Il cappello dell'imperatore
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Il cappello dell'imperatore

Storia, memoria e mito di Napoleone Bonaparte attraverso due secoli di culto dei suoi oggetti

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Il cappello dell'imperatore

Storia, memoria e mito di Napoleone Bonaparte attraverso due secoli di culto dei suoi oggetti

Informazioni su questo libro

Il collezionismo napoleonico cominciò all'alba del 19 giugno 1815 sul campo di battaglia di Waterloo e da allora non si è più fermato, contagiando per due secoli le personalità più disparate, da Lord Byron fino a Stanley Kubrick, che per il suo film mancato, quello appunto su Napoleone, realizzò una monumentale ricerca. Del resto, basta scorrere i cataloghi delle case d'aste e delle mostre per cogliere la persistenza del flusso emotivo, oltre che del valore economico, veicolato dai reperti del political drama più avvincente del XIX secolo. Ma gli oggetti ossessionarono lo stesso Napoleone, il quale nel testamento elencò gli effetti personali che desiderava fossero consegnati soprattutto al figlio: oltre a oggetti prevedibili come armi, uniformi e libri, orologi e argenteria varia, anche una collezione di tabacchiere, e poi il lavabo della camera da letto, un bidè d'argento dorato, i letti e i materassi usati a Sant'Elena, sino alla biancheria intima. Nel 1821 fu il suo corpo a diventare oggetto di culto: maschere funebri e presunti calchi di dita circolarono in una capillare operazione di commercializzazione e giunsero fino nelle Americhe, proiettando oltre oceano il mito innescato dalla nostalgia borghese e dal rimpianto dei veterani. Tra memoria, feticismo e necrofilia, il volume racconta il fenomeno di merchandising destinato al pubblico globale assetato di tracce materiali legate alla persona e al privato di Napoleone. Fiume carsico carico di simbologia, la cultura materiale napoleonica incentrata sui resti, sulle reliquie e sui cimeli fornisce consistenza tattile e visiva al mito, capace così di rinnovarsi in una «geografia del desiderio» globale e senza tempo. Nel bicentenario della morte dell'imperatore dei francesi, questo libro, arricchito da un curioso apparato iconografico – in cui il lettore potrà scoprire alcuni «feticci» dell'epopea –, porta l'onda lunga dell'epica napoleonica sino ai nostri giorni, dimostrando quanto essa ancora ci appartenga.

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Informazioni

I. Gli oggetti di Sant’Elena

1. Longwood, aprile 1817.

Il 14 aprile 1817 una lista preparata per il governo inglese censisce quarantasette abitanti a Longwood, da oltre un anno la residenza del «General Bonaparte» (per gli inglesi, più spesso semplicemente Buonaparte o Bonaparte), da quando, il 10 dicembre del 1815, vi si è trasferito lasciando l’alloggio provvisorio di Briars destinatogli al suo arrivo a Sant’Elena. A quella data la routine dell’ex imperatore è condivisa dal gran maresciallo conte Bertrand con la moglie e i quattro figli, dal conte di Montholon, la moglie e due figli, dal generale Gourgaud, da fedelissimi servitori come il primo cameriere Marchand e il valletto Saint-Denis – il mammelucco Alì –, il maggiordomo Cipriani, compatriota corso, l’addetto alle scuderie Achille Archambault e il cameriere Gentilini, cui si aggiungono una decina di militari del reggimento di Sant’Elena impiegati in varie attività di servizio, sette domestiche tra cui la cuoca Jonette e le nurse inglesi per i bambini Bertrand e Montholon, il medico Barry O’Meara, nonché due cinesi in cucina1. Nella lista non figura il nome del conte Emmanuel de Las Cases, il quale con il figlio ha lasciato l’isola il 30 dicembre 1816 e si trova bloccato in quarantena nella colonia del Capo di Buona Speranza, tappa forzata del suo tortuoso viaggio di ritorno in Europa.
Una primavera di esasperazione, quella, per la questione del cambiamento di alloggio e per le resistenze e le obiezioni di Napoleone e dei suoi compagni verso migliorie e soluzioni ritenute inadatte: una guerra di logoramento e di nervi che finisce per raggiungere a Londra Lord Bathurst, segretario di Stato per le Colonie, convincendolo a esortare il governatore dell’isola, Sir Hudson Lowe, ad andare avanti e superare l’impasse secondo un ben preciso ordine di priorità: sicurezza, comfort, spese2. Laddove con sicurezza rispetto alla persona del generale si intende il mantenimento del controllo dei suoi movimenti, dato che all’esterno dell’edificio egli deve sempre essere accompagnato da un ufficiale inglese. Quanto ai comfort, si tratta di andare incontro a esigenze oggettive già più volte segnalate, soprattutto dal maresciallo Bertrand. Per quel microcosmo napoleonico la contabilità britannica nel 1817 calcola spese di manutenzione pari a 13846 sterline, mentre per la nuova abitazione – tramontata l’idea di acquistare da una vedova del posto per 6000 sterline Rosemary Hall, a due miglia da Plantation House, residenza del governatore – si opta infine per un nuovo edificio di un solo piano, da realizzare a nord-ovest dell’edificio attualmente occupato: le fondamenta verranno gettate nel 1818 destinando ai lavori ben 230 operai, tra scavatori, tagliapietre cinesi, muratori, fabbri3. Nell’aprile del 1820 New Longwood, come sarà poi chiamata, dal costo di quasi 20000 sterline, sarà pressoché ultimata ma resteranno da arredare le sue cinquantasette stanze. Del resto, dopo quasi cinque anni di uso, a Old Longwood tappeti, tende e coperture di poltrone e divani risulteranno già consumati e non saranno riutilizzabili.
Quasi cinque anni… Questa storia di oggetti potrebbe cominciare il 15 luglio 1815, quando Lord Liverpool, primo ministro britannico, scrive a Lord Castlereagh, segretario di Stato agli Affari esteri, che se gli inglesi «should succeed in getting possession of his person», il Capo di Buona Speranza o Sant’Elena sarebbero i luoghi adatti dove confinare Napoleone4. Questi, dopo aver considerato l’idea di cercare asilo negli Stati Uniti, indirizza infine una lettera al principe reggente per mettersi sotto la protezione delle leggi dell’Inghilterra e quello stesso 15 luglio si consegna agli inglesi nella persona del capitano Maitland della nave di Sua Maestà Bellerophon, ancorata a Rochefort. Nell’espressione «impadronirsi della sua persona» è racchiusa dunque la trasformazione di Napoleone da soggetto a oggetto nella percezione dei suoi nemici, una condizione destinata a caratterizzare la fase post-Waterloo della sua vita e ad alimentare le potenzialità di una leggenda «nera» trasformabile in leggenda di martirio/passione proprio grazie all’esilio a Sant’Elena, e al suo racconto5. Un racconto che inizia ben prima del 1823, anno della pubblicazione del Mémorial de Sainte-Hélène di Las Cases – probabilmente il best-seller dell’Ottocento, più di 800000 copie vendute nel corso del secolo6 – in grado di trasformare l’uomo privato in un oggetto di spettacolo intimo, offrendo a un pubblico assetato di notizie la cronaca empatica di diciotto mesi di «eroismo del quotidiano»7, fatta di dettagli ordinari e minuti, di abitudini e di materialità frammisti ai ricordi delle vicende militari e politiche. È infatti già il Napoleone che non tocca neanche il suolo d’Inghilterra, che il 31 luglio conosce la propria destinazione a bordo del Bellerophon e, trasferito col suo seguito sul Northumberland, il 7 agosto salpa da Plymouth, quello che accende subito una curiosità diffusa per il potente sconfitto e un precoce interesse per conoscere ritmo e strumenti della sua quotidianità.
Rapide si diffondono dicerie sugli articoli costosi di lusso che a bordo della nave inglese lo accompagnerebbero nel suo nuovo destino, ma le voci vengono accuratamente smentite dal «Times» nei mesi della lunga traversata: «Le uniche proprietà di valore che ha potuto tenere al momento della sua partenza dalla Francia consistevano nel vasellame imperiale, e un’ammirevole biblioteca […] e gli insignificanti acquisti fatti dal suo seguito si limitavano chiaramente a qualche mazzo di carte e alle scacchiere richiesti da Mme Bertrand»8. Dunque un servizio di piatti – 60 dei 72 componenti il servizio di porcellana di Sèvres9 con vedute dei «Quartier Generali», come li definisce il valletto Louis Marchand alla vigilia della partenza, ossia luoghi di famose battaglie delle varie campagne militari e altre vedute iconiche dell’epopea napoleonica – e la biblioteca personale, mentre del tutto minimalista secondo l’autorevole quotidiano è la dotazione di semplici strumenti di svago procurati grazie al pragmatismo femminile di Madame Bertrand10.
Nell’autunno del 1815 numerosi sono gli interventi dei giornali inglesi, probabilmente complice il governo, per rassicurare i propri lettori sui generi di comfort che l’ex imperatore avrà a sua disposizione sull’isola, incluso ogni tipo di mobilio, biancheria, servizi di bicchieri, abiti, sino a spartiti e strumenti musicali: il tutto, si specifica, per un periodo stimato in più di tre anni. Ci si dilunga persino sul corredo appositamente confezionato avendo riguardo per le preferenze cromatiche del destinatario: «Per i vestiti di Buonaparte si è tenuto conto del suo colore preferito (il verde scuro) – gli vengono anche fornite camicie, cravatte, fazzoletti da tasca, stivali, scarpe e calze di ogni genere»11.
Mentre il viaggio è in corso e a Sant’Elena la casa è in costruzione sotto la direzione dell’architetto William Atkinson, a metà settembre il governo incarica il mobiliere e scultore George Bullock, presidente dell’Accademia di Liverpool12, raccomandato dallo stesso Atkinson, di realizzare o procurare gli arredi e le suppellettili, sei le settimane di tempo per completare l’ordine, un conto che ammonterà a 11512 sterline e le cui tranche di pagamento Bullock dovrà più volte sollecitare. The Account, l’inventario, conservato negli archivi nazionali inglesi, include mobili, tappezzeria su diverse tonalità del verde prediletto, tende per ventisei stanze, oggetti per l’igiene quotidiana (anche quella dentale, cui Napoleone ha sempre tenuto molto, al punto da avere un suo set personale da campo), ombrelli e parasole, sino a una batteria completa da cucina13: un fermo-immagine sulla vita quotidiana del singolo e della sua cerchia di accompagnatori che entra nell’intimità più spicciola, sulle esigenze più immediate – gli ombrelli e i parasole, le zanzariere per i letti – legate anche al clima infausto dell’isola. Tra gli oggetti, tutti di manifattura britannica, spiccano i servizi Wedgwood come il servizio da colazione jasperware blu con la caratteristica decorazione del cammeo bianco, e le telerie di Irish Linen, ma anche una gran quantità di cancelleria: evidentemente, facile previsione, si immagina che a Sant’Elena si scriverà molto. Tra mobili, arredi e suppellettili varie, cinquecento tonnellate di merce prendono il largo verso l’Atlantico meridionale, divise in circa quattrocento bauli e accompagnate da squadre di artigiani incaricati del montaggio sul posto. Ma forse, tra tutti, più di quelli caricati a bordo, l’oggetto che consegna davvero l’icona di Napoleone alla nuova fase della sua vita è quello abilmente individuato da Las Cases nelle pagine del suo diario alla data di domenica 15 ottobre 1815: «Finalmente, dopo settanta giorni di navigazione e centodieci dalla nostra partenza da Parigi, abbiamo gettato l’àncora nel mare di quest’isola sperduta. Era mezzogiorno. Ecco: l’àncora tocca il fondo, e forma il primo anello di quella catena che sta per incatenare il moderno Prometeo sullo scoglio solitario di Sant’Elena»14.
L’istantanea per la quale Las Cases sceglie di passare dall’uso del tempo imperfetto a quello del tempo presente imposta indelebilmente il legame tra l’eroismo contemporaneo di Napoleone e la sua nuova identità come esule/martire che tanto sedurrà l’immaginario romantico. E tuttavia, anche se meno teatralmente dell’àncora gettata dal Northumberland davanti a Jamestown, o dello scoglio nefasto di grande fortuna iconografica, altri oggetti e altri contesti materiali saranno di lì a poco protagonisti della dimensione che la sua esistenza assumerà sulla terraferma: a cominciare...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Introduzione. Napoleone e gli oggetti: culto, collezionismo e marketing tra due secoli
  6. I. Gli oggetti di Sant’Elena
  7. II. L’ultimo medico di Napoleone
  8. III. Memorabilia, nostalgia e propaganda
  9. IV. Riemersioni, restituzioni e collezioni