Dio contro Dio
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Dio contro Dio

(Il maiale nero) Documenti e rivelazioni.

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Dio contro Dio

(Il maiale nero) Documenti e rivelazioni.

Informazioni su questo libro

Dio contro Dio è un testo anticlericale pubblicato nel 1907 da Umberto Notari.
Feroce pamphlet antipapalino, segna l’inizio della decisa battaglia contro la Chiesa di Notari che si sposta dalle colonne della rivista «L’Asino» a quelle di «La giovane Italia» che diviene così il punto di aggregazione di uno schieramento eterogeneo unito dalla lotta al clericalismo. Vi collaborano personalità come Arturo Labriola e Marinetti, Prampolini e Francesco Saverio Nitti, Rapisardi, e Gian Pietro Lucini, Jarro, Ugo Valeri e Paolo Buzzi. Il filo di continuità tra la rivista e Dio contro Dio lo troviamo in particolare nel 1910 quando la rivista riprende in grande stile la proposta al Vaticano di spostare la sede papale all’estero che Notari aveva espresso nell’ultimo capitolo (“ Perorazione ”) del suo libro. Umberto Notari (Bologna, 1878 – Perledo, 1950) è stato un giornalista, scrittore e editore italiano.

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Informazioni

Editore
Passerino
Anno
2021
eBook ISBN
9791220294805
Categoria
Religion

SATANISMO E STREGONERIA

Come nei secoli della più formidabile dominazione cattolica abbia potuto svilupparsi il fenomeno della stregoneria o del satanismo che tante vittime e tanto orrore disseminò in tutta Europa, è assai facile a spiegare e a comprendere.
La fertile immaginazione della folla eccitata dalle vampe più assurde della religione che i preti, padroni ormai di tutti i poteri, da quello civile a quello politico, accendevano per ogni dove, creava ovunque fantasmi tenebrosi che attraverso la generale ignoranza prendevano corpo e si propagavano rapidamente di paese in paese, di regione in regione gettando uomini e donne, ma più specialmente queste ultime, in uno stato di orgasmo che nessun ragionamento poteva più vincere.
La vita precaria e inquieta di quei tempi di violenza – scrive Michelet – rendeva le povere tribù delle campagne, già credule per sè stesse, immaginative all'eccesso. Le famiglie isolate nei boschi e nelle montagne, discendevano un giorno alla settimana al paese col loro bagaglio di allucinazioni.
Un fanciullo aveva visto questo ed una donna aveva visto quello. La storia correva nei villaggi, grossolanamente rimata; su di essa si formava una canzone e a quella canzone si ballava la sera sotto la quercia della fontana.
Il prete che alla domenica andava ad officiare nella cappella di quei villaggi, trovava il canto leggendario su tutte le bocche e pensava: – Dopo tutto, la storia è bella, edificante.... essa fa onore alla Chiesa; vox populi, vox dei!.... Il prete recava la storia all'abbazia, un monaco la trascriveva e la inghirlandava; un nuovo santo sorgeva. Ma ad un certo momento la Chiesa giudicò di avere già troppi santi; dunque basta coi santi, con le leggende, con le storie miracolose che le folle immaginose ed ingenue continuavano a tessere ed a cantare. Quindi proibizioni, divieti, minacce, castighi per estirpare questi fantasmi molesti. Dalla repressione più rigida nasceva l’esasperazione più occulta. Alle larve rosee succedevano le larve nere, agli dei paradisiaci si sostituivano gli dei infernali che la stessa religione cristiana agitava a spauracchio delle genti restìe ai suoi precetti.
Accanto a Gesù Cristo fu posto Satana e la turba di tutti i miseri, di tutti i calpestati, di tutti i sofferenti, disperata di non poter più nulla ottenere dal primo, diresse le sue preghiere all'altro.
Così accanto al sacerdote che era il ministro di Dio, nacque la strega che era la depositaria dei misteri del Diavolo; il satanismo fiorì; e prosperò la stregoneria che la Chiesa si dette a perseguitare con la più inenarrabile ferocia, felice di poter dare alle folle oppresse e terrorizzate i più salutari esempi di impero indistruttibile.
Quando non vi erano delle streghe, i preti stessi ne creavano per potere erigere in piazza i roghi vendicatori e su quelli bruciar vivi tutti coloro ch’essi ritenevano dannosi o avversi al loro potere. Bastava la più stolta accusa, la minima designazione, la più semplice od anonima denuncia per fare di una povera donna ignorante ed innocua la più odiata fattucchiera.
La vittima che quasi sempre veniva designata da qualche altra donnicciola gelosa ed invidiosa, o da qualche bigotta zelante e cupida, veniva tratta in carcere e sottoposta alla tortura perchè confessasse i complici ed i misfatti delle sue «fatture».
E il più delle volte accadeva che la disgraziata, per evitare o per far cessare gli spasimi fisici dei supplizi ai quali veniva sottoposta, ammetteva e confessava circostanze che non aveva mai vissute.
Il cervello delirante della tortura spingeva sulle labbra i primi nomi di persone che capitavano alla memoria brancolante o che venivano destramente suggeriti dagli stessi inquisitori. Di qui nuovi arresti, nuove persecuzioni e nuovi supplizi.
I roghi ardevano sulle piazze di tutte le città della Germania, della Francia e dell’Italia, e nel secolo decimoquarto imperversò talmente quest’ira sterminatrice che a più di centomila si calcolano le streghe arse vive in quell’epoca, mentre in certe zone della Germania furono tanti i roghi accesi che non si trovava più legno sufficiente al bisogno.
Il più curioso era che se da una parte i preti attendevano a distruggere la stregoneria e i suoi adepti, dall’altra, attirati essi stessi dai racconti fantastici fatti dalle streghe durante i processi, bramavano di assistere ai festini diabolici e partecipavano alle orge demoniache che si celebravano di notte in mezzo ai boschi.
Ma per quanti fossero i sacerdoti compromessi in queste turpi gesta, la maggior parte di essi durante i processi che venivano sempre condotti dai tribunali ecclesiastici, riusciva a salvarsi.
Ho sottocchio l’incarto autentico del celebre processo delle streghe del Tirolo che riempì di terrore tutta l’Europa.
Un sommario riassunto di esso basterà a dare al lettore un’esatta visione di ciò che fu il fenomeno morboso della stregoneria.
———
«In nome della Santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito santo, il cui aiuto sia sempre con noi – così comincia il suo verbale Costantino Frisinghello, cancelliere nelle carceri di Castelnovo nel Tirolo – questo giorno di sabato, 24 novembre 1846 risultando dalle deposizioni di Maria di Nogaredo detta Mercuria, indizi gravissimi trasmessi a questo nostro magistrato contro di Menegota vedova e di Lucia sua figlia, accusate di essere streghe, attestiamo di avere eseguito il mandato dell’illustre signor Delegato alle cause criminali e civili della nostra giurisdizione e col sussidio di Giovanni Birlo bargello di Castelnuovo di aver tradotte in carcere quelle due femmine e tenercele serrate sotto chiave».
Quali fossero le accuse della Mercuria che a sua volta era in carcere ritenuta colpevole di stregoneria, lo dice il successivo verbale dell’interrogatorio al quale essa fu sottoposta mentre si trovava appesa in alto al tormento della corda.
«La Menegota – confessa la Mercuria – mi insegnò di fare abortire la marchesa Bevilacqua dicendomi di serbare in bocca l’ostia quando mi comunicavo, per poi cavarla e metterla in terra dove più quella signora soleva praticare, per cui pestandovi sopra sarìa andata in bordello».
«La Menegota – prosegue sempre la Mercuria narrando la scena della consacrazione a strega – con un ferro fogato lungo cinque diti mi fece nella spalla zanca un segno senza gran male e mi brusò via la carne. Prima del bolo mi insegnò che dovessi chiappar il Santissimo e che dovessi renuntiare al battesimo, alla confessione e a tutti gli santi».
La Menegota e sua figlia – interrogate dipoi, negarono di essere streghe, ma sottoposte alla tortura ammisero di aver tentato per istigazione di altre donnicciuole già consacrate al diavolo, di fare abortire la marchesa Bevilacqua e di avere tentato di «fatturare» il marchese di lei marito. La «fattura» consisteva in una specie di unzione che le streghe facevano sul corpo del predestinato, mentre dormiva, con una pasta composta di polvere di ossa di morto mescolata a farina di grano e a mestruo femminile, oppure a sangue di neonato.
Le streghe si recavano a fare queste unzioni di notte condotte dal diavolo, che per lo più – secondo il loro racconto – prendeva le forme di un animale e specialmente di un gatto. Finito il sortilegio esse tornavano a casa loro, oppure si riunivano in una radura del bosco più vicino od anche presso le mura di cinta del cimitero, dove mangiavano allegramente, indi si spogliavano e si abbandonavano a danze frenetiche perchè il diavolo – attesta la Menegota – «si conduceva sempre seco sonadori e ve n’era uno che cantava».
Dopo le assurdità grottesche confessate dalla Menegota, il giudice procede all’arresto di altre donne ritenute complici nelle stregonerie. La tortura produce il suo effetto ed una gragnuola di denuncie e di arresti semina il terrore in tutto il Tirolo che non si componeva ormai che di streghe e di «fatturati».
Erano pomi speciali che venivano inviati in dono a questo o a quel marito perchè mangiandolo ne rimanesse «sconciato»; erano insalate condite in modo misterioso per liberare dal demonio o da altre disgrazie, più o meno palesi, ragazze del contado. Erano unguenti coi quali si spalmavano le greppie nelle stalle dei nemici per far morire gli animali bovini ch’esse contenevano.
Le definizioni, man mano che la tortura incalza, si fanno più oscene e macabre. Domenica Graziadei, altra fattucchiera arrestata, narra le varie fasi dei sabba. «L’ordine che tenevamo nell’andare ai giochi era il seguente: tutte venivano le nominate: io col mio amante andavamo avanti e le altre seguitavano tutte in forma di gatti: il diavolo sempre precedeva. Alcune volte pareva che fossimo a convitti grandi: commedie, canti, balli; et allora il diavolo in forma di becco stava in piedi sopra un palco; e subito entrati alla sua presenza si va a fargli reverenza sempre ballando; poi si va alla tavola dove sono molte vivande; in capo stanno i caporali. Noi facevamo sempre tali congressi di notte quando c’era la luna. Una volta siamo andati nei prati per andare a piazza; ma non parevano prati; e piuttosto abitazioni di palazzo con sala alla grande: il diavolo era sentato su d’una bella cadrega come un gran personaggio al quale andavimo a baciare».
Richiesta la prevenuta della composizione dell’unguento col quale si spalmavano il corpo per andare ai congressi:
«Si piglia un’ostia dell’Eucaristia – risponde – del sangue delle creaturine piccole, dell’acqua santa, del grasso di bambini morti e mescolato tutto insieme vi si pronuncia sopra le parole segrete della maledizione».
Il giudice vuol sapere come facessero a procurarsi il grasso dei bambini morti e la Domenica Graziadei ch’era soprannominata «la filosofa» risponde: «Cavassimo i bamboli dal cimitero di notte, uno verso la porta grande et uno dalla parte della cappella che erano ancora freschi con le sue ghirlandine. In quel gioco prima si taglia via la testa, poi i brazzi, le mani, i ginocchi; poi se gli cava fuori dei grassi per far l’onto; e questo si fa tutto nella sinagoga delle strie; et ivi quei pezzi si mettono in pignatta, bollono, poi si portano in tavola».
Nei successivi interrogatori di Domenica Graziadei si trovano oscenità così ributtanti che non mi è possibile fare nemmeno la minima allusione. Fra l’altro, durante le orgie spaventose alle quali le fattucchiere, la maggior parte vecchie, si abbandonavano, viene in scena la figura di certo Don Rinaldo che era il parroco di Castelnovo: ma a questo punto il cancelliere crede prudente chiudere il verbale.
La disgraziata, affranta dal supplizio, trova ancora il modo di mormorare: «è stata causa della mia perdizione Don Rinaldo per avermi perseguitata fin da quando mi fece andare a stare in casa sua con Antonia mia figlia».
Il processo termina naturalmente con la condanna a morte di tutte le streghe malgrado che le loro deposizioni apparissero, più che improntate alla realtà, strappate dai tormenti. Ma il Tribunale ecclesiastico doveva dar una lezione; e dieci di quelle femmine furono arse vive.
Prima però che fossero condotte al rogo, il cappellano che le confortava trovò il modo di far scrivere ad una delle condannate questa eloquentissima lettera, che il cancelliere diligentemente pone a mo’ di chiusa negli atti processuali.
«2 maggio 1647. Dopochè da giusto Giudice fu denunziato a Domenica Graziadei dovere ella finire per man del Ministro de Giustizia, raccolta in sè stessa, ben contritta, e disposta ad abbracciare con animo intrepido quanto giustamente fu decretato; onde per satisfar maggiormente alla propria coscienza ricercò me sottoscritto come assistente per disponerla a ben morire, doversi a nome suo sottisfare alle offese fatte nel termine del honore e fama ingiustamente levata al molto Reverendo don Rinaldo Rinaldi, ritrattando qualunque depositione da lei fata contro del prefato Don Rinaldo; et anzi al presente confessa haverlo sempre conossuto e tenuto per sacerdote honorato, e non altrimenti.
In fede di che, pregato dalla sudetta Domenica hora passata, si deve sperare, da questa a miglior vita, ho fate la presente dichiaratone.
Giacomo Gentili — cappellano».
Da questa lettera, che restituiva l’onore al venerando Don Rinaldo, ai recessi di querela che restituiranno la libertà ai Don Longo e ai Don Riva di oggi, stanno di mezzo tre secoli. Il metodo è sempre uno solo: l’impudenza.
———
Ma i preti hanno sfruttato anche con altri sistemi la deplorevole esaltazione che unita all’ignoranza ha dato origine alla stregoneria e al satanismo.
Le fattucchiere non avrebbero potuto prosperare per molto tempo senza l’esistenza degli ossessi, degli invasati dallo spirito maligno, in altri termini, dei posseduti dal demonio.
Senza questa categoria formata in gran parte di giovinette isteriche ed epilettiche, la strega non avrebbe potuto operare sul sentimento superstizioso delle folle che è sempre la base di qualunque siasi religione; e ridotta allora alle sole pratiche abortive, la strega non sarebbe stata che un semplice esponente di corruzioni più o meno diffuse.
Ma poichè in questi tempi la scienza non si era ancora impadronita delle origini di quel terribile flagello femminile che si chiama isterismo, e tanto più era rimasta impotente a trovare un qualsiasi rimedio al male misterioso, così la superstizione religiosa aveva potuto facilmente addebitare ad un malefico potere occulto le cause del male.
Se c’era un ossesso, ci doveva essere la strega che l’aveva «fatturato».
Per combattere il sortilegio della strega vendicatrice sorgeva il sortilegio di una strega liberatrice.
Ai più assurdi e fanatici riti consumati per annientare un individuo, per deturpare un marito superfluo o per isterilire una moglie rivale, si sovrapponevano funzioni ancora più assurde per infiammare i sensi di una donna indifferente o per ingagliardire il sesso di un amante esausto.
Il prete, non riuscendo ad estirpare la pianta della strega malefica, fecondata dalla malvagità e dalla concupiscenza degli uomini e dall’invidia e dalla gelosia delle donne, coltivò il germe della fattucchiera benefica ed a questa anzi man mano si sostituì. Allora si ebbe il prete «esorcista».
Sul corpo del posseduto dal demonio che si dibatteva nella morsa dell’epilessia, venivano pronunciate parole misteriose invocanti l’intervento di Dio misericordioso.
Furono create delle preghiere speciali e dei santi specialisti. Una nuova industria fu ben presto trovata ed un’industria che fu lucrosissima per ogni verso.
L’ossesso, durante il tempo delle invocazioni, degli scongiuri, degli esorcismi, si calmava. La crisi si era risolta, salvo a ripetersi poco tempo dopo. Non importa: il miracolo era compiuto, il demonio era stato schiacciato.
I Giansenisti, che ebbero fama di preti austeri e dotti, presero il monopolio di questa nuova industria.
I miracoli succedevano ai miracoli, e i doni fioccavano da ogni parte. Se in qualche regione non c’erano ossessi da esorcizzare e da liberare, se ne inventavano. Il più piccolo deliquio di ragazza anemica significava la presenza di Satana. Il prete correva, benediceva e incassava.
I Gesuiti, allarmati dall’accrescersi della potenza e della ricchezza dei Giansenisti, vollero partecipare alla speculazione.
Nacque fra le due congreghe una lotta a coltello che desolò l’Europa e specialmente la Francia durante i secoli XVII e XVIII.
I Gesuiti vollero ad ogni costo compiere un miracolo che fosse tale da oscurare la rinomanza di tutti quelli che avevan saputo compiere i Giansenisti e ch’erano divenuti famosi in tutti gli Stati cattolici.
Le popolazioni meridionali sono romanzesche per loro natura; quelle del mezzodì della Francia lo sono all’eccesso; le donne nervose, di facile esaltazione, sono adattissime per farne sonnambule e visionarie. Fu colà che la compagnia di Gesù decise di preparare il gran colpo.
A Marsiglia – è la penna lirica di J. Michelet che narra – i Gesuiti avevano un vescovo a loro fedele, certo Belzunce, uomo di cuore e di coraggio, ma credulo e di cervello molto limitato, coll’appoggio del quale tutto poteva essere osato. Presso di lui fu messo un gesuita bretone che non mancava di ingegno e che con una apparenza austera predicava gradevolmente quel genere di sermone fiorito, un po’ mondano, che amano le signore; vero gesuita che poteva riuscire in due maniere, tanto con l’intrigo femminile quanto col santissimo sacramento.
Girard però non aveva favorevole a sè stesso nè l’età, nè la figura; era un uomo di 47 anni, grande, secco, che sembrava esausto, che aveva l’orecchio un po’ duro, l’apparenza sudicia e che espettorava ad ogni momento. Egli si era dedicato all’insegnamento sino all’età di 37 anni, perciò serbava certi gusti di collegio. – Da dieci anni si era fatto confessore di monache ed era riuscito ad ottenere su quelle un grande ascendente, imponendo loro – cosa che sembrava la più contraria al temperamento di quelle provenzali – le dottrine e le discipline della morte mistica, la passività assoluta, l’oblio perfetto di sè stessi.
I Gesuiti, malgrado questo successo, allontanarono Girard da Marsiglia e lo incaricarono di rialzare le sorti della loro casa di Tolone che ne aveva gran bisogno.
Il magnifico convento eretto da Colbert, detto il Seminario degli elemosinieri della marina, era stato confidato ai Gesuiti per purgare i giovani allievi dalla direzione dei Lazzaristi.
Ma i due gesuiti che avevano avuto questa missione erano risultati insufficienti. Uno era un imbecille, l’altro, il padre Sabatier, era un uomo singolarmente trasportato per le donne malgrado la sua età. Egli aveva l’insolenza del mozzo più brutale e sdegnava di conservare qualsiasi limite. A Tolone non gli si rimproverava di avere una o più amanti, fra le quali parecchie signore maritate, ma di tenerle insolentemente e vergognosamente in modo da far disperare i mariti. Egli pretendeva sopratutto che costoro conoscessero a fondo la loro onta e ne sentissero tutte le punture; le cose furono spinte a tal punto che uno di quei poveri diavoli morì di dolore.
Girard, nominato direttore del seminario degli elemosinieri, per la sua austerità apparente, per la sua reale abilità, restituì ben tosto ai gesuiti il potere ch’essi avevano compromesso.
In questo paese dove l’uomo è brusco, sovente aspro di parola, le donne apprezzano molto la dolce gravità degli uomini del Nord; esse sono loro grate di parlare la lingua aristocratica, ufficiale, la francese.
Girard, arrivato a Tolone, doveva conoscere anticipatamente il terreno. Egli aveva colà una creatura a lui devota, certa Guiol, che veniva talvolta a Marsiglia dove aveva una figlia nelle carmelitane. Questa Guiol, moglie d’un piccolo falegname, si mise interamente a sua disposizione. Molto matura, alla sua età (quarantasette anni), estremamente sensuale, corrotta e capace di tutto, era pronta a rendere a Girard servigi di qualunque sorta, qualunque cosa Girard facesse, chiunque egli fosse, uno scellerato od un santo.
Questa Guiol, oltre la figlia carmelitana a Marsiglia, ne aveva un’altra, che era suora conversa nelle Orsoline di Tolone.
Le Orsoline, monache insegnanti, formavano ovunque una specie di centro di vita. Il loro parlatorio frequentato dalle madri, era un intermediario tra il chiostro ed il mondo. Presso di loro, e per loro mezzo, senza dubbio, Girard conobbe le signore della città, fra le altre una di quarant’anni, non maritata, signorina Graver, figlia di un antico appaltatore di lavori all’arsenale. Questa signorina era seguita, come da un’ombra, da una cugina, certa Reboul. Presso di loro si era formato, a poco a poco, un piccolo cenacolo d’ammiratrici di Girard del quale divennero le penitenti.
Giovinette e fanciulle partecipavano talvolta al cenacolo, come la signorina Cadière, figlia d’un mercante; una sarta, la Laugier, la Batarelle, figlia di un barcaiuolo. Si facevano pie letture e talvolta piccole merende. Ma niente interessava più di certi sermoni nei quali si raccontavano i miracoli e le estasi di suor Rémusat. Si leggeva, si piangeva, si gridava d’ammirazione per il padre Girard che era stato l’educatore della Rémusat. Se ancora non si avevano delle estasi, non si era tanto lontani dal suscitarne. E la Reboul, per piacere alla sua parente, si metteva talvolta in uno stato singolare col famoso sistema di trattenere il fiato stringendosi le narici.
Di tutte queste donnicciuole e di tutte queste giovinette, la meno leggera certamente era la signorina Caterina Cadière, delicata e malaticcia persona di diciassett’anni, tutta occupata di divozione e di carità, con un viso mortificato che sembrava indicare, quantunque giovane, come ella avesse più di chiunque altra risentito le grandi disgrazie del tempo, quelle della Provenza e di Tolone. Ciò si spiegava abbastanza. Essa era nata durante la spaventevole carestia del 1709, e nel momento nel quale una fanciulla diventa donna, essa ebbe il terribile spettacolo della grande epidemia colerosa.
La giovinetta era un fiore indigeno di Tolone, di quella Tolone d’allora. Per comprenderla, bisogna ricordarsi bene quello che è, e quello che era questa città.
Tolone è un passaggio, un luogo d’imbarco, l’entrata di un porto immenso e d’un gigantesco arsenale. Ecco che cosa afferra il viaggiatore e gli impedisce di vedere Tolone stesso.
Vi è pertanto là, una vecchia città. Essa contiene due popoli differenti, il funzionario straniero ed il vero Tolonese, questo poco amico di quello. Tutto ciò concentrato nelle vie tenebrose d’una città allora soffocata nella stretta cinta delle fortificazioni. L’originalità della piccola città nera consiste nel trovarsi giustamente fra due oceani di luce, il meraviglioso specchio della rada ed il maestoso anfiteatro delle sue montagne calve d’un grigio abbagliante e che vi acceca, tanto più oscure sembrano le vie. Quelle che non vanno dritte al porto e da esso non hanno qualche barbaglio sono ad ogni ora profondamente buie. Vicoli sudici con rivenduglioli e botteghe mal guarnite, invisibili a chi viene dalla luce, formano l’aspetto gener...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dio contro Dio
  3. Indice dei contenuti
  4. Con licenza, presento ai lettori la “Società della Morale”
  5. L’ORIGINE DEL «MAIALE NERO»
  6. PRIMI GRUGNITI
  7. IL MAIALE GRUFOLA....
  8. SATANISMO E STREGONERIA
  9. LA MESSA NERA
  10. IN PIENO BRAGO
  11. IL «MAIALE NERO» ASSASSINO
  12. IL «MAIALE NERO» LADRO
  13. IL «MAIALE NERO» PAPA
  14. PERORAZIONE
  15. Fonti principali di quest’opera