ANTICA GALEA
Anticipo
Il cielo si apre
e noi ci stiamo sotto.
Tutte le ali sui tetti, immobili
foreste di penne
dove ha smarrito la strada il vento.
In gran numero i parenti morti,
in buona parte aggiustandosi il buio addosso,
vorrebbero venire in cima alle tombe,
dirci quello che sta per succedere
o è già successo.
Ripronunciare le cose
Riformuliamo le parole al contrario
per scoprire dove le abbiamo pronunciate
– dietro il tavolo! Che triste vagheggia
l’albero antico a cui sono state recise
le corde vocali. Quel grido di radici,
prima di essere fermato, era fuggito
nell’aria che pescava bisognoso di secoli
e adesso che, fantasma, si aggira per casa
a risarcire la misura della lignea memoria,
finisce con l’essere monito che perseguita
noi qui – la prima sillaba di nuovo tra le labbra
e le gambe sotto il tavolo, sopra
c’è il piatto servito freddo con gli occhi
di santa Lucia che vedono, e il gatto
che pure vede e non sa cosa fare.
Amori
Padova Padova
città dei miracoli.
Sotto i porticati portavo
ombra a altra ombra, sbucavo
davanti al grande orologio
e, messo in difficoltà dalla luciferina canicola,
il cuore mi s’inceppava. Nella torrida
estate antica, tra i deserti tavolini dei bar,
cercavo due occhi di donna, ma altri,
ne aveva, Venezia, di occhi, nobili e fetidi.
Era immobile quel marciume d’acque.
Come certi risvolti oscuri della vita
già ti amava con le gardenie di una
mortuaria serenata, non ti mollava più.
Le tre morti
O morte prima, o morte ultima,
in mezzo quest’altra tenete sorella, ala che
più vera ci coglie: morte vicina che dura una vita,
morte travestita, che ci vende il pane, morte
tra due colonne, che piglia, che prende una sedia
e ti si siede accanto. Morte grande
morte piccina, un bicchiere di latte una
camuffata preghiera. Tra tu prima e tu ultima,
questa vestita da sposa, questa che volo d’occhi mi ruba, c’è,
quando si tuffa sui tetti silenti, sopra camini
che son minareti, agglomerati rami, gridi da uccelli lanciati
fuori dentro notti che dal loro alveo folli tracimano –
lo scialle bianco perla del cielo assieme chiaro e scuro
lo stacca presto dal chiodo e prima che svenga il truccato incanto,
con un mezzo giro, tolto il belletto, ce lo getta addosso.
Precoce addio
Non so nulla di te.
Sei sparita come pochi sanno sparire.
È venuta anche la pioggia e le strade
si sono fatte corsi d’acqua amara,
impeto di chiassosi furibondi torrenti.
Nelle mie scarpe sto come
il vacillante topolino affamato che gira
per la stiva di un’antica galea.
Cercarsi
Dopo che si tolse le scarpe, rimase
senza direzione e, senza direzione,
senza l’albero là dove cresce. “Tutto
quel che cresce è là dove cresce”.
Si interrogò a lungo sul travaglio
della veglia, e nel colpo di tosse
dell’alba, sul fondo vuoto della tazza
trovò nei fondi del caffè, che lo aspet-
tava, lo stormire dei verdi capelli dell’albero
a fargli compagnia e un uccelletto
il cui unico senso era stare dove stava
senza un senso: “Abitare l’albero,
le sue fronde appena uscite
da sotto le forbici ventose del barbie-
re – Farlo!, e dipperciò stesso, diversa-
mente, averlo un senso”.
Solitudine estiva
Un cielo con un braccio
spinto in fondo dall’altra parte
a ritagliare un francobollo di orizzonte
tanto da spedirmi un saluto
da un ipotetico paese di luce lontana
stretto tra essere io quello
e tuttavia essere questo,
uno spedisce uno riceve,
baci e saluti per sconfiggere
la lontananza.
Nelle reciproche morti
Perché i freddi cavalieri di marmo
lasciano ogni sera l’austera postura
per venirci a vegliare mentre dormiamo
e non andiamo invece...