Ronald Reagan
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Ronald Reagan

Un conservatore alla Casa Bianca

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Ronald Reagan

Un conservatore alla Casa Bianca

Informazioni su questo libro

La minaccia del comunismo sovietico e i pericoli rappresentati dalla sua diffusione nei paesi dell'America centrale, il ripristino dei sistemi di difesa americani, l'ombra della Guerra Fredda, la lotta all'inflazione, le incessanti fughe di informazioni confidenziali, la riforma delle tasse e infine l'Irangate, lo scandalo che fece tremare le fondamenta stesse della presidenza Reagan. In Ronald Reagan. Un conservatore alla Casa Bianca, l'ex-procuratore generale Edwin Meese III racconta le innumerevoli sfide affrontate dal quarantesimo presidente degli Stati Uniti d'America dal suo privilegiato punto di vista all'interno dell'amministrazione. Un'analisi completa e approfondita per comprendere uno dei momenti storici più complessi e critici del Ventesimo secolo, ma anche un'occasione imperdibile per sbirciare all'interno dei delicati meccanismi che tengono in vita il potere esecutivo degli Stati Uniti.

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Informazioni

Anno
2021
eBook ISBN
9788833372464

capitolo 1
Assumere il comando

Delle innumerevoli date fondamentali che hanno segnato il quarto di secolo di carriera politica di Ronald Reagan, la più importante è senza ombra di dubbio martedì 26 febbraio 1980. Si tratta del giorno delle elezioni primarie in New Hampshire, il culmine di un mese di sfiancante campagna elettorale portata avanti nel pieno di un inverno rigido e inclemente. Per Reagan fu una giornata doppiamente significativa dal punto di vista decisionale, perché era in ballo non solo la sua vittoria in quelle elezioni di fondamentale importanza, ma la sopravvivenza stessa della sua campagna elettorale per la presidenza.
Appena un mese prima, durante i dibattiti tra i candidati del partito in Iowa, l’ambiziosa campagna di Ronald Reagan – in cui era stato collocato come candidato “inevitabile” nel 1979 – era stata fatta a pezzi. A Reagan era stato preferito George Bush, con uno scarto di due punti percentuali. Sebbene numericamente piccolo, tale margine era improvvisamente andato a vantaggio di Bush, e gli oppositori di Reagan della prima ora non persero l’occasione per sottolineare la disfatta. Ma l’establishment dei media e i politici si erano dimostrati troppo frettolosi nel proclamare la sconfitta dell’uomo del West, desiderosi com’erano di vedere la campagna elettorale tornare nelle mani di candidati più “appropriati”. A meno che non fosse riuscito a vincere nel New Hampshire, tutto sembrava indicare che la candidatura di Reagan fosse giunta al termine.
Sebbene fino a ora non se ne sia parlato approfonditamente, nel dietro le quinte della cruciale battaglia in New Hampshire si erano messi in moto meccanismi alquanto problematici proprio sul fronte della campagna elettorale; da diversi mesi c’era ormai una forte tensione interna per il controllo. Da una parte erano schierati il responsabile della campagna, John Sears, che nel 1976 aveva condotto l’operazione di selezione dei delegati di Reagan contro Gerald Ford e che era tornato nell’organizzazione del 1980, insieme a un gruppo di funzionari che erano saliti a bordo come suoi assistenti.
Quelli che Sears considerava “della fazione opposta” erano una serie di veterani dello staff di Reagan che stavano con lui sin dai primi giorni da governatore della California. Tra questi c’erano Lyn Nofziger, ex-direttore della comunicazione a Sacramento; Mike Deaver, da tempo assistente del governatore; Martin Anderson, direttore delle politiche e delle problematiche correlate nel 1976 e di nuovo nel 1980; e io, che avevo lavorato come direttore dello staff di Reagan dal 1969 al 1975 e come suo consigliere da allora. Il problema che ci trovavamo ad affrontare assomigliava a un giallo di Agatha Christie: i reaganiani della prima ora continuavano a scomparire.
Il primo ad andarsene fu Lyn Nofziger, estromesso nell’agosto 1979 sul presupposto che non stesse facendo un buon lavoro di raccolta fondi per la campagna. Da esperto in comunicazione e stampa, Lyn non aveva mai preteso di essere un abile organizzatore di raccolte fondi; eppure Sears gli assegnò quel compito. Una serie di presunti problemi in quest’ambito era diventata il pretesto per fare fuori il principale esperto di politica tra i veterani di Reagan.
Poi, a novembre, fu il turno di Mike Deaver. Nella struttura della campagna elettorale era stato messo allo stesso livello di Sears; Mike avrebbe dovuto supervisionare l’amministrazione e la gestione della campagna mentre John si sarebbe concentrato su strategie e pianificazione. Eppure, per diverse settimane, John e il suo collega esclusero Mike da importanti decisioni, assunsero personale di supporto senza consultarlo e iniziarono a sperperare troppo rapidamente i fondi limitati della campagna. Per risolvere questa situazione insostenibile, per la domenica successiva fu organizzata una riunione in occasione del Ringraziamento, a casa di Reagan, nella località delle Pacific Palisades di Los Angeles.
Quando Mike si presentò all’ora dell’appuntamento, scoprì che Sears e due suoi colleghi si erano presentati in anticipo ed erano seduti con il governatore e Nancy, entrambi palesemente piuttosto preoccupati. Venne a sapere così che John e gli altri stavano sferrando un’offensiva contro di lui, sciorinando una lunga lista di lamentele e lanciando ultimatum: o se ne andava Mike Deaver o se ne sarebbero andati loro. I coniugi Reagan si ritrovarono spiazzati da questo confronto emotivo inatteso. Sebbene avessero percepito dell’agitazione nella direzione della campagna elettorale, non c’erano stati mai segnali di un’imminente implosione. Perdere dei politici celebri come Sears e i suoi colleghi sarebbe potuto risultare devastante ai fini della campagna elettorale – in particolare considerando che i media vedevano Sears come l’elemento che dava credibilità a tutto il progetto. Ma Mike aveva un ottimo rapporto con entrambi i Reagan, che gli erano riconoscenti per il suo lungo e scrupoloso lavoro. Mike Deaver dimostrò la sua fedeltà fino in fondo, uscendo a modo suo dall’impasse. Per evitare al governatore Reagan di dover prendere una decisione tanto difficile, dichiarò che avrebbe lasciato la campagna elettorale e lasciò l’abitazione del governatore all’improvviso.
Poi venne il turno di Martin Anderson. Martin, un altro sostenitore di Reagan di vecchia data e membro chiave della campagna del 1976, all’inizio era stato assunto per la campagna del 1980 come direttore dell’unità per le politiche, con il compito di dirigere le operazioni al di fuori del quartier generale di Los Angeles. Martin aveva lavorato alla campagna di Nixon nel 1968 e poi nella Casa Bianca; era un uomo brillante, un esperto conoscitore di tutte le fasi di realizzazione delle politiche nazionali ed economiche. Ma quando venne a scoprire che Sears aveva creato un nuovo ufficio rivale composto da un gruppo che si occupava delle politiche a Washington D.C., Anderson preferì tornare all’Hoover Institution presso l’Università di Stanford, dove ricopriva il ruolo di senior fellow, piuttosto che dare vita a una serie di battaglie interne che non avrebbero portato a nulla.
Nel febbraio del 1980, arrivò il mio turno. Sears e i suoi colleghi facevano girare voci sul mio conto da settimane, evidentemente per sabotare la mia posizione di ultimo californiano rimasto ad avere la possibilità di parlare direttamente con il governatore Reagan. Poi, a febbraio, la tensione raggiunse il suo culmine. La mia proposta di far assumere qualche nuova risorsa per dare una mano a rafforzare le fondamenta della vacillante campagna fu interpretato da Sears come un tentativo di ostruire il completo controllo che desiderava.
Durante una tumultuosa riunione con il governatore e Nancy Reagan, Sears richiese che venissi estromesso anche io. Non posso che ricordare con piacere che davanti a tale richiesta il governatore esitò. Ormai da qualche tempo sospettava che il problema non fossero tutte le persone che Sears continuava ad accusare, ma Sears stesso. Inoltre, c’erano serie difficoltà di comunicazione all’interno della campagna, perfino tra i dirigenti e il candidato stesso. Durante la campagna elettorale in New Hampshire, Sears si era dedicato sempre meno alle sue attività di supervisione, rimanendo spesso nella sua stanza di hotel al quartier generale o consultandosi sulle strategie da mettere in atto solo con i suoi colleghi più fidati, tenendo alla larga il resto del personale. C’erano inoltre divergenze fondamentali nella filosofia stessa della campagna, tra l’approccio “popolare” preferito da Reagan e le macchinazioni strategiche di alto livello che erano il marchio di fabbrica di Sears.
E così, quando finalmente arrivarono le primarie in New Hampshire, Reagan decise che quello da sostituire fosse Sears. Fummo tanto fortunati da trovare subito un nuovo direttore dalle qualità eccezionali – l’ex-funzionario nell’amministrazione Nixon, avvocato e imprenditore William J. Casey. Tra le risorse che avrebbe portato alla campagna, Casey aveva eccellenti conoscenze all’interno della comunità finanziaria, un elemento molto rilevante visto che, oltre a tutti gli altri problemi che si ritrovava ad affrontare, la campagna era anche quasi a corto di fondi. Casey dimostrò di essere un responsabile di campagna elettorale di altissimo livello; anche grazie a questo sarebbe comparso più volte in ruoli importanti nel corso dell’epoca Reagan.
Pur avendo già stabilito di liquidare Sears, Reagan decise di non ufficializzare il cambio nella direzione fino al pomeriggio del giorno delle elezioni primarie. Non voleva che il nuovo incarico mandasse in fumo tutti gli sforzi fatti in New Hampshire, ma non desiderava nemmeno che la sua mossa venisse considerata una reazione al risultato dell’elezione, qualsiasi esso fosse stato. Quel pomeriggio, all’hotel che usavamo come quartier generale per la campagna, convocò Sears e i suoi assistenti e comunicò loro la sua decisione. Il governatore espresse il suo rammarico, ma disse che la riteneva la cosa giusta da fare. Aggiunse poi che Bill Casey avrebbe assunto l’incarico di direttore della campagna. Loro, per tutta risposta, augurarono a Reagan buona fortuna e lasciarono l’hotel in silenzio. Vennero informati i principali sostenitori di Reagan in tutta la nazione, oltre ovviamente al nostro personale della campagna elettorale, e la notizia fu poi comunicata alla stampa. Rimasero tutti incredibilmente sorpresi e in qualche modo sgomenti, visto che Sears era vicino a molti di quei sostenitori. Il grande dilemma era: sarebbe riuscito Reagan a sopravvivere all’allontanamento del suo direttore della campagna elettorale nonché principale stratega, oltre che a quello di altri membri dello staff molto importanti?
Com’è ben noto, Reagan vinse non solo le primarie in New Hampshire ma anche molte delle elezioni seguenti e continuò fino a diventare il quarantesimo presidente della nazione.
Il confronto con Sears fece emergere un Reagan di cui solitamente non si parla nei resoconti abituali: un uomo capace di azioni severe e in grado di prendere decisioni difficili quando ce n’era bisogno. Non fu una cosa facile per lui, come sapevo bene per aver vissuto esperienze simili con il governatore in California. Licenziare qualcuno fu sempre difficile per Reagan, perché gli riportava alla memoria i ricordi di quando era piccolo e vide suo padre perdere il lavoro – il giorno della vigilia di Natale. Ma quando comprese la necessità di quel passo difficile, andò fino in fondo.
Ben prima di questo licenziamento, Reagan aveva fatto in modo di assumere personalmente il controllo della campagna elettorale. La strategia del “non sporcarsi le mani” di Sears, messa in campo anche nei comizi tra candidati in Iowa, era valsa al governatore la sconfitta nei confronti di Bush, e le lamentele nella squadra per l’approccio di Sears, già numerose in precedenza, si erano intensificate. La sconfitta in Iowa rappresentò qualcosa in più di un semplice richiamo a una presa di coscienza; fu un vero e proprio allarme allarme rosso per la campagna di Reagan.
Sotto diversi punti di vista, quei problemi erano gli stessi di quattro anni prima, quando Sears, gestendo la campagna contro Ford, considerò Reagan come se questo fosse già presidente. Si trattò, come disse Lyn Nofziger, “di una strategia del roseto senza che avessimo il roseto”; prima che Reagan decidesse di sporcarsi le mani in North Carolina e iniziasse ad affrontare i problemi personalmente, la direzione di Sears lo aveva già portato a perdere le primarie fondamentali in New Hampshire e in Florida. Nel 1980, Sears cercò di nuovo di gestire la campagna di Reagan come se il governatore fosse al di sopra del trambusto del dibattito politico. E fallì di nuovo.
Con la ferita ancora fresca dei comizi tra candidati repubblicani dell’Iowa, Reagan infine abbandonò l’approccio di Sears. Piuttosto che rimanere a distanza e considerarsi al di sopra di ogni dibattito, il governatore vi si buttò a capofitto nel New Hampshire, andando di città in città, incontrando gli elettori e rispondendo alle loro domande. Quello era Reagan al massimo della sua forma, un uomo che esponeva con decisione la sua visione dell’America, del Partito Repubblicano e dei problemi che la nazione si trovava ad affrontare.
Il risultato fu che nelle primarie in New Hampshire ci ritrovammo con la campagna elettorale che puntava in una certa direzione e il candidato verso quella opposta. Qualcosa, ovviamente, doveva cambiare, ed era anche piuttosto chiaro cosa. Verso la fine del gennaio 1980, poco dopo la sconfitta in Iowa, alcuni membri del “consiglio ristretto” del candidato, un gruppo di sostenitori di vecchia data di Reagan dai tempi della California cui si erano uniti altri, raccolti in tutto il paese, si riunirono a Los Angeles. Tra questi era presente anche Bill Casey, che aveva organizzato la cena di inizio campagna nel novembre 1979.
Durante questo incontro, quasi tutti i presenti manifestarono la loro preoccupazione per la piega che stavano prendendo le cose. Per esperienza sapevano bene quanto si sarebbe dimostrato efficace Reagan in campagna elettorale, ma credevano che il governatore non riuscisse a far arrivare il proprio messaggio, in particolare agli elettori degli stati del Sud e lungo la costa orientale. Bill Casey rimase ad ascoltare in silenzio e poi prese la parola, confermando che Reagan avrebbe dovuto dedicare maggiore attenzione a questi problemi. Si offrì volontario per dare una mano da quel punto di vista, avendo già ricoperto un ruolo simile nella campagna di Nixon del 1968. Bill ci impressionò con le sue conoscenze, l’esperienza e la passione che dimostrava nei confronti della causa; in più c’era il fatto che vedesse tutte le problematiche e il tipo di campagna elettorale di cui c’era bisogno sotto la stessa luce di Reagan.
Dopo la riunione io e Mike Deaver organizzammo una cena con Bill e, ancora una volta, ebbi l’impressione che sarebbe stato perfetto per aiutarci a gestire la campagna. Discussi la questione con Reagan, e il governatore invitò Casey a raggiungerlo in Massachusetts per parlare. L’arrivo di Bill Casey all’hotel/campo-base e il suo incontro con Reagan accelerarono il processo di eliminazione di Sears. A quanto pare Sears considerava l’ingresso di Casey come un mio tentativo di acquisire il controllo in segreto.
Per dovere di cronaca, nulla era più lontano dalla verità. Innanzitutto, Bill Casey aveva una personalità molto forte, almeno tanto quanto quella dello stesso Sears, e rispetto a lui era una persona di statura maggiore nei campi della politica, del governo e della finanza. Se avessi voluto esercitare un controllo politico su Reagan alla “Svengali” – una cosa di cui né io né nessun altro sarebbe stato capace – Bill Casey sarebbe stato un candidato piuttosto improbabile per la parte del burattino.
In realtà, la campagna elettorale era in guai molto seri, ed eravamo arrivati al punto in cui era assolutamente necessario fare qualcosa al riguardo. All’epoca contribuivo come consulente part-ti...

Indice dei contenuti

  1. Introduzione all’edizione italiana
  2. Ringraziamenti
  3. Introduzione
  4. capitolo 1 Assumere il comando
  5. capitolo 2 Le qualità di un leader
  6. capitolo 3 Sacramento
  7. capitolo 4 L’avversario ideale per Carter
  8. capitolo 5 I preparativi
  9. capitolo 6 La Casa Bianca
  10. capitolo 7 I poteri forti
  11. capitolo 8 Governare attraverso la fuga di notizie
  12. capitolo 9 Una partenza in quarta
  13. capitolo 10 Tasse e voltafaccia
  14. capitolo 11 Il trionfo della Reaganomics
  15. capitolo 12 L’uomo che vinse la Guerra Fredda
  16. capitolo 13 La ricostruzione della nostra difesa
  17. capitolo 14 L’uomo e gli armamenti
  18. capitolo 15 La sfida di Gheddafi
  19. capitolo 16 Il conflitto nei Caraibi
  20. capitolo 17 “Caro Comandante”
  21. capitolo 18 La scoperta di una crisi
  22. capitolo 19 L’iniziativa iraniana
  23. capitolo 20 Gli emendamenti Boland
  24. capitolo 21 Responsabilità e riforme
  25. capitolo 22 Alla ricerca della giustizia
  26. capitolo 23 Riflessioni finali
  27. note

Domande frequenti

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