Ieri Oggi Domani
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Ieri Oggi Domani

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Ieri Oggi Domani

Informazioni su questo libro

I testi raccolti in questo sesto volume dedicato al Premio Antonio Fogazzaro sono quelli selezionati dalle giurie dei concorsi letterari per i Racconti inediti, Poesia edita e Microlettaratura per Facebook."Ieri, oggi, domani", passato, presente e futuro: il tema proposto agli autori del racconto inedito è stato coniugato con una temporalità sfuggente, una sorta di indeterminatezza che ben rispecchia il disagio del tempo presente.Lo stesso smarrimento è rintracciabile anche nei testi dei finalisti del Premio Poesia edita, dove la tensione fra la ricerca di uno specchiante spazio intimo si confronta con una lirica dalla alta religiosità visionaria o impegnata a decifrare le rovine del presente.Chiudono il volume gli "esercizi di stile" dei naviganti di Facebook, che questa volta hanno preso in prestito il titolo di un grande film, Il posto delle fragole, per "giocare" nei vari generi letterari con la memoria del cinema.

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Informazioni

Argomento
Literature
Categoria
Poetry
SEZIONE RACCONTO INEDITO
La Giuria e i risultati
Risultati della Giuria “Racconto inedito” – Valsolda 2/6/2013
Presidente: Giuseppe Curonici
Giurati: Gianmarco Gaspari, Marta Morazzoni,
Gian Paolo Serino, Linda Terziroli,
Andrea Vitali
La Giuria dopo avere approfondito e analizzato i testi pervenuti, assegna:
il 1° Premio a La festa. L’ospite. La finestra
di Claudio Zanini
il 2° Premio a La ricerca delle parole. Oggi, ieri, domani
di Graziano Gattone
il 3° Premio a Ieri oggi domani di Massimo Daleffe
La Giuria inoltre segnala per la pubblicazione i seguenti racconti:
Ritorno ad Alice di Fabio Bertino
Ricette della memoria di Angela Borghi
Ieri: incollata ai pensieri. Oggi: aggrappata alle parole. Domani: ricordati di toccare le parole di Pamela Capone
Alibi offresi di Marco Cornelio
Ieri, oggi, domani, al mare di Gabriella Ferrari Curi
Ieri, oggi, domani (e un prologo tra cielo e terra) di
Gianluca Fontanesi
Angela di Marina Zinzani
Claudio Zanini
La festa
C’era un compagno di classe, un certo Braun, che io ritenevo molto bello. Era di costituzione esile e l’incarnato pallido, ai miei occhi, gli conferiva uno strano fascino. Un’onda di capelli nerissimi, fissati dal gel, gli sormontava la fronte liscia e bombata creando un insolito contrasto con la pelle. Si era nascosto dietro un albero ma io lo vidi subito.
“Ti ho visto, Braun. Vieni fuori.”
Venne fuori. Era l’ultimo e tremava.
“Sei l’ultimo. Tocca te a star sotto… ma cos’hai, non stai bene?”
“Ho paura. Io non ci verrò alla festa.” “Cos’è che ti spaventa?” Mi fissò con due occhi incredibilmente scuri, due buchi tenebrosi in uno scantinato oscuro.
“È successo nove anni fa. Io ero piccolo, ma mi ricordo che raccontarono che tutti erano spariti… spariti.”
“Spariti dove?”
“Non so, non ricordo… so solo che dissero che nessuno era più tornato.”
“Braun, stai dando i numeri? Credi ancora alle favole? Ti hanno spaventato per non farti dormire. Dai! adesso conta, che tocca a te!”
Il giardino è cintato da alti muri. Certe volte venivamo qui a fare la ricreazione. Poiché è nel mezzo d’un grande parco, il liceo. Appena vidi l’edificio, con le alte e strette finestre sormontate da un timpano, il primo giorno di scuola, mi sentii invadere da un sentimento di timore, pensando quanto vasto fosse il mondo, tetro e inospitale. Ora, sebbene quell’atmosfera d’austera tetraggine e l’odore intenso di muffa, ancora aleggiassero nelle aule e dei corridoi, questi m’erano divenuti famigliari e non mi incutevano più né timore né soggezione. Anzi, nel corso del tempo, quell’aria ammuffita, quelle strette finestre e gli alti e rimbombanti soffitti avevano suscitato in me il desiderio di intraprendere, finiti gli studi, la carriera dell’architetto. Sarei stato progettista d’ampie dimore colme di luce, dalle larghe finestre aperte su vasti giardini. Questo non significava, tuttavia, che non apprezzassi il giardino spoglio dove giocavamo al pallone e ci rincorrevamo scivolando sulle foglie fradice, nel corso della ricreazione.
Con i miei compagni di classe non avevo molta confidenza, il che non voleva dire che non ci scambiassimo calci, strattoni e feroci insulti nelle combattute tenzoni al pallone o ci giocassimo qualche crudele scherzetto in aula. I nostri rapporti, tuttavia, cessavano non appena suonava la campanella e, dall’atrio austero, uscivamo liberi in strada. Ognuno prendeva frettolosamente la propria strada di casa, la maggior parte in solitudine, qualcun altro, pochi in verità, accompagnati dai genitori e, per questo, bersaglio di momentanei e salaci commenti.
A essere sincero, non è vero che tutti i miei compagni mi fossero indifferenti. C’era il mio compagno di banco, Leo; poi una ragazza, nel banco davanti al mio. Aveva dei fini capelli biondi raccolti in una treccia. Quando si rivolgeva all’amica che le sedeva vicino, volgendo appena il viso, mi accorsi che mi lanciava fugaci occhiate. Si chiamava Lavinia. Il suo nome lo seppi a metà dell’ultimo anno scolastico; poiché all’appello venivano scanditi soltanto i cognomi, e così ci si chiamava anche tra noi. Accadde che un mattino le cadesse una matita che, rotolando mi venne accanto al piede. Io mi chinai per raccoglierla mentre lei stessa si chinava, ci urtammo lievemente le teste. Ridemmo sommessamente, le porsi la matita sussurrando:
“Mi è caduta quasi sul piede. Ecco…” esitai, come se volessi soggiungere qualcosa. Lei completò la frase
“… Lavinia. Mi chiamo Lavinia”.
Pensai a quel nome strano, che non avevo mai sentito, e a null’altro. Mi accorsi, con sorpresa, dell’importanza che aveva quella treccia quotidianamente accesa di luce bionda di fronte a me, quando Lavinia rimase assente per una settimana. Non capivo cosa mi stesse accadendo, né perché fossi invaso da un’ansia che mi faceva mancare il respiro. Cercavo di pensare ad altro, ma entravo in classe sperando di vederla già al suo banco o che, ritardataria, arrivasse affannata e prendesse posto, davanti a me. Finalmente, col cuore in tumulto, la vidi giungere. Mi sorrise e si sedette. L’emozione quasi mi impediva di muovermi, tuttavia, le sfiorai con le dita tremanti i capelli. Lei, credo se ne accorse, perché levò leggermente il capo, volgendolo appena, quasi per accogliere la mia carezza.
Un mattino, all’uscita, mi feci coraggio e le chiesi se potevo accompagnarla per un tratto di strada. Parlavamo di scuola, ascoltavamo la stessa musica, lei mi concedeva un auricolare del suo iPod; io le avevo detto della mia vocazione architettonica; lei, che le sarebbe piaciuto suonare il violino di cui prendeva già lezioni. L’accompagnavo all’imbocco della sua via, io proseguivo diritto. Qualche pomeriggio mi invitò a casa sua per ripassare i compiti. Studiavamo, parlavamo, ascoltavamo musica; non mi sognavo di prenderle la mano, né lei mi dava un bacio sulla guancia quando ci dicevamo: ciao, a domani. Eppure ero felice.
La scuola era diretta da preti, sacerdoti di un ordine minore; il che, tuttavia, non impediva loro di esercitare nei nostri confronti un’assoluta disciplina, rigida e irragionevole. Loro sostenevano che questo minuzioso rispetto delle regole, per quanto assurde, temprava e formava il carattere di giovani ancora acerbi quali noi eravamo. Regole la cui imposizione aveva l’unico scopo, non lo capimmo subito ma quando ormai il comportamento era oramai interiorizzato, di umiliare il nostro io, il cui presunto orgoglio noi dovevamo annichilire, giorno dopo giorno. E se, prima, queste regole c’erano sembrate uno stupido e tedioso gioco, ora che cominciavano a cozzare violentemente con i nostri nascenti desideri e passioni, ora, esse assomigliavano sempre più a un orrendo carcere. Questa inquietudine cominciava ad affiorare in tutti, in varia intensità e diversa consapevolezza, come un fuoco che covasse in bragia sotto la cenere e s’infiammasse in roghi subitanei e imprevisti. Che loro s’affrettavano a ridurre, soffocare, spegnere. Io, a scuola, non potevo quasi intrattenermi con Lavinia, né scambiare due parole con lei. Subito venivamo ripresi e allontanati, ciascuno nel suo ambito di genere. Sorveglianti occhiuti vigilavano nei bagni, origliavano alle porte, spiavano gesti e sguardi. Erano loro i padroni dei nostri corpi e delle nostre anime. Ma questo controllo ossessivo sortiva effetti opposti. Spesso i giochi nel giardino sconfinavano in violente liti. Gli scherzi, un tempo puerili, erano divenuti crudeli. I ragazzi più deboli soccombevano all’arroganza dei più forti e non valeva lamentarsi con i cinici superiori, i quali sostenevano, belle facce toste, che l’umiliazione fortifica.
Era maggio, quando venne il preside dell’Istituto in persona a comunicarci che:
“Alla fine dell’anno scolastico, i migliori e i più assidui tra di voi, sette studenti maschi e sette femmine, in rappresentanza di tutti i giovani della città, parteciperanno alla grande Festa che il Cav. Annibale Asterione, proprietario della più grande industria della città, indice ogni nove anni nel suo avito palazzo.”
In breve, furono resero noti i nomi dei prescelti. Prima tra tutti, Lavinia, considerata dagli insegnanti la migliore allieva dell’Istituto, che, vista la sua bravura in qualità di violinista, avrebbe suonato al culmine della festa. Anch’io venni scelto e con me, Leo mio compagno di banco. Poi Braun e altri ragazzi di diverse classi che conoscevo soltanto di vista.
“Ora andrai a questa festa, dove dovrai comportarti molto bene. In primo luogo dovrai rendere ossequio al padrone di casa e porgergli i nostri cortesi saluti. Noi ci teniamo molto che tu faccia fare bella figura alla nostra famiglia. I tuoi fratelli avranno la fortuna di prendere sempre come esempio il tuo comportamento di fanciullo diligente, riguardoso e, soprattutto, pronto all’ubbidienza. Noi vogliamo essere fieri di te.”
Mi dissero anche altre cose del medesimo tenore, i miei genitori. Erano delle persone oneste, non avevano mai infranto la legge, frequentavano la chiesa con tiepida fede, ma rispettavano il clero e le autorità costituite. Erano, però, fredde; oserei dire che si erano uniformate al comportamento medio degli abitanti della città, soffocando quegli impulsi che ritenevano sconvenienti, quegli slanci che oltrepassavano, secondo loro, la misura del decoro comune. I gesti d’affetto erano da loro ritenuti smancerie melense; i sentimenti più intimi, futili debolezze cui era vietato indulgere. In breve, non erano umani. A tal ragione, mi ero ben guardato dal confidar loro del mio innamoramento per Lavinia. Ardevo per lei, avrei voluto gridare a tutto il mondo il mio amore, avrei lottato ferocemente per preservarlo; per lei avrei, financo, incendiato la nostra triste dimora.
Questo discorsetto di mio padre, lo udii dopo che i miei e gli altri genitori dei ragazzi prescelti furono convocati a scuola dal preside dell’Istituto Superiore, dal Sindaco e dal Cav. Annibale Asterione. Un ometto, questi, piccolo e obeso che si muoveva impettito con il mento proteso per non esser costretto a guardare gli altri dal basso all’alto. Io, dietro una porta, ne sentii le parole conclusive:
“…Tuttavia, anche l’onere che vi attribuite, consentendo la partecipazione dei vostri figlioli alla grande Festa, è proporzionato alla grandezza del merito vostro. Ma, nei vostri sguardi scorgiamo la ferma determinazione di non arretrare, né di scantonare rispetto al sacro impegno assunto. Oh, famiglie esemplari per la nostra nazione, non vi faremo mancare il nostro tangibile sostegno, e qui si parla di cospicue risorse a voi dedicate, né il nostro affettuoso abbraccio. I vostri onorevoli nominativi saranno intagliati, a nostre spese, a perenne memoria nel legno vetusto dei banchi della cattedrale.”
Non compresi bene il senso di questo discorso, ma così disse il Cav. Asterione con tono suadente che ogni tanto scivolava nel mellifluo, qua e là, tuttavia, incrinato da verosimile commozione.
Avrei dovuto, in fin dei conti, essere obbediente e ossequioso con il padrone di casa; d’esempio ai miei fratelli e tener alto l’onore della mia famiglia, in modo che, al suo impegno meritorio, fosse dedicato un banco della nostra cattedrale.
Ci venne a prendere un furgone davanti alla scuola. Vi salimmo eccitati. Mancava Braun, assente, da più d’una settimana, a causa d’una febbre alta. Io sedevo accanto a Lavinia che mi raccontava dei suoi progressi nell’apprendimento del violino. La sua voce mi scendeva nel profondo dell’anima come un canto melodioso d’uccelli. Timidamente accostai le mie dita alla sua mano, lei non la ritirò, anzi, prese la mia e la strinse. In breve giungemmo al palazzo del Cav. Asterione. Percorremmo un viale fiancheggiato da statue rappresentanti strani personaggi mezzo animali e mezzo umani. Commentammo le bizzarre sculture ridendo e gareggiando a chi la diceva più grossa. Infine ci fecero scendere davanti a un imponente scalone; lo salimmo ed entrammo nell’antica magione.
Ci accolse un segretario ossequioso, altissimo e allampanato come un don Chisciotte, che si sperticò in un florilegio di lodi rivolte alla nostra avvenenza, ai nostri successi scolastici, all’onorabilità specchiata delle famiglie di cui eravamo i degni rampolli. Ci condusse in una sala apparecchiata per uno spuntino a base di bibite, dolci e tramezzini. Infine, ci ritirammo, a coppie – le tasche ben fornite delle leccornie avanzate –, nelle stanze a nostra disposizione; i maschi in quelle del corridoio di destra, le femmine in quelle a sinistra. Sul letto trovammo delle calzamaglie e dei costumi da mettere l’indomani, giorno della Grande Festa.
La festa, finalmente. Entrammo tutti eccitati in un grande salone decorato con stucchi e cornici dorate, illuminato da una luce azzurrognola che pareva fosse riflessa da freddi pianeti sospesi sotto la volta dell’alto soffitto. Sul fondo, una pedana drappeggiata di velluto rosso, era occupata da un’orchestrina che già stava accordando gli strumenti. Io e Leo fummo tra i primi a entrare. Lavinia non c’era ancora, io ero ansioso di vederla e di scoprire sotto quale mascheramento fosse apparsa. Giunse, finalmente, vestita con un abito lungo; un leggero trucco le illuminava il viso mentre i capelli le ricadevano sulle spalle, biondi come l’ambra. Era bellissima. Si guardò in giro, non mi riconobbe con la maschera e vidi che, subito, le si velò lo sguardo. Mi accostai alle spalle e, chinandomi su di lei, le sussurrai
“Chi aspetta questa ansiosa e bella damina?”
Lei si volse, sorrise. In quell’istante venne chiamata sulla pedana poiché era giunto il momento della sua esibizione. In piedi, emozionata, suonò un motivo inaspettatamente malinconico che lasciò tutti turbati. Un attimo di sospeso silenzio accolse la fine del brano, quindi tutti applaudirono e gridarono il loro entusiasmo. Sfilammo a coppie sulla pedana rossa, esibendo i nostri costumi davanti all’ammirazione generale. Nel frattempo, il segretario girava tra noi, con un sorriso compiaciuto, affidandoci un numero che dovevamo tenere ben in vista, per il gran gioco finale, così disse. A me assegnò il dodici, a Lavinia l’undici.
Dall’orchestrina si levò una musica gaia e brillante che, sempre più ritmata, invitava a muoversi, a dimenarsi, agitarsi e contorcersi. Lavinia mi prese per mano e mi condusse al centro della sala, scatenandosi felice nel ballo. Io la tenevo tra le braccia, emozionato. Il profumo dei suoi capelli mi stordiva, mentre con una mano le sfioravo il fianco, con l’altra intrecciavo delicatamente le sue dita.
Sulla pedana apparve il Cav. Annibale Asterione, con una specie di tuta nera, lucente come il vello d’una pantera. Nonostante i tacchi, era piccolo e goffo, anche se intendeva apparire disinvolto e brillante.
“Ho un carattere lunatico e non ho un bell’aspetto, devo ammetterlo, tant’è vero che ho levato tutti gli specchi dalla mia dimora, come credo che tutti abbiate notato” disse ridacchiando. Poi con voce roca e profonda, stranamente fascinosa, proseguì “vivo solo in questo grande palazzo con infinite stanze. Il mio lavoro m’annoia, ma oggi devo ringraziare tutti coloro che, compiacendomi, hanno accettato di partecipare alla mia Grande Festa. Ora propongo un gioco. Si gioca tutti a nascondino. Voi vi nasconderete mentre io e il mio segretario Alfonso vi cercheremo. Ah, vi prego chiamatemi Annibale. E ora, via, si gioca!”
Il Cav. Annibale si calò in testa una maschera taurina, nera, spaventosa, con gli occhi rosseggianti. Sembrò che scalpitasse, mugghiando come una bestia. Il segretario Alfonso lo tratteneva con fatica.
Ci disperdemmo per i corridoi con il cuore in gola, pronti al nuovo gioco. L’orchestrina continuava imperterrita a suonare un motivo ripetitivo e assillante, il cui ritmo sembrava il battito d’un cuore timoroso. L’eco di questa musica risuonava flebile ma ossessiva, suscitando l’impressione sgradevole che essa ti seguisse e incalzasse fino nel più riposto nascondiglio. Avevamo già percorso corridoi, salito scale e attraversato stanze, io e Lavinia, fermandoci di tanto in tanto, negli angoli bui di qualche stanzetta sperduta in un’ala remota. Sembrava che, finalmente, il silenzio ci avvolgesse, celandoci e proteggendoci dai cacciatori, ma poi un suono lieve, lontano, appena percettibile, s’insinuava come un flessuoso serpentello verso di noi. Né valeva turarsi le orecchie, poiché quel rimbombo vibrante ti penetrava nel cervello e nelle viscere. Lentamente cresceva; impietoso ti raggiungeva, spingendoti a trovare altro rifugio. Si sovrapponeva al perverso motivetto, l’annuncio che declamava il numero di colui che era stato scoperto. Tredici, otto, cinque…
Noi eravamo in quattordici. Tre erano già stati trovati. Vagammo ancora, tenendoci per mano, nel labirinto che ci avvolgeva, incalzati ora dai numeri che via via s’andavano sommando. Dieci, uno, tre… erano sei coloro per i quali il gioco era terminato. Esausto, con la mia fragile damina mi rifugiai nella sua stanza. Ci rannicchiammo sul letto. Silenzio. Ma poi, ci raggiunse la voce, netta, metallica: quattordici. Il numero di Leo. Scoperto anche lui. Un brivido mi gelò la schiena.
“Non è un gioco, questo… non è un gioco…” sussurrò Lavinia, dicendo quello che stavo pensando. Mi sovvenni, allora, dell’esile e pallido compagno Braun che nell’ultima settimana s’er...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Ieri oggi domani, un viaggio fino al posto delle fragole di Alberto Buscaglia
  3. SEZIONE RACCONTO INEDITO
  4. SEZIONE POESIA EDITA
  5. SEZIONE FACEBOOK: IL POST(O) DELLE FRAGOLE