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I miei filosofi
Informazioni su questo libro
In queste pagine il famoso sociologo parla dei filosofi che hanno contribuito a formare il suo pensiero: Eraclito, Montaigne, Pascal, Spinoza, Rousseau, Hegel, Marx, Freud, Jung, Heidegger, Piaget, von Foerster. Oltre a questi grandi nomi, altri grandi pensatori che lo hanno influenzato: da Dostoevskij a Proust, da Illich a Beethoven, per arrivare fino a Gesù e Buddha...
Per Morin l'uomo è non solo sapiens, ma anche demens; non solo faber, ma anche ludens; di qui, la necessità di ripensare la condizione umana scardinando i presupposti cartesiani disgiuntivi corpo-mente, natura-cultura, emozioni-intelletto, mente-corpo, in una dialogica fatta al tempo stesso della distinzione e dell'unione delle due polarità. L'autore ci invita a riconoscere la barbarie autoriflessivamente, autocriticamente, ci esorta a ravvisare i nostri demoni non solo proiettati all'esterno delle nostre esistenze soggettive, ma anche e soprattutto nelle caverne più riposte delle nostre anime.
La vocazione incomprimibile a connettere quel che le forze della separazione tendono a frammentare ha indotto Morin a un dialogo serrato con i numerosi filosofi incontrati lungo il cammino, in una scommessa inesaurita sulla convivialità, la fraternità, la partecipazione alla comunità di destino a dispetto delle forze turbinanti di disgregazione e distruzione che impazzano là fuori nel mondo e dentro ciascuno di noi.
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Eraclito
Eraclito mi ha accompagnato per tutta la vita. Non riesco a ricordare il momento della mia giovinezza in cui l’ho scoperto. È stato prima di Hegel? Oppure dopo? In ogni caso so fino a che punto corrispondesse alle mie aspirazioni. Vi ritrovo in modo folgorante le contraddizioni fondamentali, insuperabili, di cui mi sono nutrito: «Bene e male sono un tutt’uno», «Il sentiero dall’alto e il sentiero dal basso sono il medesimo sentiero», «Svegli, essi dormono». Torno incessantemente alle contraddizioni fondamentali di Eraclito: l’unione dell’unione e della disunione, della concordia e della discordia, vivere di morte, morire di vita… È così che ho letto, pieno di meraviglia, questo pensatore che mantiene costantemente insieme, uniti, due termini antagonisti che dovrebbero escludersi a vicenda.
Quando ero giovane, mi sentivo disturbato da tutte le contraddizioni che trovavo in me stesso, come quelle fra disperazione e speranza, dubbio e fede, ragione e misticismo. Eraclito (al pari di Hegel) mi ha permesso di comprendere che le contraddizioni mi facevano scoprire uno strato sotterraneo di verità. Ciò mi avrebbe fatto scrivere ne La vita della vita: «Il sorgere della contraddizione opera l’apertura improvvisa di un cratere nel discorso sotto la spinta degli strati profondi del reale».
Sono profondamente eracliteo. Mi imbatto in contraddizioni dacché rifletto su tutti i grandi problemi e rilevo che la maggior parte di queste contraddizioni non è superabile. Tutto questo è conforme al mio temperamento: da sempre riconosco volentieri la giustezza di una tesi e anche della tesi opposta. Tendo sempre a mantenere insieme due verità contrarie. Ritrovo d’altronde in Pascal e Niels Bohr, espresso quasi con le stesse parole, un pensiero pressocché eracliteo. Pascal dice: «La fonte di tutte le eresie è di non concepire l’accordo di due verità opposte». Niels Bohr, dal canto suo, distingue due tipi di verità: la verità banale, il cui contrario è palesemente assurdo, e la verità profonda, che si riconosce dal fatto che il suo contrario è a sua volta una verità profonda. Quindi, «le verità profonde sono proposizioni il cui contrario contiene a sua volta una verità profonda» (Bohr, 1991, p. 247).
Trovo che il riconoscimento di due verità contraddittorie ci protegga da una visione riduttiva, unilaterale, manichea. Tutto questo non mi ha impedito di prendere posizione nella mia vita. Ma ho sempre saputo che nell’avversario c’era una parte di verità che era impazzita.
Così, prima della Seconda guerra mondiale, aderivo come a un’evidenza alla necessità radicale di una rivoluzione, ma aderivo anche all’evidenza contraria che una rivoluzione produce eccessi e che è meglio mostrarsi prudentemente riformisti. È con lo stesso spirito che ho aderito al marxismo.
Ciò lega questo conflitto fondamentale che è in me, e che è anche una complementarità, tra la fede e la ragione, e che ritrovo in Pascal. Questo conflitto, acceso e alimentato da pensatori come Pascal ed Eraclito, mi ha permesso di costruire me stesso, assumendo le mie contraddizioni tra fede e dubbio, ragione e misticismo. Ho elaborato la dialogica, figlia bastarda eraclitea della dialettica hegeliana, che lega nozioni chiave, come vita e morte, in modo a un tempo complementare, concorrente e antagonista. Ma devo dire che la mia dialogica rimane più vicina a Eraclito e si differenzia invece dalla dialettica di Hegel e Marx, i quali vedono sempre una possibilità di superamento delle contraddizioni.
Eraclito ci insegna che la contraddizione è un segno di verità, mentre la logica classica ci dice che una contraddizione sarebbe segno di errore. In questo Eraclito è un aerolito nella storia del pensiero occidentale. È stato d’altronde ben presto considerato un pensatore stravagante, prima di tutto da Aristotele che ha costruito la sua logica sul rifiuto di qualunque possibilità di contraddizione, sul rifiuto del «terzo incluso». In seguito, il pensiero occidentale ha eliminato il contraddittorio, a eccezione di qualche mistico medievale, da Nicolas de Cues al Rinascimento che ha visto in Dio «la coincidenza dei contrari», da Pascal che nel xvii secolo ha visto nell’essere umano un insieme di contraddizioni, da Hegel nel xix secolo per il quale il pensiero deve essere capace di mantenere insieme due termini opposti. In Cina, alla stessa epoca di Eraclito, verso il vi secolo a.C., nasce il Tao, fondato sull’unione di due termini antagonisti che sono lo yin e lo yang, il femminile e il maschile, il freddo e il caldo, l’oscurità e la luce. Unione complessa perché nello yin c’è un po’ di yang e nello yang c’è un po’ di yin. Questa filosofia, così prossima a quella di Eraclito, mi è risultata immediatamente familiare.
Eraclito è quindi favolosamente attuale e ci aiuta a pensare alle contraddizioni che troviamo finanche nella scienza. Ad esempio, la fisica quantistica ci pone di fronte alla contraddizione che un fenomeno microscopico come la particella possa essere descritto come un’onda e come un corpuscolo, essendo queste due descrizioni sia complementari, sia contraddittorie. Si trova anche, in Eraclito, quest’idea sbalorditiva e plausibile che discerne il sorprendente gioco del mondo: «L’universo è il gioco di un bambino che gioca a dadi». Si è quasi nella fantascienza… Ma vi è qui anche già la visione del caso, dell’alea come elementi che producono il nostro universo, con in più quest’idea di gioco che Kostas Axelos ha posto al centro della sua concezione del mondo. Ed è, inoltre, il contrario di quanto pensava Einstein che diceva: «Mi rifiuto di credere che Dio giochi a dadi». Mentre Niels Bohr, dal canto suo, aveva percepito la profondità di questo pensiero eracliteo.
Il Logos
In Eraclito fa la sua comparsa questa idea formidabile del Logos. Vi sono molti modi di interpretarlo. Il Logos può essere il linguaggio, il Verbo, la parola, può essere la logica organizzatrice del mondo, della Vita… C’è, in questa parola, un’indeterminazione forse insuperabile. In ogni modo, si tratta di qualcosa di genesico, di generatore. Il Logos è l’idea di una forza originaria, creatrice e organizzatrice. Quest’idea ha finito per degradarsi nel pensiero greco assumendo la forma dell’ordine razionale e logico. Si è finito per far corrispondere il Logos a qualcosa come l’ordine del mondo, la ragione.
Beninteso, il Logos eracliteo contiene la razionalità. Ma contiene anche qualcos’altro che esorbita dalla razionalità, è infrarazionale e suprarazionale. È un fuoco creatore. Quest’idea del fuoco creatore può essere compresa pensando al sole. Che cos’è il sole? Una palla di fuoco gigantesca a partire dalla quale si è organizzato il sistema solare con il nostro pianeta Terra. Questa palla di fuoco gigantesca, ce ne si dimentica troppo spesso, è la nostra matrice; essa ci nutre di energia. Il carbone proviene dalle foreste che si sono nutrite del sole attraverso la fotosintesi, il petrolio proviene da animali che si sono nutriti di piante che a loro volta si sono nutrite del sole… Di fatto, tutte le energie hanno per origine il sole, e non soltanto le energie che vengono definite «solari». Il sole: ecco, dunque, una metafora che può aiutarci a comprendere il Logos eracliteo.
Ora, è degno di nota che Eraclito, il primo grande filosofo del Logos, nozione matriciale da cui è scaturita l’idea di Ragione, abbia saputo pensare al tempo stesso la contraddizione e la concordanza. Poiché vi è certo la contraddizione, il conflitto fra i contraddittori, ma vi è anche la complementarità tra i contraddittori, e questa complementarità non sopprime la contraddizione e il conflitto: «Unite ciò che concorda e ciò che discorda, ciò che è armonia e ciò che è disaccordo». Oppure: «Unisci tutto e non tutto, ciò che si attrae e ciò che si respinge, ciò che si accorda e ciò che non si accorda». Il totale e il frammentato insieme… L’inseparabilità e la separazione non sono separabili. Vi è anche la sua frase ammirevole «I contrari si accordano e la discordanza crea la più bella armonia».
«Unite ciò che concorda e ciò che discorda»: ciò indica che la ricerca di un’armonia pura e assoluta non ha senso. Se non vi fosse che discordanza, tutto si disintegrerebbe. Se non vi fosse che concordanza, non succederebbe niente. Eraclito ci dice che tutto ciò che esiste ha avuto origine dal matrimonio fra l’armonia e la disarmonia.
«Vivere di morte, morire di vita»
Ecco una formula tipica di Eraclito. A prima vista, si tratta di un nonsenso, o di una banalità: noi viviamo della morte degli animali e delle piante di cui ci cibiamo. Si può scoprire in questa formula l’enunciato del ciclo trofico della natura: ogni vita si nutre di un’altra vita, le piante sono mangiate dall’erbivoro, a sua volta mangiato dal piccolo carnivoro, a sua volta divorato dal grande carnivoro che, una volta morto, diventa il banchetto di vermi e di insetti necrofagi e nutre le piante con i suoi sali minerali.
Si può scoprire un altro senso di questa formula. «Vivere di morte, morire di vita» può acquisire un ulteriore significato grazie a ciò che si sa oggi: il nostro organismo vive grazie alla morte delle sue cellule rimpiazzate da cellule giovani in una rigenerazione permanente. E le società non vivono forse perché alcune persone muoiono e altre, più giovani, arrivano e prendono il loro posto? Vita e morte sono certo due nemici fondamentali, ma la vita lotta contro la morte utilizzando la morte. I due nemici, pur assolutamente antagonisti, sono complementari. La vita gioca d’astuzia per lottare contro la morte e la integra senza che per questo essa smetta di essere una nemica. Ciò nondimeno, rigenerarsi permanentemente finisce per uccidere. Alla lunga, il processo di degradazione/rigenerazione si altera e comporta irrimediabilmente la morte. Alla fine, si muore a forza di ringiovanire. Si muore di vita.
Si può, certo, secondo la logica aristotelica, verificare un pezzo alla volta la formula eraclitea: «vivere di morte» da una parte, «morire di vita» dall’altra. Ma è in quanto enunciato globale che essa reca in sé contraddizione, paradosso e verità luminosa.
«Svegli, essi dormono»
Questa affermazione si spinge più lontano di tutta l’opera di Freud. Mette in luce il sonnambulo che è in noi. Di fatto siamo dormienti svegli che, a differenza dei sonnambuli veri e propri, possono prendere coscienza del fatto che sogno e realtà sono frammescolati e che vi è sempre una parte di sogno nel nostro modo di considerare la realtà. «La vita è un sogno» secondo Pedro Calderón de la Barca. No, è un «sogno sveglio», ci dice Eraclito. Siamo così al tempo stesso svegli e sonnambuli.
C’è un sonnambulismo di qualunque essere umano, come c’è una materia nera costitutiva del cosmo. Non siamo di fatto né totalmente sonnambuli, né totalmente svegli. «Siamo sia automi sia spiriti», diceva Pascal. Io aggiungo che non siamo né totalmente automi, né totalmente spiriti. Siamo come Petrushka, il Moro, la Danzatrice del balletto di Stravinsky, queste marionette che acquisiscono l’autonomia, evadono dalla loro baracca. Siamo manovrati come da un manipolatore, e talvolta sfuggiamo ai suoi fili, spinti dall’amore, dall’odio, dalla follia…
Scrivevo nel quinto volume del Metodo, L’identità umana: «Siamo, in un universo straniero che ci è familiare, automi, sonnambuli, posseduti. Svolgiamo in modo allucinato il nostro mestiere di vivere, come se fossimo effettivamente automi programmati da sempre, con il nostro cuore che batte meccanicamente ogni secondo, il nostro organismo che lavora iperciberneticamente con i suoi organi e le sue miriadi di cellule, con il nostro enorme computer cerebrale le cui operazioni incoscienti tengono la nostra coscienza alla loro mercé».
Siamo comandati per il novanta per cento da cose di cui non siamo coscienti. I nostri corpi sono macchine autonome (nel senso di cui ho spesso parlato di un’auto-eco-organizzazione). I nostri organismi sono dotati di un’intelligenza e di un pensiero propri. Vi sono biologi che parlano di memoria cellulare. Si scopre con sempre maggiore chiarezza che il corpo possiede una memoria. Il corpo, «soma», ci fa somatizzare le nostre perturbazioni mentali e i tormenti del nostro spirito. Non siamo d’altronde coscienti della nostra vita fetale che continua ad abitare in noi in un certo modo.
Portiamo in noi «caverne interiori», «tutto un paleolitico interiore», come ho spiegato ne Il vivo del soggetto (1969a), dove scrivevo: «In fondo a queste caverne, brulica un Es innominabile, un’istanza anonima, mostri, spettri; tutto ciò che minacciava l’uomo delle caverne, pericoli, tenebre, fame, sete, fantasmi, demoni, è passato all’interno delle nostre anime, ci inquieta, ci angoscia, ci minaccia dal di dentro». Inoltre, come il punto singolo di un ologramma, portiamo un cosmo dentro di noi. L’individuo calato nella più banale delle vite «contiene in sé galassie di sogni e di fantasmi, slanci inappagati di desideri e di amori, abissi di infelicità, immensità di indifferenza raggelata, incendi di astri infuocati, maree di odio, smarrimenti vacui, lampi di lucidità, tempeste insensate» (L’identità umana, si veda Morin, 2001).
Il nostro sonnambulismo ci fa vivere in un mondo ristretto, non sappiamo vedere la generalità che è nella nostra particolarità, l’unità che è nelle nostre diversità, come la diversità che è in ogni unità umana. È quel che ritrovo in quest’altra frase di Eraclito: «Benché il Logos sia comune a tutti, la maggior parte degli uomini vivono come se ciascuno di essi avesse una sua saggezza particolare». Gli uomini sono particolari, molto diversi l’uno dall’altro per carattere, intelligenza, cultura, eccetera. Ognuno non vive che un piccolo frammento dell’unità e delle diversità umane, ma crede di possedere il tutto. Ognuno crede che il suo Logos particolare sia il tutto. Le persone non si accorgono che il Logos è comune e che, a causa di questo Logos comune, esistono nelle loro singolarità e particolarità. Come ho detto prima, ho tradotto un’idea vicina a quella di Eraclito dicendo: «L’unità è il tesoro della diversità umana, la diversità è il tesoro dell’unità umana».
La formula di Eraclito ci ricorda così che siamo esseri posseduti. Di fatto siamo doppiamente posseduti. Da una parte dalla società, che regna sui nostri spiriti, pensa nei nostri pensieri, attraverso l’imprinting e la normalizzazione. Dall’altra parte, dalle credenze e dalle idee che non sono solo cose dello spirito, ma sono anche esseri di spirito dotati di vita e potenza. Siamo i servitori delle idee che ci servono. Abbiamo idee cardinali che ci manipolano quanto, e anche più di quanto, le manipoliamo noi. Siamo posseduti da dei che possediamo. Victor Hugo ha detto appunto (in Quatrevingt-treize):1 «Siamo abbandonati a questi dei, a questi mostri, a questi giganti, i nostri pensieri; spesso questi belligeranti terribili calpestano le nostre anime». Gli dei nascono dai nostri spiriti, ma sfuggono al controllo dei nostri spiriti e prendono possesso di noi. Ho sviluppato questi temi ne Le idee, tomo IV del Metodo.
Si ritrova un po’ di tutto questo nel frammento di Eraclito che dice: «Gli uomini sono divinità mortali, e gli dei sono uomini immortali che vivono della nostra morte e muoiono della nostra vita». È l’idea secondo cui produciamo i miti, gli dei, e questi vivono della nostra vita, chiedendoci anche talvolta di morire per loro. Forse vi troviamo anche l’idea che la forza delle religioni consiste nel promettere l’immortalità, la sopravvivenza. Gli dei sono in ogni caso esseri antropomorfi, mortali come gli umani, hanno una vita più lunga, ma muoiono quando muoiono gli umani. Gli uomini, dal canto loro, sono divinità mortali… È abbastanza bella come idea: l’uomo è a immagine di un dio.
Ritrovo qui ciò che ho sviluppato ne I divi. I divi sono proprio come divinità mortali. Essi hanno, da un lato, una natura interamente umana, dall’altro appaiono come esseri trascendenti che vivono in un Olimpo meraviglioso. Sono oggetto di culto; come gli dei hanno i loro devoti, i divi hanno i loro fans che si nutrono della loro sostanza superiore, mentre quelli si nutrono a loro volta dell’umanità ordinaria. Questi esseri stellari sono divinizzati ma conoscono, palesemente, la mortalità.
Per concludere la questione relativa al nostro sonnambulismo, bisogna ricordare che abbiamo sulla superficie del nostro essere qualcosa che è la coscienza e che a sua volta influenza il resto del nostro essere. È il fragile lume di cui dispone la nostra esistenza di sonnambuli. Essa può influire sulla nostra immensa parte da automa, come mostrano gli jogi che possono controllare con il pensiero i battiti del loro cuore. Grazie alla coscienza, abbiamo lampi di lucidità, momenti di libertà, malgrado il nostro sonnambulismo e, in un certo modo, grazie a esso. Siamo anche macchine non banali che possono giungere a possedere ciò che le possiede.
«Polemos è di tutte le cose padre», «Bene e Male sono un tutt’uno»
Il combattimento è il padre di tutte le cose. Evidentemente, in questo enunciato ritrovo l’idea di conflitto, di antagonismo originario e creatore fra le contraddizioni. Mi rimanda all’idea di una dualità conflittuale, dalla nascita dell’universo, tra forze di ordine e di disordine, di aggregazione e di separazione. Con il Big Bang si sono scatena...
Indice dei contenuti
- Presentazione
- Nota del curatore
- Introduzione
- 1. Eraclito
- 2. Buddha
- 3. Gesù
- 4. Montaigne
- 5. Cartesio
- 6. Pascal
- 7. Spinoza
- 8. Rousseau
- 9. Hegel
- 10. Marx
- 11. Dostoevskij e l’umanesimo russo
- 12. Proust
- 13. Le psicoanalisi
- 14. La scuola di Francoforte
- 15. Heidegger
- 16. I pensatori della scienza e gli scienziati
- 17. Il surrealismo
- 18. Illich
- 19. Beethoven
- Conclusioni
- Bibliografia
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