Capitolo 1
Sonno disturbato
«Sonno... Quei piccoli squarci di morte. Come li odio.»
EDGAR ALLAN POE
«Come va la tua necrofilia?» mi chiese una volta un amico, intendendo ovviamente la narcolessia, il grave e debilitante disturbo neurologico con cui convivo da più di metà della mia vita.
«È ancora lì. Comunque grazie per avermelo chiesto» risposi.
Narcolessia deriva dal greco, e significa “attacco di sonno”, in riferimento al sintomo più caratteristico: una sonnolenza eccessiva nelle ore diurne. Ma la vaga assonanza del termine con necrofilia e ninfomania genera conversazioni imbarazzanti. In effetti, questi errori sono sufficientemente diffusi perché una persona con il mio stesso disturbo ideasse un paio di utili aforismi: “necrofilia è andare a letto con i morti, narcolessia è morire dal sonno” e “ninfomania è dormire con chiunque, narcolessia è dormire ovunque”1.
La maggior parte dei disturbi del sonno si sviluppa gradualmente, per cui può essere difficile accorgersene. Ho avuto i primi sintomi a ventun anni, durante il secondo anno di università, dove studiavo scienze naturali. Ero abituato ad alzarmi presto; ho sempre adorato il mattino, un momento carico di promesse per il giorno che ti aspetta. Poco per volta, però, nel giro di alcuni mesi qualcosa iniziò a cambiare. Un’ora dopo aver aperto gli occhi era come se una nebbia si diffondesse nel cervello e anestetizzasse lentamente le mie facoltà, finché non mi rimaneva che tornare a dormire. Quando le circostanze lo permettevano, cedevo e tornavo a letto, ma presto scoprii che il sonno a cui mi abbandonavo non mi dava riposo. Per un po’ cercai di lottare (frequentando lezioni e seminari, oppure lavorando al bar dell’università), ma lo sforzo per non soccombere era quasi peggio del problema.
Escogitai allora qualche piccolo stratagemma per tenere a bada il sonno per un minuto o due: darmi dei pizzicotti, saltellare energicamente sul posto, gridare a perdifiato. (Ancora oggi, il solo pensare a queste cose mi dà la nausea.) Quella sensazione di annebbiamento però tornava alla carica. Lottavo per dieci minuti, convinto di riuscire a leggere un libro, a guardare un film o anche solo a chiacchierare con un amico, ma mi rendevo conto di non ricordare nulla di quanto appena successo. Mi ero addormentato o no? A quel punto mi restavano due alternative: vivere la giornata come uno zombie o restare a letto. Iniziai a mettermi nell’ordine di idee che non avrei avuto una vita normale. Sono arrivato alla laurea con enormi difficoltà, sbavando sugli appunti, addormentandomi in classe e bevendo ettolitri di caffè per dilatare quanto più possibile i saltuari momenti di veglia che mi servivano per passare gli esami.
In alcune classi ero soltanto uno studente tra altri cinquecento, con file e file di banchi che mi separavano dal professore: potevo sedermi in fondo e mettere giù la testa senza paura di essere scoperto. I seminari, però, dove c’erano un professore e sì e no due studenti, erano tutt’altra cosa. In poco tempo l’aula piccola, e spesso in penombra, e il tepore dei caloriferi contribuivano a scatenare un attacco incontrollabile di sonno. Eppure dovevo tenere le palpebre aperte, se volevo salvare la faccia. Scoprii di riuscirci, a costo di enormi sforzi, ma so (perché l’ho visto in altri narcolettici) che i miei occhi erano privi di luce, senza vita.
Sonno, s.m.
Naturale sospensione della coscienza indispensabile per il ristoro dell’organismo.
È comprensibile che il sonno, così come viene definito dai dizionari e inteso dai più, sia un concetto alquanto vago. È comprensibile perché il sonno è molto variabile, e differisce molto da una specie animale all’altra.
Persino tra i mammiferi (che hanno conosciuto un’evoluzione recente e con poche variazioni nelle aree del cervello predisposte alla regolazione del sonno) le differenze sono numerose. La giraffa, per esempio, dorme non più di cinque ore al giorno2, mentre all’altra estremità dello spettro c’è l’opossum, una specie che, secondo una ricerca condotta dagli studenti della facoltà di medicina della Yale University negli anni Sessanta, dorme fino a venti ore su ventiquattro3.
Fra questi due estremi la varietà è enorme. La maggior parte dei mammiferi ha un sonno polifasico, cioè suddiviso in più periodi nell’arco delle ventiquattro ore; gatti e cani sono due esempi perfetti. Alcune specie sono bifasiche, ossia dormono due volte al giorno. L’esempio in questo caso sono i conigli, attivi soprattutto all’alba e al tramonto: un’esistenza crepuscolare che ritaglia due periodi di riposo, uno durante la notte e uno durante il giorno. I mammiferi marini, come i delfini e le balene, vantano l’incredibile capacità di assopire solo metà cervello alla volta. Poi ci sono le poche specie monofasiche, che dividono le ventiquattro ore in una fase di veglia e una di sonno: alcune sono notturne, come i gufi, altre diurne, come gli esseri umani.
Noi ci siamo evoluti per dormire più di una giraffa e meno di un opossum, e ci piace farlo al buio. La nostra specie necessita di sei-otto ore di sonno al giorno, ma anche qui le variazioni tra un individuo e l’altro sono notevoli. Il corredo genetico, il genere, l’età, la stagione e le tradizioni culturali, senza dimenticare i capricci della vita quotidiana, sono tutti fattori che influenzano il nostro modo di dormire.
Solo di recente abbiamo iniziato a prestare attenzione a queste differenze. Per buona parte della storia dell’umanità, il riposo notturno è stato visto come un’inopportuna distrazione da tutto ciò che accade di giorno. «Il sonno sembra essere una privazione della veglia» scrisse Aristotele nel quarto secolo a.C., per poi paragonare le due condizioni ad altre coppie di opposti, come «la malattia e la salute, la bellezza e la deformità, la forza e la debolezza»4. Nell’Antico Testamento il sonno è una metafora della morte, e l’accostamento è così spesso reiterato che diventa facile credere che, come all’assopimento segue sempre il risveglio, allo stesso modo alla morte seguirà la vita e alla crocifissione la resurrezione. Anche i poeti hanno spesso parlato di sonno anziché di morte, usando la reversibilità del primo per ammorbidire l’oscura irrevocabilità della seconda.
Duemila anni dopo Aristotele, non era infrequente trovare un esponente della comunità medica che scagliava simili invettive. «L’alternarsi di sonno e veglia […] origina dall’imperfezione della nostra natura» dichiarò il dottor Wilson Philip alla Royal Society nel 1833. Secondo lui, il sonno non era tanto un «male positivo», quanto un evidente «difetto»5.
Sono in molti a ridurlo a un ingombro fastidioso. Quando gli domandarono quante ore al giorno dovesse dormire una persona, Napoleone rispose: «Un uomo sei, una donna sette e un imbecille otto». Margaret Thatcher tirava avanti dormendo solo quattro ore a notte6. Più di recente, Donald Trump ha sostenuto la necessità di ridurre le ore di riposo: «Non dormire più di quanto hai bisogno» ha scritto nel suo bestseller del 2004 Think Like a Billionaire. «Non dormo molto» ha confermato durante la campagna elettorale del 2016. «Tre ore, quattro ore… Mi giro e mi rigiro, penso e ripenso, e voglio scoprire che sta succedendo nel mondo.»7 Queste voci, per quanto note, non andrebbero ascoltate, perché ignorano tre dati di fatto.
Primo: c’è la chiara e semplice saggezza intuitiva secondo cui il sonno è una forza del bene e non del male. Shakespeare, per esempio, lo fece decantare a Macbeth con queste parole: «bagno che ristora l’aspra fatica, balsamo d’ogni mente ferita, seconda portata della gran Natura, nutrimento primo nel festino della vita»8. Miguel de Cervantes era altrettanto perspicace, e Sancho Panza dice a Don Chisciotte che il sonno è «un vitto che leva la fame, un’acqua che estingue la sete, un fuoco che toglie il freddo, un fresco che tempera il caldo, e finalmente una moneta universale con cui si compra ogni cosa, una bilancia su cui si eguagliano il pastore col re, lo stolto col saggio»9. Anche Coleridge era positivo quando declamava «O dormire! O dolce cosa da polo a polo amata!»10 nella Ballata del vecchio marinaio.
Secondo: ci sono i dati, una gran quantità di osservazioni ed esperimenti scientifici in costante aumento da circa un secolo. «Lungi dall’essere l’opposto della veglia, il sonno è in realtà un suo complemento, e i due costituiscono le fasi alterne di un unico ciclo, l’una legata all’altra come il ventre dell’onda è legato alla cresta» scrisse il pioniere della ricerca sul sonno Nathaniel Kleitman nel suo epocale saggio in materia, Sleep and Wakefulness11.
Terzo: le storie personali di chi vive con un disturbo del sonno. Spesso sono di natura aneddotica, per cui non si qualificano come prove scientifiche e non hanno visibilità. Eppure le testimonianze di chi dorme male sono interessanti. I disturbi del sonno hanno quasi sempre profonde ripercussioni sulle persone che ne soffrono, erodono la salute fisica e mentale e creano gravi danni psicologici. È ora di smettere di ignorare questi resoconti di prima mano.
Il dibattito su quel che accade quando dormiamo e su quali siano le funzioni del sonno è tuttora aperto. Forse il cervello usa questa “pausa” per eliminare gli scarti metabolici che accumula durante la veglia. Forse le cellule cerebrali si dedicano ad altre operazioni, come consolidare la memoria e ripulirla dalle cianfrusaglie cognitive indesiderate. Oppure il sonno potrebbe semplicemente essere una strategia di risparmio, un modo per passare il tempo senza sprecare troppa energia. In alternativa, potrebbe avere un ruolo in tutte le funzioni appena descritte, e in altre ancora.
Per ora è sufficiente ribadire che è il risultato di un processo evolutivo ed è un fenomeno diffuso che varia molto di specie in specie. Alla luce di questi fatti, ne consegue che il sonno ha una funzione assolutamente vitale. Se così non fosse, «allora sarebbe il più grande errore che l’evoluzione abbia mai commesso»12 come osservò il ricercatore Allan Rechtschaffen nel 1971.
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Il modo più ovvio per interferire con questo imperativo genetico è alterarne la durata. Dato che l’insonnia è un problema molto più diffuso dell’ipersomnia, è comprensibile che la maggioranza delle ricerche si concentri su ciò che accade quando non si riposa a sufficienza. La carenza di sonno è stata associata a un lungo elenco di effetti indesiderati, fra cui obesità13, ipertensione14, aumento dell’appetito15, propensione alle infezioni16, depressione17 e accelerazione del declino cognitivo18.
E non è solo una questione di ore passate a letto: anche la qualità è molto importante. Fino a cento anni fa si riteneva che nel corso della notte il cervello non fosse mol...