Capitolo 1
Più guardavo
l’orizzonte e più mi sentivo estraneo a me stesso. Percepivo suoni indistinti
come echi di un confuso passato, ormai perduto per sempre.
Lo stridio dei
gabbiani mi riportò a una realtà che non volevo più accettare e sentii che era
giunto il momento di andarmene.
Nulla sarebbe
stato più come prima.
Avrei voluto
solamente abbracciare la mamma un’ultima volta, dirle quanto l’amavo e che
sarebbe rimasta per sempre nel mio cuore.
Avrei
desiderato rassicurarla che sono ancora il suo piccolo Ettore, quello che si
nascondeva sotto il tavolo per sfuggire ai dispetti dei suoi fratelli e per
pensare ai suoi amati numeri: sai, mamma cara, lì puoi trovare ancora i miei
scarabocchi disegnati con i pastelli a cera…
Sappi, mia
adorata madre, che ti amo più della mia vita, ma non posso più restare, non ne
ho la forza, e non me la sento di combattere un demone più forte di me: la mia
mente, consacrata ai numeri, può essere solo al servizio della Scienza e della
pace, ed è nata per portare Luce tra gli arcani misteri e gli spazi infiniti.
Tu, madre mia,
hai plasmato la mia mente affinché indagasse i miracoli della Natura e delle
sue forze segrete; hai nutrito il mio Essere affinché gioisse del miracolo
della Vita.
Il mio compito
è condividere la magia della mia scoperta affinché ogni uomo sulla Terra possa godere della perfezione, che
io, privilegiato, ho assaporato per primo.
Oh, mamma! Vorrei narrarti le mie
visioni, le mie scoperte, ciò che il mio intelletto intuisce e poi conferma.
Perché nessuno vede la perfezione
dell’intero Cosmo? Non vedete voi che tutto è Numero?
I numeri sono magici, perfetti e non
mentono mai. Non possono. E qui sta la magia! Chi comprende questo respira
l’Infinito.
Ora debbo andare, madre mia, il Destino
mi attende.
Abbi cura di te e di Rosina,
Luciano, Salvatore e Maria.
Ricordatemi sempre come il solitario
del gruppo, con il broncio, se non mi andava qualcosa, e con il
grande amore verso la sua adorata mamma.
Un grande dono, a volte, può essere
un grande peso.
E questo è il mio Destino.
Non temere, madre cara, il mio cuore
sarà per sempre tuo,
Ettore.
Capitolo 2
«Ettore! Ettore, dove sei? Si può sapere dove ti sei nascosto questa volta?».
«Mamma, ti prego, non agitarti sempre per nulla! Lo sai, no? Ettore è fatto così, a modo suo, vuole stare in santa pace, da solo con i suoi numeri, o a disegnare chissà cosa immerso nei suoi pensieri».
«Su Salvatore, muoviti, corri a cercare tuo fratello… Oh mio Dio, fa che non si sia cacciato in un pasticcio, è così delicato… Rosina! Rosina vieni qui subito: hai visto Ettore?».
Dorina Corso Majorana era una donna energica e, nello stesso tempo, dolce e protettiva con i suoi cinque figli. Certo, con Ettore era proprio possessiva, ma non poteva essere altrimenti: lui era un bambino singolare, unico, diverso da tutti gli altri.
A soli tre anni era in grado di starsene per ore da solo, sotto il tavolo del salotto, nascosto dalle sedie e dai vari cuscini, a disegnare infiniti scarabocchi e stancarsi solamente nel momento in cui si accorgeva di aver esaurito tutta la superficie di legno sulla quale poteva colorare. A quel punto, soddisfatto della sua creazione artistica, se ne usciva dalla tana con molta circospezione, proprio come fanno le marmotte e, facendo molta attenzione a non essere intercettato da qualche scocciatore, trascorreva il resto del pomeriggio in qualche altro nascondiglio, concentrato nei suoi pensieri e in solitudine monastica.
Si metteva, per esempio, davanti alla finestra della sua cameretta a osservare pensoso le nuvole, e sembrava si chiedesse, come tutti i bimbi della sua età, quale fosse quella forza magica che le faceva muovere nel cielo.
In realtà lui conosceva benissimo la risposta e, per questo motivo, era seriamente impegnato a calcolare la loro velocità oppure a quale altezza erano solite volteggiare.
A quel punto riusciva pure a innervosirsi perché si rendeva conto che non disponeva degli strumenti necessari alle varie misurazioni, e questo era davvero seccante.
Allora, per calmarsi, fissava i fiori del suo splendido giardino, estasiato dagli innumerevoli colori, o seguiva il volo dei merli chiedendosi perché loro erano in grado di volare e lui no, nonostante ci avesse provato un sacco di volte sul letto di s...