forza piante assai diverse tra loro. Molte delle ambiguità e degli errori che io e il nonno abbiamo messo in pratica sono eredità indirette di questa situazione e del fatto che ci si ritrova a gestire metodi e soluzioni che nessuna scienza ha messo a punto per le vere esigenze di un giardino, rendendo arduo il compito a chi volesse impostarne uno basato sull’evidenza provata. Ultimamente queste riflessioni sono diventate ricorrenti qui nel mio fazzoletto di mondo, dove il nuovo inizio ha coinciso con la ripresa di sane, vecchie abitudini: il nonno aveva i suoi amici ciarlieri che venivano a estivare all’ombra dei tigli e io ho i miei, non meno esperti e non meno bizzarri. Quando Nicola arriva si siede sull’erba, si toglie le scarpe e mentre io bagno la maglia di sacro sudore mi osserva e ride, sciorinando aforismi letterari come: «Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo». È uno di quei matti che ha abbandonato la città per rifarsi una vita nei campi, tenendo però la testa sintonizzata su quanto la scienza ha decodificato del funzionamento delle piante. Io mi affanno a dissodare le aiuole, annaffiare il prato, inseguire le erbacce o a rastrellare le foglie autunnali imitando i gesti del mio avo e lui mi irride beffardo, sostenendo che il vero modello del giardiniere moderno deve essere Il’ja Il’ič Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo russo che naviga nel mare della vita tenendo la barra a dritta verso il faro dell’indolenza, al punto da prendere residenza sul divano del salotto.
L’Oblomov di Nicola ha un contraltare, un gemello diverso sia letterario sia giardinesco. Questo alter ego arriva per questioni politico-anagrafiche direttamente dalla libreria del nonno, ma ancora oggi ispira l’agire quotidiano di molti: lo scrittore cecoslovacco Karel Čapek che parla di se stesso ne L’anno del giardiniere. Dove Oblomov si vive addosso tra molli comodità, il giardiniere di Čapek è iperattivo, solerte nell’accudire la propria ossessione per un giardino migliore, competitivo e bramoso di cedere alle lusinghe degli ultimi ritrovati pur di rendere più gratificante il suo allevamento di piante ornamentali. Il doppelgänger di Oblomov è in continua, sisifea lotta con la riottosità della natura ai suoi desiderata estetici, assetato di fertilizzanti e belletti, bramoso di novità esotiche, interventista nel trasformare regolarmente il suo parco giochi. Čapek del resto non è famoso come giardiniere, ma per aver criticato l’impiego umano di scienza e tecnologia coniando il termine robot e forse per questo il suo tono è fortemente autoironico. Ma forse no: l’essere artificiale e il giardino sono in fondo ambedue proiezioni del loro costruttore e i robot di Čapek alla fine deragliano, perché essendo diretta emanazione dell’uomo ne ereditano anche lo scarso senso della misura.
Il vialetto del giardino è lastricato di buone intenzioni
Per qualsiasi giardiniere il giardino ha un forte valore identitario, una sorta di proiezione della personalità e di quel che si vuole mostrare agli altri. Il giardino è il primo biglietto da visita messo in mano a chi entra in casa, un’estensione dell’arredo interno che fa parte di quel complesso sistema di non detti con cui definiamo la nostra posizione nella società: gli economisti lo collocano tra i beni posizionali, luoghi gestiti per segnalare la propria condizione sociale e pertanto sottoposti agli stessi rischi di insostenibilità di qualunque merce simile. Gli studiosi del comportamento hanno indagato a fondo le motivazioni che conducono alla scelta di uno stile di giardinaggio rispetto a un altro, riscontrando un parallelismo che spiega bene questo collegamento tra interno ed esterno delle nostre case: chi ama il giardino manicure, ordinato e preciso è una persona con un forte bisogno di strutture interiori e riflette questa sua esigenza nella gestione di tutti i propri spazi pratici e mentali.
Per queste persone il giardino è l’anticamera per comunicare i valori che regolano l’interno della casa, e secondo le ricerche considerano questo spazio non una finestra aperta sul mondo, ma una porta socchiusa sull’interno della propria personalità. Al contrario, chi prova empatia e passione per giardini più selvatici e meno vincolati a canoni sociali manifesta un maggiore bisogno di comprendere e scoprire. Per i primi i giardini privi di struttura, quelli in cui esplorare è un invito, sono difficili da comprendere e quindi ammantati di elementi negativi, mentre quelli curati allo spasimo trasmettono emozioni positive grazie alla loro facile lettura.
Questo bipolarismo spiega, secondo chi lo ha studiato, alcune tendenze. A una delle estremità si colloca la visione tradizionale, di fatto vicina a quella raccontata da Čapek, che isola il giardino dall’ambiente circostante e lo tratta come un luogo su cui imporre una serie di parametri estetici sanciti dalla cultura del luogo e dalle dinamiche sociali, dal bisogno di definire il proprio prestigio a prescindere dalle istanze della natura. In base a questo modello i consumi prevedono una disponibilità illimitata di acqua, il ricorso intensivo a fertilizzazione e diserbo al fine di imporre l’effetto cosmetico desiderato. Questo approccio richiede anche una disponibilità pressoché illimitata di tempo, dal momento che la cura richiede competenza unita ad ampie porzioni della giornata e della settimana.
E, in un’epoca in cui il tempo è denaro, tale contesto si traduce in un messaggio chiaro in cui si infilano come il burro le promozioni di bisogni indotti privi di un significato biologico: possedere un giardino splendidamente curato e verde, ricco di piante in fiore in ogni stagione comunica un privilegio non diverso dallo sfoggio di una perfetta abbronzatura tutto l’anno, ovvero il non dover necessariamente lavorare grazie alla disponibilità economica. Al polo opposto stanno invece i giardinieri non ortodossi, più riottosi al supporto tecnologico e promotori di un giardinaggio attento all’impatto ambientale, spesso convinti che le loro azioni siano in grado di compensare l’impatto negativo delle attività umane. Il loro atteggiamento non è distante da quello manifestato dall’altro polo: demarcano il territorio con azioni diverse eppure la dinamica identitaria è la medesima, come l’appetibilità e il condizionamento da parte di altri settori di marketing, se è per questo. Semplificazione, ricorso alle specie ritenute più performanti, nutrimento ad libitum per ottenere il risultato voluto da una parte, poca irrigazione, poche fertilizzazioni, solo piante autoctone, passione per la complessità dall’altra. Per i primi la scienza di riferimento è l’agronomia, per i secondi è l’ecologia.
Il giardinaggio, come qualsiasi altra attività umana, influenza e altera la vegetazione spontanea e la presenza di animali e microrganismi, condiziona la qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, cambia le dinamiche ecologiche. Quando si parla di ambiente, ad esempio di foreste, si usa spesso l’espressione “servizi ecosistemici” per indicare tutti quei benefici che un habitat assicura all’uomo per il solo fatto di esistere e che vengono inevitabilmente meno quando si deteriora o addirittura viene eliminato per edificare strade e capannoni o per piantare vigne o fare legna. Queste eredità includono l’approvvigionamento idrico e la purificazione dell’aria, il riciclo naturale dei rifiuti, la formazione del suolo, l’impollinazione, la cattura di anidride carbonica, la regolazione della temperatura e il sostegno della biodiversità, tutte cose che gli Oblomov del giardino amano tenere in conto tanto quanto i Čapek valutano la performance estetica. Tutte cose che si misurano per gli ambienti selvatici ma che, sostiene Nicola, valgono anche per i giardini, e per le quali esistono numeri che aiutano a passare dal qualitativo al quantitativo. Si tratta di studi che raramente sforano il muro degli strettissimi addetti ai lavori e che invece raccontano storie fondamentali per guidare le scelte individuali e collettive, per renderci consapevoli di cosa dovremmo e non dovremmo fare nella gestione di spazi verdi pubblici e privati.
Per questo Nicola dice di aver messo il divano nel prato e la sua filosofia consiste nel predisporre tutto scientificamente in maniera da minimizzare gli interventi: sfalciare il meno possibile, vangare quasi mai, organizzarsi per far lavorare gli ospiti verdi del giardino al proprio posto e risparmiarsi anche la fatica di aprire il portafogli per i relativi acquisti. Io gli ho risposto più volte ammonendolo con fare calvinista che gli Oblomov in giardino rischiano di essere travolti dall’esuberanza della natura e non dev’essere carino risvegliarsi sul divano avvolti da erbacce e divorati dagli insetti, ma lui nicchia. Così, con l’animo scisso tra il puntiglio di voler avere ragione a tutti i costi e il desiderio inconfessabile di essere nel torto, mi son messo a studiare.
La nazione dei giardini
Il giardino che ho ereditato occupa quasi mezzo ettaro, una superficie senza rivali in una zona residenziale in cui ogni proprietario ha adottato un proprio stile: c’è l’estetista del prato, chi punta al casual, chi fa quel che può lasciandosi travolgere dal richiamo della foresta, chi premia la redditività del pomodoro. Sommati tra loro, i giardini della zona formano un mosaico verde a metratura variabile che si intrufola tra gli edifici, creando una serie di corridoi e isole frammentata per conduzione e superficie, ma non trascurabile nel totale. Questo mi ha sempre messo in testa alcune domande. Quanto verde rosicchia gli spazi urbani e qual è il suo peso complessivo? E che impatto ha il totale degli stili di giardinaggio dei miei vicini di casa? Non sono disponibili stime per molti paesi, ma ad esempio si sa che sommando le aree coperte da giardini privati in Belgio si ottiene l’8 per cento dell’intera superficie nazionale, un valore non molto inferiore a quello delle foreste, che nello stesso paese assommano al 10 per cento del territorio. Si tratta di cifre sostenute dalla presenza di città medio-piccole e da una popolazione rurale abbastanza numerosa, con ampi spazi a disposizione, e che ovviamente calano con l’aumento delle aree non urbanizzate (in Gran Bretagna i giardini in senso lato sono circa il 3 per cento del territorio), ma che si possono estendere in linea di principio all’Europa Centrale. Limitandoci alle zone più densamente popolate, si sa anche che in Gran Bretagna circa un quarto delle aree urbane è formato da giardini privati e si stima che il totale nelle città dei paesi occidentali possa variare dal 16 per cento di Stoccolma al 36 per cento di Dunedin in Nuova Zelanda.
Di queste superfici solo il 10 per cento risulta occupato da alberi, il 30 da altre piante, mentre la quota destinata al prato è del 60 per cento. Le percentuali non dicono molto sulla somma totale, ma un dato e un confronto possono aiutare a capire: negli Stati Uniti il prato (estetico e sportivo) occupa tra gli 8 e i 16 milioni di ettari, con una crescita prevista dell’80 per cento nei prossimi 25 anni, un’estensione di gran lunga maggiore della superficie coltivata a cotone e pari all’1-2 per cento della superficie nazionale. Oltre 90 milioni di case statunitensi hanno un giardino, circa l’85 per cento viene curato e l’aerea corrispondente costituisce di fatto la coltura più irrigata e più intensivamente coltivata degli Stati Uniti e la ricaduta della sua gestione non può essere considerata esclusivamente una faccenda privata. Le indagini degli ultimi decenni confermano infatti un trend poco lusinghiero: anche quando le intenzioni sono buone, l’impatto non è nient’affatto trascurabile a causa dell’eccessivo ricorso a fertilizzanti o diserbanti e per via della sovrairrigazione.
Molti forse non se ne rendono conto, ma per effetto dello stile che hanno scelto il loro giardino inquina e macina risorse come le vituperate monocolture agricole. A proposito di monocolture: l’85 per cento di tutti i prati di Parigi e dintorni è popolato da un’unica specie, Lolium perenne.
La nazione dei giardini, almeno in Occidente, è però sotto assedio: in una terra ricca di tradizione come la Gran Bretagna la dimensione media dei giardini urbani è passata in pochi decenni da oltre duecento a meno di cento metri quadri. La responsabilità non è solo imputabile alle spinte cementificatrici dei palazzinari, ma anche alle piccole iniziative dei proprietari. Un rapporto ha verificato che nel corso dell’ultimo decennio nel comune di Londra il numero di giardini nei quali le pavimentazioni hanno coperto prati e aiuole è triplicato, sino a trasformare in parcheggio le pertinenze erbose di circa un quarto delle case. Questo consumo di suolo in giardino non ha un impatto solo estetico: nella città inglese di Leeds la cementificazione dei giardini è stata monitorata con cura dal 1974 fino al 2004, riscontrando un aumento del 13 per cento del rischio di inondazioni a causa della perdita di suolo drenante. Infatti, è sufficiente una riduzione del 20 per cento della superficie assorbente garantita da un giardino per raddoppiare la quantità di acqua che scorre per le strade durante un temporale. Tra i principali responsabili, oltre alla fame di parcheggi, la persuasione architettonica operata dai programmi televisivi di fai da te, che puntano alla promozione degli acquisti e non all’educazione al giardinaggio, spingendo alla realizzazione di pavimentazioni, porticati, strutture in muratura, che offrono ai più pigri l’alibi della minore manutenzione. Una pigrizia oblomoviana che potrebbe invece trovare migliore soddisfazione, anche di portafoglio, nella conoscenza delle vere esigenze delle piante.
L’OCCHIO DEL PADRONE ALLAGA IL PRATO
CAPITOLO 10
La prima risorsa e al contempo scocciatura per chi deve gestire uno spazio verde è l’acqua: le piante bevono, bevono tanto e bevono sempre, per cui curare un giardino significa innanzitutto annaffiarlo regolarmente. Con queste premesse e vista la carenza di tempo che attanaglia l’uomo moderno, si potrebbe prevedere una dieta idrica snella, e invece i dati raccolti in diverse parti del mondo concordano nel dire che nella nazione dei giardini si annaffia in barba alla bolletta e con un dispendio idrico comparabile, se non superiore, a quello dei campi coltivati. In Australia quasi il 60 per cento dell’acqua potabile consumata in estate finisce ad abbeverare prati composti da piante inadatte al clima di quei luoghi e alle quali sono richieste performance puramente estetiche irraggiungibili senza aiuti. Le cose non cambiano molto negli Stati Uniti, dove le percentuali oscillano tra il 40 e il 70 per cento a seconda delle zone climatiche e del ceto dei proprietari, mentre più vicino a noi si riscontrano valori simili in Spagna, dove il consumo è superiore al 40 per cento annuo con picchi estivi del 70 per cento, pari a una media di un metro cubo giornaliero di acqua potabile per ciascun giardino urbano. Nonostante il basso costo dell’acqua potabile, si tratta di cifre importanti in termini economici e ambientali: tutta quell’acqua è stata raccolta, trattata, depurata e distratta dai cicli naturali. Al tempo stesso è indiscutibile che se le piante hanno sete bisogna annaffiare; sarebbe sadico piantarle per lasciarle morire di sete.
A questo riguardo però tutte le indagini disponibili hanno dimostrato che l’irrigazione non avviene mai in difetto: i dati delle indagini americane evidenziano un eccesso abitualmente superiore al 150 per cento, mentre le misurazioni sul territorio spagnolo sono coerenti con quelle di altri climi caldi e dicono che più del 60 per cento dei proprietari irriga il proprio giardino ben oltre il reale bisogno. In particolare, il consumo in una città spagnola è risultato quasi triplo rispetto all’effettivo fabbisogno fisiologico dei giardini e inversamente proporzionale alle dimensioni dell’appezzamento (più è piccolo più le valutazioni soggettive dei proprietari sono errate). Inoltre, l’eccesso è risultato direttamente proporzionale alla disponibilità finanziaria di chi tiene in mano l’annaffiatoio, con i giardini dei più abbienti che arrivano a consumare il 30 per cento in più ...