Le religioni promettono pace e piena realizzazione dell'umanità; molte persino una vita ultraterrena. Eppure, una lunga scia di sangue ne segna la storia. Il loro grande inganno è stato mettere l'uomo in conflitto con la sua stessa natura, separando materia e spirito, e la pretesa di controllare la sessualità ha favorito la manipolazione di pensieri e comportamenti. Esistono però, lontane da dogmi e prescrizioni, linee di ricerca spirituale che propongono visioni rispettose del valore degli esseri viventi e dell'ambiente. Le tradizioni aborigene ci descrivono come esseri complessi e affascinanti, multidimensionali e connessi all'intero universo. L'antica filosofia indiana e la fisica contemporanea, pur così lontane nel tempo, convengono nell'affermare che osservando la realtà la possiamo modificare. Con "L'inganno delle religioni" Francesco Cavalli-Sforza ci invita a liberarci dalle fedi e ad esplorare la pienezza della natura umana.

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L'inganno delle religioni
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Argomento
Social SciencesCategoria
SociologyCapitolo 1
Una lunga storia di violenza
Quando si parla di religione, in questi anni, capita spesso che al tema si associ il concetto di guerra. Non perché quelle in corso siano propriamente “guerre di religione”, come ce ne sono state in passato, ma perché, pur combattendosi per tutt’altre ragioni, la religione sembra sempre giocarvi un ruolo importante, nelle guerre più vicine a noi come in quelle più lontane. Ma com’è possibile, se è vero che ogni singola religione si dichiara portatrice di pace?
Certo, la differenza di convinzioni religiose va spesso di pari passo con una diversità di etnia, lingua e tradizioni, e la diversità diventa facilmente un fattore di conflitto. Inoltre, la religione fornisce un’utile maschera per nascondere le potenti motivazioni economiche e sociali alle radici di ogni guerra, nonché per manipolare i cittadini credenti. D’altronde, è più facile convincere qualcuno a rischiare la vita e a uccidere, se lo si è prima persuaso che sia Dio a volerlo e che il premio sarà l’eterna beatitudine (anziché un’eterna sofferenza, come ci si aspetterebbe per gli assassini).
Così è andata, in ogni caso, negli ultimi millenni: le persone hanno combattuto anche in nome dei propri dei, con la benedizione dei ministri del loro culto. I capi supremi di ogni religione condannano la violenza e la guerra, eppure: chi, per rispettare il volere del proprio dio, qualunque esso fosse, ha mai smesso di combattere, in un lontano passato come nell’ultimo secolo e ancor oggi?
C’è insomma una connessione inestricabile tra religione e guerra. Il passato dell’Europa, dominato dal cristianesimo, ne è un’evidente dimostrazione, ma le cose non vanno meglio quando guardiamo la storia di molte altre religioni. E proprio da qui vorrei partire, dal curriculum storico delle religioni, dal loro essere produttrici di violenza, per capire quale ne sia l’origine e quali le ragioni. E per scoprire se davvero tale meccanismo sia inevitabile.
Può sembrare strano, in un libro che si propone di osservare il fenomeno religioso da diversi punti di vista, iniziare parlando del rapporto tra religione e violenza nella storia, e non piuttosto delle questioni di Dio e della fede, dei contenuti spirituali, della morale e dei comportamenti. Ma ogni cosa ha la sua importanza, e sono convinto che il modo migliore per comprendere a fondo un fenomeno sia leggerne la storia e vedere come si è manifestato nel corso del tempo.
Iniziando questo viaggio, che sarà breve ma affronta un tema impegnativo, mi sembra giusto qualificarmi e chiarire l’oggetto della mia ricerca. Sono nato e cresciuto in una famiglia con scarsi interessi religiosi. Nelle generazioni dei genitori e dei nonni, gli uomini erano atei o agnostici, di certo non credenti, mentre le donne andavano a messa e credevano nell’esistenza di Dio, erano animate da un certo spirito religioso e fecero in modo che tutti, nella mia generazione, ricevessero il battesimo e i successivi sacramenti e frequentassero la messa domenicale. Mi ha colpito però osservare come, nel corso dei sessant’anni seguiti alla fine della guerra, tutte le mie parenti più strette, tranne una, abbiano perso qualunque convinzione religiosa.
Per quanto mi riguarda, mi sono sempre posto le mille domande che tutti ci poniamo, su noi stessi e sul mondo. Da ragazzo, per tre anni ho preso parte con entusiasmo ai gruppi cattolici della scuola. Eravamo convinti che Gesù Cristo fosse spiritualmente presente tra noi, la fede comune era molto motivante e nascevano nel gruppo bellissimi rapporti di fratellanza. Questo mi creò un po’ di problemi con mio padre, laico, ma nella mia famiglia ognuno è sempre stato libero di fare e pensare in piena autonomia.
Crescendo però mi sono completamente distaccato dal mondo cattolico. Sono entrato in contatto con numerose e appassionanti tradizioni di ricerca spirituale di varie parti del mondo, incontrando realtà e dimensioni che mai avrei immaginato negli anni della scuola e che mi hanno permesso di continuare a scoprire, a capire e a cambiare nel corso della vita.
Al tempo stesso ho avuto modo di osservare i danni causati dalle religioni organizzate, ed è ciò che mi ha spinto a scrivere questo breve saggio. Non sono un professore di storia delle religioni, mi occupo di evoluzione e di storia dell’uomo. Non mi interessa sviluppare qui un discorso accademico. Voglio invece parlare in modo semplice, così che chiunque nutra interesse per questi argomenti possa seguirmi, interrogando anche la storia e misurandosi con i propri ragionamenti.
Cosa intendiamo quando parliamo di religione? In generale, definiamo il rapporto che lega l’uomo all’invisibile, a ciò che va al di là della percezione materiale e porta all’intuizione di un soprannaturale, che viene a essere considerato sacro e divino, opera magari di un cosmico Artefice. Questo rapporto, per lo più, si esprime in rituali, credenze, comportamenti e comunità che riconoscono l’esistenza di una medesima realtà ultraterrena.
Il mondo intorno a noi è vasto e misterioso, mentre la vita è breve, fragile e limitata. In tale contesto la religione dà sicurezza e rifugio, ed è così diventata un fenomeno universale. Il rapporto con l’invisibile si è sviluppato in ogni tempo e luogo, in ogni cultura umana documentata degli ultimi millenni, ma esisteva di certo anche in tempi assai più antichi. Ha preso la forma delle mille pratiche magiche africane, dello sciamanesimo siberiano, con i suoi metodi di guarigione e i viaggi ultraterreni, delle cento tradizioni spirituali amerindie, per le quali il cosmo è un tessuto di energia vivente. Ha preso tutte le forme della ricerca spirituale degli esseri umani, dai sacrifici cruenti dell’antichità classica alla meditazione buddista, quindi migliaia se non miliardi di forme, tante quanti sono gli individui che compongono l’umanità.
Nei millenni seguiti all’invenzione dell’agricoltura e alla nascita della civiltà, parallelamente alla continua crescita numerica delle popolazioni e alla loro progressiva organizzazione in Stati, questa ricerca ha preso anche la forma di un gran numero di religioni organizzate, ciascuna con una propria descrizione del mondo, dell’aldilà e del posto che occupa l’uomo in tutto questo, e ciascuna con la propria teologia, il proprio ceto sacerdotale e la propria ritualità.
Ma la ricerca spirituale, che nel senso più ampio del termine accomuna l’umanità tutta, non presuppone l’esistenza di divinità e non riguarda solo l’invisibile o le realtà ultraterrene, bensì tutte le domande che ci poniamo su noi stessi, sulla vita e sul mondo. Questa ricerca, non a caso, ispira anche la filosofia e la scienza, e non soltanto le religioni. In queste pagine mi impegnerò quindi a tenere distinto l’aspetto della ricerca spirituale (nelle innumerevoli forme che ha assunto nel corso della storia) dalle religioni organizzate, che sono invece ognuna tipica di una singola civiltà, di un particolare periodo storico e di una specifica regione del mondo, e che istituiscono sempre precise norme di comportamento, sistemi di credenze, rituali e gerarchie.
Tutte le religioni organizzate hanno queste caratteristiche comuni, che si tratti dei sistemi religiosi che i Sumeri trasmisero ai Babilonesi e agli Assiri, o di quelli così diversi degli Inca, dei Maya, degli Aztechi, o delle tre religioni “nate dal Libro” (ovvero la Bibbia, e cioè ebraismo, cristianesimo, islam), o ancora dei mille culti dell’induismo, dei rituali confuciani in Cina, del giainismo in India, delle pratiche shinto in Giappone o di molti altri sistemi religiosi apparentemente scomparsi, come quelli degli antichi Greci o delle tradizioni norrene.
In questo libro, parlando di “religione” mi riferirò sempre alle religioni organizzate: pur nella loro straordinaria diversità, le accomuna la presenza di norme di comportamento, di una teologia propria e di rituali articolati, il tutto governato da una gerarchia sacerdotale e naturalmente finalizzato al culto di una o più divinità. Non sono da confondere con altre forme di tradizione spirituale organizzata, prima tra tutte il buddismo, che esiste in forme assai strutturate, simili a quelle di una religione, ma non viene considerato una religione, perché esclude l’esistenza di qualunque divinità: il buddismo è piuttosto un metodo di ricerca spirituale, di osservazione del sé. «In questo corpo alto otto spanne» diceva Buddha, «sono racchiusi il mondo, la risoluzione del mondo e la via che porta alla risoluzione del mondo»1. In diversi luoghi e tempi, poi, anche il buddismo ha spesso dato origine a sistemi di credenze e rituali assai simili ad alcuni proposti dalle religioni vere e proprie.
Ogni religione ha profeti, santi, mistici e illuminati (come del resto parecchie non-religioni). Di molte si dice che siano nate direttamente da una rivelazione divina, che questa sia trasmessa a uno o più esseri umani, come nel Corano e nella Bibbia, o portata dal dio stesso in forma umana, come nel cristianesimo e presso gli Etruschi (da un bimbo divino, Tagete). Nelle più antiche, il dio può manifestarsi in forma animale, come nei riti di Dioniso e nei miti germanici, o in altre innumerevoli forme, appunto perché divino: così nella Grecia preclassica e nell’antica Roma, come ancor oggi nell’induismo, che conta – si dice – circa 40.000 divinità oggetto di devozione.
In molte religioni organizzate, come nel cristianesimo, nell’islam e in altre, più antiche o recenti di queste, al fedele si chiede di “credere”: appunto perché Dio, creatore di tutto ciò che esiste, è imperscrutabile e virtualmente irraggiungibile, la sua “forma” e le sue decisioni sfuggono alla comprensione umana. “Arrendersi a Dio”, “abbandonarsi alla volontà divina”, è il significato di islam, e nell’islam è vietata qualsiasi raffigurazione o descrizione di Allah, perché sarebbe fasulla, fuorviante e comunque irrispettosa. Nel cristianesimo, questo atteggiamento di abbandono a Dio è ben espresso da Tertulliano: credo quia absurdum (credo proprio perché è assurdo)2. Dio è al di là della comprensione umana: posso solo accettare quanto viene da Lui e adeguarmi, anche se non lo comprendo.
È un atteggiamento che mi lascia profondamente perplesso: o conosco una cosa, o non la conosco. Se la conosco, mi regolo di conseguenza. Se non è così, perché mai dovrei “credere” in qualcosa che non conosco? Camminerò alla cieca, regolandomi in base a norme e criteri prodotti da qualcun altro, di cui magari non afferro nemmeno il senso, ma riconosco l’autorità. Potrò essere preda di qualunque illusione, fare qualunque sciocchezza, convinto (anche in perfetta buona fede) che il mio agire sia ispirato da Dio, o che ne rifletta la volontà.
Mi sembra di gran lunga preferibile riconoscere di non sapere: potrò lavorare con quello che so, nella consapevolezza di non conoscere ciò che non conosco. Camminerò consapevole della mia ignoranza. Questo atteggiamento mi lascia aperta la possibilità di capire, forse, un giorno, e di giungere a sapere.
La storia del cristianesimo è ovviamente quella a noi più vicina, per l’importanza costitutiva che ha avuto nella storia europea degli ultimi duemila anni. Dopo due secoli e mezzo di periodiche persecuzioni, il cristianesimo ottiene il pieno riconoscimento nel IV secolo (con l’editto di Milano del 313), affermandosi nell’arco di poche generazioni come religione ufficiale dell’impero romano (con l’editto di Costantinopoli del 392). È una sorta di nemesi storica: in un impero che aveva integrato i culti dei popoli più diversi, la religione che finisce per affermarvisi a titolo esclusivo è proprio l’unica che lo Stato non era riuscito a integrare. Del resto, molti dei nuovi valori portati dal cristianesimo erano in aperto contrasto con la cultura imperiale romana: il rifiuto di riconoscere il culto dell’imperatore divinizzato; il rifiuto della schiavitù, in nome della fratellanza umana; il rifiuto della violenza, quindi della guerra. Nonostante le persecuzioni, i cristiani rifiutarono per secoli di prestare servizio nell’esercito imperiale. Secondo il vescovo di Roma Ippolito, nel III secolo, persino i cacciatori dovevano smettere di uccidere o, al contrario, rinunciare a essere battezzati.
Non sono, però, solo i valori di pace e universale fratellanza portati da Gesù Cristo ad affermarsi nella storia della sua Chiesa. Nel 314, un anno dopo il riconoscimento ufficiale del cristianesimo, il concilio di Arles decreta la scomunica per i cristiani che rifiutino di combattere e abbandonino l’esercito. Cento anni dopo, nel 416, un editto imperiale vieta l’esercito ai non cristiani. La Chiesa si è saldata al potere. Nell’ultimo mezzo secolo di vita dell’impero, tutto l’esercito è cristiano.
Negli anni successivi al 313 inizia anche la persecuzione dei dissidenti. I primi a esserne colpiti sono i donatisti, in Nord Africa, seguiti nei secoli da una schiera innumerevole di “eretici”. Dopo il 392, la persecuzione si estende ai pagani. Con una brusca inversione di rotta, in una civiltà che aveva ammesso quasi ogni tipo di culto, chi ha una fede anche solo leggermente diversa da quella autorizzata diventa un nemico da eliminare. Fra Oriente e Occidente, le persecuzioni reciproche tra cristiani si aggiungono a quelle contro altre religioni, come il manicheismo e lo zoroastrismo, e affollano la storia successiva, fino alle soglie dell’età contemporanea.
Forse la più clamorosa è la persecuzione degli albigesi, un movimento che aveva conquistato la Provenza e il sud della Francia (era nato, come molte altre “eresie”, per combattere la degenerazione della Chiesa), contro i quali papa Innocenzo III indisse una crociata nel 1208. La crociata durò vent’anni, fu una vera e propria guerra combattuta città per città, castello per castello e villaggio per villaggio, e si concluse con il completo sterminio degli albigesi e dei loro simpatizzanti. Quando ebbe termine, furono instaurati i tribunali dell’Inquisizione, per estirpare ogni singolo “eretico” sopravvissuto. I tribunali sarebbero rimasti attivi per secoli, estendendo la loro azione a perseguire chiunque non aderisse, in qualsiasi forma, all’ortodossia.
Se è lecito perseguitare il cristiano eterodosso, a maggior ragione sarà legittimo eliminare chi professa una fede diversa. Nell’alto Medioevo, quest’idea autorizzò massacri, genocidi, conversioni forzate e deportazioni di massa, in tutta Europa, di popolazioni non cristianizzate. Con il basso Medioevo, la “guerra all’infedele” si spostò al di là del Mediterraneo, con le crociate bandite a più riprese tra il 1096 e il 1271, spedizioni militari volte a strappare ai musulmani il controllo dei luoghi dove visse Gesù. Ai combattenti era promessa la remissione dei peccati. Ai feudatari che vi portavano il proprio esercito, offrivano l’opportunità di conquistarsi nuovi domini lungo la strada. La motivazione religiosa e la salvezza dell’anima fornirono un ottimo pretesto; in realtà, le crociate furono promosse dal forte aumento demografico in atto nell’Europa occidentale, che iniziava così a espandersi oltre i propri confini. Il risultato a lungo termine fu nullo, perché dopo duecento anni tutto il Levante, come lo si chiamava allora, era tornato in mani musulmane, ma l’impronta lasciata dalle crociate fu durevole, se oggi in Medio Oriente, dopo così tanto tempo, molti parlano degli occidentali che là combattono nelle varie guerre come dei “nuovi crociati”.
Alla fine del Medioevo, l’espansione oltreoceano degli europei, accompagnati e benedetti dai loro missionari, porta con sé il peggior genocidio mai registrato dalla storia: nelle Americhe, solo nei cento anni successivi all’arrivo di Colombo, muoiono quasi 60 milioni di amerindi. Si stima che l’85 per cento delle morti fu dovuto alle nuove malattie portate dai conquistatori: batteri e virus, però, non fecero che completare un’opera sistematica di sterminio delle culture indigene con il ferro e con il fuoco, in nome della diffusione della “vera fede”. Centinaia di popolazioni e alcune grandi civiltà vengono letteralmente estirpate, avendo cura di cancellarne, accanto all’eliminazione fisica degli individui e delle tradizioni, anche ogni testimonianza residua. Le sistematiche crudeltà compiute in nome di Cristo, nei resoconti dei pochi testimoni sopravvissuti (e nelle stampe prodotte dai conquistadores per vantare la propria opera di evangelizzazione degli indigeni) superano l’immaginazione (e sono tenute accuratamente alla larga dai libri di testo: non sia mai che qualcuno si accorga che sono stati gli europei i veri selvaggi). La convinzione di un’inferiore dignità umana degli aborigeni, a lungo condivisa dalle autorità ecclesiastiche, giustificava qualunque eccesso e riportò in auge la schiavitù, che il cristianesimo al suo sorgere aveva abolito. A Hispaniola (oggi Haiti), dove Colombo aveva toccato terra nel 1492, cent’anni dopo il suo arrivo non era sopravvissuto nessuno degli indigeni che la popolavano (i Taino) e si cominciarono a importare schiavi. Nell’arco di quasi quattrocento anni, circa 10 milioni di individui furono deportati dall’Africa come schiavi.
Mentre le armi portavano Cristo nelle Americhe, in Europa si andavano incrinando le convinzioni su quale fosse la “vera fede”, devastando...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Lettera a un amico
- Capitolo 1. Una lunga storia di violenza
- Capitolo 2. Divide et impera
- Capitolo 3. Il controllo della sessualità
- Capitolo 4. La valle di lacrime
- Capitolo 5. Dio c’è o no?
- Capitolo 6. Il senso del sacro
- Capitolo 7. E invece di Dio?
- Capitolo 8. Io sono il Tutto
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