Il codice Darwin. Nuove contese nell'evoluzione dell'uomo e delle scimmie antropomorfe
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Il codice Darwin. Nuove contese nell'evoluzione dell'uomo e delle scimmie antropomorfe

  1. 188 pagine
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Il codice Darwin. Nuove contese nell'evoluzione dell'uomo e delle scimmie antropomorfe

Informazioni su questo libro

Da alcuni anni a questa parte lo studio dell'evoluzione umana ha subito un'autentica rivoluzione. Da una semplice immagine lineare si è passati a un modello ramificato nel quale molte specie, antenate o cugine di Homo sapiens, hanno convissuto per milioni di anni; una pluralità di protagonisti, dunque, portatori ciascuno di una storia di adattamenti peculiare, al termine della quale una sola specie ha ereditato il vessillo dell'umanità soppiantando l'enigmatico cugino neandertaliano. Due antropologi aggiornano il quadro complesso e affascinante delle ricerche e delle controversie sulle nostre origini, in un libro in cui antropologia fisica e molecolare concorrono a offrire una ricostruzione della nostra storia naturale.

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Informazioni

eBook ISBN
9788875782429
Categoria
Evolution

Capitolo 1

Un giardiniere nell’evoluzione di Homo

Dalla linea al cespuglio

I primi segni che dietro di noi si apriva una lunga preistoria comparvero quando Charles Darwin non aveva ancora dato alle stampe, nel 1859, il suo libro sull’origine delle specie. Si trattava di scoperte occasionali, che la dominante cultura antievoluzionistica del primo Ottocento – prevalente all’interno del mondo accademico – non poteva accogliere e sulle quali calò rapidamente l’oblio. A Engis in Belgio e poi a Gibilterra e quindi, nel 1856, nella grotta di Feldhofer nella valle di Neander nei pressi di Düsseldorf erano venute alla luce antiche ossa, ovvero le testimonianze fossili e quindi tangibili del nostro passato, ma esse furono riconosciute quali documenti autentici dell’evoluzione umana solo nel 1864, quando apparve finalmente chiaro che un’altra umanità aveva abitato la Terra prima di noi. E per essa fu scelto il nome neandertaliani. Per lungo tempo a venire, comunque, i neandertaliani furono considerati una sorta di umanità incompiuta, dei bruti a mezza strada tra la nostra «perfezione» e le scimmie antropomorfe, e fu loro negata persino la compiuta stazione eretta. Quanto poi alle facoltà mentali, si pensava che non dovessero andare al di là di quelle degli idioti. Solo nei decenni più vicini a noi i paleoantropologi hanno ridisegnato la loro fisionomia, che oggi ci appare non tanto diversa dalla nostra, e ridefinito la loro struttura sociale e culturale, entrambe estremamente complesse, progredite e raffinate. Lo spazio biologico alle nostre spalle, preteso vuoto dal creazionismo, aveva cominciato infine a riempirsi, così come Darwin aveva richiesto che fosse, e la società di metà Ottocento conobbe la più grande e straordinaria rivoluzione intellettuale che mai l’Europa abbia incontrato nel corso dei lunghi millenni della sua storia. Il nuovo paradigma ci ha reso figli di un’altra specie, null’altro che figli di un’altra specie, e poi un’altra e un’altra ancora e così via. E, senza possibilità di mediazione alcuna, ci ha imposto di rinunciare alle nostre pretese unicità ed estraneità rispetto al resto del mondo vivente e ci ha poi abituati all’idea di essere animali come tutti gli altri e il frutto unitario ed esclusivo dell’evoluzione.
Qualche decennio dopo, all’inizio degli anni Novanta dello stesso secolo, Eugène Dubois riportò alla luce a Giava i resti di un altro uomo preistorico al quale diede il nome di Pithecanthropus erectus, che nel 1963 Ernst Mayr mutò in Homo erectus. Le caratteristiche anatomiche di quest’ultimo erano decisamente più primitive rispetto a quelle dei neandertaliani e in particolare il suo cervello era molto più piccolo. Stando così le cose, per Gustav Schwalbe esso doveva essere un loro predecessore e al volgere del secolo formalizzò la teoria dell’evoluzione lineare dell’uomo. Già Arthur Keith aveva osservato che la nostra storia doveva essere immaginata progressiva, cioè «passando gradino per gradino dallo stato scimmiesco all’uomo moderno», e allo stesso modo anche Schwalbe riteneva che un progenitore assai antico e simile a un’antropomorfa si era evoluto direttamente nei pitecantropi, i quali poi si erano trasformati nei neandertaliani e quindi nell’uomo attuale. Come si vede, si trattava di un modello tipicamente darwiniano, in cui una specie si diversificava in un’altra grazie all’accumulo progressivo delle variazioni favorevoli che la selezione naturale sceglieva a ogni generazione per trasmetterle alla successiva. L’elemento critico di tutto il sistema era il tempo: per passare da una specie madre a una specie figlia era necessario un lungo arco temporale. All’epoca, nessuno concepiva che la speciazione potesse avvenire rapidamente, che potesse essere un fenomeno improvviso, secondo il quale i cambiamenti si realizzavano per una sorta di «salti di evoluzione» o, come sostenne George Gaylord Simpson negli anni Quaranta del XX secolo, «quantum di evoluzione». I campioni moderni di queste due scuole di pensiero sono l’ultradarwinista Richard Dawkins, di cui ricordiamo Il gene egoista e L’orologiaio cieco, e Niles Eldredge e Stephen Jay Gould (scomparso il 21 maggio 2002), con la loro ipotesi dell’«evoluzione per equilibri punteggiati».
L’«uomo eretto» ha attraversato da protagonista l’intero Novecento antropologico e ha condizionato non poco il nostro modo d’interpretare l’evoluzione umana. Dopo che Dubois si fu imbattuto a Giava nelle sue prime testimonianze fossili, numerosi reperti sono stati trovati in altri siti asiatici: ancora a Giava e particolarmente in Cina. La singolarità che le scoperte fossero concentrate in Asia ha indotto molti ricercatori a vedere in lui un’espressione peculiare dell’umanità preistorica di quel continente e una simile visione è perdurata fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. Solo in seguito, anche l’Africa e l’Europa hanno restituito fossili riconducibili al medesimo arco di tempo, e per alcuni al medesimo taxon1, ma la fantasia dei paleoantropologi – capace di far impallidire persino la vivacità dei narratori impegnati a creare i personaggi dei loro romanzi – ha elaborato per essi nomi di specie assolutamente nuovi ed esotici: come Atlanthropus mauritanicus, Telanthropus capensis, Homo leakeyi, Tchadanthropus uxoris e Homo erectus palaeohungaricus, recuperati rispettivamente a Ternifine in Algeria nel 1954-1955, a Swartkrans in Sudafrica nel 1949-1952, a Olduvai in Tanzania nel 1960, a Yayo (Angamma) in Ciad nel 1961 e a Vertésszöllös in Ungheria nel 1965. Non si dimentichi, tuttavia, che in precedenza c’era stato consegnato anche un altro nome per il pitecantropo, quello di sinantropo; e che per identificare, e in qualche modo unificare, quel variegato insieme di ominini2 furono usati termini quali arcantropi e protoantropi.
Nel 1959 Gerhard Heberer, Gottfried Kurth e Ilse Schwidetzky descrissero la situazione in tono allarmato e con parole forti: «Quanto alla nomenclatura oggi in uso, possiamo tranquillamente definirla caotica. Molto spesso, a volte addirittura a ogni ritrovamento, talune forme ricevono nomi di genere e di specie che non hanno alcun valore sistematico»3. Quegli scienziati dovevano aver colto una preoccupazione che si andava diffondendo, se all’inizio degli anni Sessanta del secolo passato l’introduzione e l’applicazione di una normativa sistematica ammodernata e resa più vincolante ha determinato il prevalere di un orientamento teso a inglobare in erectus tutte le forme umane successive a habilis e precedenti a sapiens. La nuova visione evolutiva è stata sintetizzata magistralmente da Jan Jelínek, che lungo una via ascendente e priva di diramazioni ha collocato dopo gli australopiteci e l’Homo habilis tutta una serie di livelli in cui ha sistemato gli erectus e l’ha poi chiusa con l’Homo sapiens. Per Jelínek, a partire da un milione di anni fa4 e fino a 250 000 anni fa, una sola specie umana avrebbe popolato la Terra, sebbene essa fosse tanto variabile nella struttura anatomo-morfologica da consentire di identificare ben nove sottospecie, ripartite in tre blocchi temporali. Il più antico comprendeva quattro Homo erectus: il modjokertensis, rinvenuto da Ralph von Koenigswald nei pressi del villaggio di Modjokerto a Giava nel 1936; il capensis; l’officinalis5, definito nel 1953 ancora da von Koenigswald sulla base di alcuni denti reperiti nelle farmacie cinesi; e l’europeo heidelbergensis (cfr. par. II, Quante specie?). Il secondo era formato solo dall’Homo erectus erectus – il pitecantropo di Dubois – e dal mauritanicus. E infine nel terzo erano stati inseriti il palaeohungaricus, il pekinensis (cfr. par. II, Quante specie?) e il leakeyi.
Gli alberi filogenetici6 suggeriti da Schwalbe e Jelínek, del tutto privi di ramificazioni laterali, erano destinati a cadere sotto il peso di altri fossili, i quali hanno convinto molti antropologi che anche nel genere Homo più specie sembravano aver spartito tempo e territorio. Ma non si sottovaluti il ruolo esercitato dagli «equilibri punteggiati» nella rovina della linearità, perché il «cespuglio evolutivo», cioè la convivenza di più specie, è stato pensato da Gould proprio all’interno di quel disegno teorico. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, i reperti provenienti da Koobi Fora e Nariokotome in Kenia hanno cambiato il paradigma, riproponendo il punto di vista pre-bellico dell’«orientalità» di erectus. Ai più, quei resti africani non sembravano presentare alcuna contiguità biologica con gli uomini di Giava e della Cina; e inoltre, alla convinzione del cambiamento lento e inesorabile di una specie longeva e ubiquitaria, subentrò la persuasione della convivenza di specie diverse, che nel corso della loro vita sarebbero rimaste più o meno immutate. Gran parte degli antropologi di quegli anni, proprio come gli altri studiosi darwinisti, finirono per accettare lo schema dell’evoluzione per «equilibri punteggiati» e costruirono l’albero della filogenesi di Homo a «cespuglio». Tale schema sembrò costituire un vero punto di equilibrio. Esso vedeva rudolfensis e habilis alla base e ergaster nelle vesti di specie madre di tutte quelle che si sarebbero disperse nel Vecchio Mondo. Prima, di erectus che avrebbe colonizzato l’oriente, di georgicus che avrebbe colonizzato l’area caucasica e di antecessorcepranensis-heidelbergensis-neanderthalensis che avrebbero colonizzato l’Europa; e poi, dopo molto tempo, di nuovo genitrice e di una specie che non ha rispettato alcun confine: noi sapiens.
Alla stessa guisa degli ominini più antichi, e cioè i discussi sahelantropi, gli orrorin, gli ardipiteci, i keniantropi e gli australopiteci, anche Homo è nato in Africa, il continente che da più di mezzo secolo riveste per gli antropologi il ruolo di culla dell’umanità e di sua nutrice, ma le sue specie fossili, sebbene ciò valga anche per noi sapiens viventi, erano più slanciate, grazie soprattutto al notevole allungamento degli arti inferiori, e più gracili. Se un australopiteco avesse potuto superare i suoi 160 cm di statura fino a raggiungere la media di Homo, cioè 175 cm, avrebbe pesato il doppio di un «umano» con quell’altezza. In aggiunta, il dimorfismo sessuale di Homo era poco accentuato, dal momento che la differenza in peso tra i due sessi non andava oltre il 20 per cento. Al contrario, un australopiteco maschio pesava quasi il 40 per cento in più di una femmina e ciò ha convinto molti studiosi che una variazione tanto spinta fosse da collegare alla competizione che i maschi dovevano sostenere per accedere all’accoppiamento7. Una verifica di questa ipotesi sembra venire dal confronto tra le attuali antropomorfe africane e noi uomini moderni. Un gorilla maschio pesa circa 160 chili, contro i 90 di una femmina, e in quella specie l’antagonismo per mantenere l’harem è violento; per contro, negli scimpanzé e nell’umanità attuale la competizione è più blanda e il dimorfismo è modesto. Un’ulteriore differenza adattativa esisteva a carico dell’apparato masticatore. In Homo i denti molari e premolari erano più piccoli e gli incisivi più grandi e verosimilmente una tale modificazione fu dovuta al drastico mutamento avvenuto nella dieta, in cui l’apporto di carne aveva assunto una funzione crescente fino a trasformare il genere in onnivoro, a differenza degli altri ominini che prediligevano un regime alimentare vegetariano.
Fuor di dubbio, tuttavia, le alterazioni più marcate hanno interessato il cervello e la capacità di produrre beni tecnologici. L’encefalo del genere Homo – con almeno un’eccezione – è cresciuto notevolmente nel corso dei suoi 2 milioni e mezzo di anni di vita, passando dai 500-600 centimetri cubici delle forme più arcaiche ai 1550 dei neandertaliani e ai 1350 di noi «umanità sapiente». Ma ciò che è davvero singolare è che un tale incremento non è stato accompagnato da uno sviluppo paragonabile del corpo. In tutti gli animali si osserva un aumento della massa cerebrale con l’aumentare delle dimensioni corporee e il vertice della scala è occupato dalle balene e dagli elefanti. Se però mettiamo in rapporto la massa cerebrale con quella dell’intero organismo, ebbene allora sul gradino più alto della scala ci siamo noi. Il nostro cervello è tre volte più grande di quello che avrebbe un ipotetico altro primate con una taglia simile alla nostra. Inoltre, esso differisce da quello delle scimmie e delle scimmie antropomorfe nelle proporzioni delle sue varie parti. Nel corso dell’evoluzione umana alcune funzioni – come quella olfattiva – hanno subito un processo di parziale atrofizzazione, mentre quelle inerenti il pensiero simbolico e computazionale sono andate ampliandosi a dismisura. In particolare sono stati i lobi frontali e parietali a svilupparsi maggiormente rispetto a tutte le altre porzioni della corteccia ed è proprio nella corteccia prefrontale dell’emisfero sinistro che sono contenute alcune aree associate alla specifica attività del linguaggio: come l’area di Broca, che ne regola l’articolazione – mentre l’area di Wernicke, che è legata alla sua percezione, è localizzata nella parte posteriore del lobo temporale. Per tornare a quell’ipotetico altro primate, questa volta fornito di un cervello cresciuto fino a raggiungere le dimensioni del nostro, noi abbiamo una corteccia prefrontale tre volte più estesa di quella che potrebbe avere lui.
Il secondo cambiamento concerne quella che è stata l’attitudine a lavorare la pietra e a ricavare da essa efficienti strumenti per l’offesa e la difesa, strategie messe in atto sia nei confronti degli altri animali che degli stessi uomini, e per le innumerevoli altre necessità della vita quotidiana dell’umanità preistorica. Quella prima tecnologia ha costituito una vera e propria protesi per estendere il corpo e amplificarne le potenzialità. E grazie ad essa è stato più facile manipolare gli oggetti e gli elementi dell’ambiente circostante e in breve ha assunto un ruolo significativo per le nostre capacità di adattamento ecologico. Tra i primati non umani, e anche in altre specie, l’uso di qualche attrezzo – come pietre grezze, ramoscelli e foglie – è ampiamente diffuso e non si può affatto escludere che gli australopiteci, i keniantropi, i parantropi e gli ominini ancora più antichi possano aver utilizzato qualche arnese di legno o di osso o di corno. Finora, però, negli scavi archeologici africani gli utensili litici sono comparsi associati esclusivamente con le varie specie di Homo.
Le prime e più rudimentali forme di tecnologia paleolitica provengono dai siti etiopici e risalgono a circa 2 milioni e mezzo di anni fa. Esse consistevano in semplici ciottoli scheggiati a una estremità, i chopper o chopping tool, e il loro complesso culturale è stato definito Olduvaiano da Mary Leakey, negli anni Sessanta del secolo scorso. La cultura olduvaiana – il cui nome deriva dalla gola di Olduvai in Tanzania – copre l’inizio del Paleolitico inferiore, tra 2,5 e 1,5 milioni di anni fa8, ed è comunemente attribuita alle due specie più antiche di Homo: rudolfensis e habilis. Alcuni antropologi, però, hanno insinuato dubbi sull’appartenenza dei due taxa a Homo – per Bernard Wood sarebbero australopiteci e per Meave Leakey, la nuora di Mary, il rudolfensis sarebbe un keniantropo – e se avessero ragione dovremmo riconsiderare la credenza che esclude quegli ominini dal novero dei produttori di tecnologia litica. Decisamente più avanzata è la successiva industria acheuleana, che prende il nome dal sito di Saint-Acheul in Francia, ma i cui reperti più antichi sono di origine etiopica e tanzaniana e risalgono a poco meno di un milione e mezzo di anni fa. Il suo manufatto simbolo è il bifacciale, o ascia a mano o amigdala, uno strumento a forma di mandorla con la base globulare che serviva da impugnatura e la parte a punta che era scheggiata su tutto il perimetro, in modo da renderla tagliente. Si trattava di un attrezzo indispensabile per macellare la grande selvaggina e per lavorare il legno. In Africa, i bifacciali hanno accompagnato la vita dei gruppi più tardi di Homo ergaster, il quale non li possedeva ancora al momento di lasciare quel continente per andare a colonizzare il resto del Vecchio Mondo. Dagli scavi archeologici europei più antichi, infatti, sono venuti alla luce degli utensili assai simili a quelli della precedente industria olduvaiana e proprio in Italia, nei pressi di Isernia, Carlo Peretto ha recuperato dei chopper da un paleo-suolo di 600 000 anni. Solo attorno a 500 000 anni fa l’umanità dell’Europa – l’Homo heidelbergensis – si è appropriata dell’uso delle asce a mano, una tradizione che ha conservato poi per i successivi 300 000 anni. Tra le località più significative che hanno restituito insieme sia pezzi acheuleani che fossili di heidelbergensis devono essere menzionate Arago in Francia, Steinheim in Germania e Swanscombe in Inghilterra.
Almeno apparentemente, l’amigdala non ha mai raggiunto le regioni più orientali dell’Asia. Forse perché lì c’era una grande abbondanza di altro materiale da cui ricavare gli arnesi che servivano, e in particolare il bambù, o per una qualche barriera – magari geografica, ma sulla quale non ci sono al momento ipotesi chiare e sostenibili – che è stata capace di interrompere la diffusione della cultura, se non addirittura il vero e proprio passaggio da occidente a oriente dei gruppi umani che possedevano la tecnica indispensabile per costruirla.
Dopo l’Acheuleano, ma è più esatto dire in sovrapposizione alla sua coda che si è estesa fino a coprire il periodo compreso tra 200 000 e 100 000 anni fa, il processo produttivo è stato interessato da una sempre più marcata capacità innovativa, che ha consentito di differenziare gli utensili per ogni esigenza della vita quotidiana. Inoltre, ne ha ridotto le dimensioni e ne ha migliorato la fattura. Quegli artigiani preistorici avevano raggiunto un tale livello di abilità da suscitare in noi rispetto e meraviglia quando osserviamo i loro raschia-toi o i coltelli o le punte di freccia o altro ancora. Per non parlare poi dell’ammirazione che si prova di fronte ai veri e propri capolavori dell’arte preistorica.

Quante specie?

Una delle questioni più importanti che deve affrontare la paleoantropologia, se non addirittura il suo nodo centrale, concerne il numero di specie che compongono il nostro archivio fossile. Se si ha a che fare con gli organismi viventi è facile capire se essi appartengano alla stessa specie, nel qual caso tramandano prole feconda, o a specie diverse, nel qual caso sono sterili o lo sono i loro figli. Un esempio classico riguarda due animali ben noti a tutti, il cavallo e l’asino, che fanno parte di spec...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Ringraziamenti
  3. Il codice darwin
  4. Capitolo 1 - Un giardiniere nell’evoluzione di Homo
  5. Capitolo 2 - L’antropomorfa sapiente
  6. Capitolo 3 - Neandertal. Un uomo prima di noi
  7. Capitolo 4 - Homo trino
  8. Letture consigliate
  9. Bibliografìa