L’essere umano nell’ottica Neoplatonica
“ Non ti ho fatto nè celeste nè terreno, nè mortale nè immortale, perchè di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto”…
(Oratio de hominis dignitate – Giovanni Pico della Mirandola)
Nell’introduzione alle 900 Tesi, l’Oratio de hominis dignitate, Pico definisce la centralità dell’uomo nell’universo e la sua supremazia sulla natura: un pensiero desunto da Platone, filtrato da Plotino ed accostato alla dottrina cristiana, oltre che a quella islamica ed ebraica (tanto per fare un esempio). Pico non si limitò a studiare il pensiero di chi era venuto prima di lui ma tentò una conciliazioe tra tutte le dottrine ; non a caso amava farsi chiamare princeps concordiae
Se partiamo dai testi fondatori della Tradizione musulmana – cioè il Corano, gli insegnamenti attribuiti al Profeta, ai suoi compagni e alle prime generazioni di sapienti – noi incontriamo subito nell’universo la presenza di tre comunità di esseri coscienti. Per l’Islàm, l’essere umano è posto ad un gradino superiore anche agli angeli poiché per Decreto divino egli è “ vicario di Dio sulla Terra, a cui è sottomesso l’universo intero, compresi gli angeli” (Corano II,30)
Gli uomini ci sembrano la categoria più nota – ma ci sembrano soltanto, poiché, in verità, la loro natura ed il loro ruolo restano un mistero, ivi compreso per gli umani stessi. Una singolare missione sembra essere stata affidata ad Adamo e alla sua discendenza. Concepito come luogotenente (khalîfa, califfo) di Dio sulla terra, omaggiato dalla prosternazione degli angeli, l’uomo si è ugualmente assunto la responsabilità di un misterioso “pegno” il cui tenore non è precisato nel testo: “Noi abbiamo proposto il Pegno ai Cieli e alla Terra e ai Monti, ed essi rifiutarono di portarlo e n’ebber paura. Ma se ne caricò l’uomo, e l’uomo è ingiusto e d’ogni legge ignaro” (Corano XXXII, 72). Così, il carattere debole e incline al peccato, che distingue gli uomini tanto dagli angeli che dagli animali, appare come correlato o controparte dell’assunzione di un compito grandioso nei disegni del loro Creatore. Proprio questa ignoranza fondamentale, questa parte d’ombra inclusa nella natura umana rende l’uomo capace di compiere la sua missione nel mondo terrestre denso, pesante, tenebroso.
Profondamente convinto che il riportare il più elevato numero di poesie non sia utile al nostro scopo, considerata anche la mole delle stesse ( si tratta di numerose centinaia ), in questa sede ne prenderemo in esame solo alcune, anche per avere la possibilità di formulare i rispettivi commenti, evitando di ottenere da questo saggio un ruolo di antologia letteraria dal sapore scolastico.
Le poesie che qui prenderemo in esame hanno un duplice scopo, riassumono da un lato gli argomenti più cari al poeta e dall’altro il messaggio esoterico in essi contenuti.
Abbiamo fatto già cenno in precedenza, tanto il legame, che il Madìa ( come Pascoli ) ha per il mondo ultraterreno e ignoto, quanto l’indelebile ricordo dei suoi cari, segnatamente per il padre, il quale arriva ad assumere, come abbiamo già osservato, un ruolo di guida, in questo mondo e nell’altro.
Riguardo la figura dei propri cari, e segnatamente del padre, ho scelto pertanto una poesia che, oltre ad essere accademicamente perfetta ( come d’altronde lo sono tutte le altre ), rispecchia in modo inequivocabile le convinzioni radicate, le scelte e i dubbi del poeta, che andremo a commentare dopo la lettura del testo.
“Col padre in sogno” è una poesia scritta nel 1982, nel pieno quindi, della maturità del poeta.
Assiste il padre al mio riposo inquieto,
Dall’al di là venuto a me vicino,
In un inespicabile segreto,
Per ignoto invisibile cammino.
Noi vorremmo ascoltar la santa messa
In un’angusta povera cappella,
Ma non c’è prete e non alcuna ressa,
Non s’ode bisbigliar ne campanella.
Siamo in un luogo non veduto mai
Ed è tutto silenzio in un gran vuoto,
Manca la gioia qui, mancano i guai
E sorge,a un tratto, un gran desìo di moto.
E non so come, vado a perlustrare
Strana città che sfocia in un burrone.
Indietro mi rivolgo, per tornare
Dove l’istinto di salvezza impone.
Ritorno dove già sorgea la chiesa
E trovo poca gente in apprensione
Aggirarsi qua e là, in sala d’attesa,
Nel centro di una piccola stazione.
Chiedo del padre se qualcuno l’ha visto
Ma non trovo nessuno che risponda
E mi rivedo in un risveglio tristo
Come barca dispersa in mezzo all’onda.
Napoli 7.12.82 - Sebastiano Madia
[ Segue commento, tratto dalla conferenza di Augusto Romano tenuta a Catania come dal testo “ Nei Giardini del Signore “ di Rassàm alÛrdun – youcanprint edizioni – ]
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Il nostro sentirci esuli, dipende dal fatto che abbiamo due “case”, e ciascuna cerca di sedurci proponendosi come l’unica. Una casa notturna e una casa diurna, la casa dell’infanzia e la casa del mondo. Non è possibile scegliere. Jung ci ha insegnato a tenere in tensione gli opposti, che è il modo per superare i problemi senza pretendere di risolverli. Esiste una mistica della reminiscenza, ed una mistica dell’oblio. Ho incontrato due brevi scritti hassidici che, apparentemente contraddicendosi, illuminano la nostra condizione. L’uno dice: “Dall’oblio viene l’Esilio. Nella memoria si trova il segreto della Redenzione”. L’altro dice: “A prima vista appare poco chiaro perché Dio abbia creato la dimenticanza. Ma il significato è questo: se non ci fosse la dimenticanza, l’uomo penserebbe continuamente alla propria morte e non costruirebbe case e non intraprenderebbe nulla. Perciò Dio ha posto negli uomini la dimenticanza. Perciò un angelo è incaricato di insegnare al bambino così che non dimentichi nulla, e un altro angelo è incaricato di battergli sulla bocca perché dimentichi quello che ha imparato”.
Un uomo sogna di stazionare in una grande sala di aspetto. Egli sa che questa sala d’aspetto è la vita. Naturalmente, i sogni sopportano interpretazioni diverse. Per esempio, se decidiamo che la fine dell’attesa, cioè la morte, sia un’immagine della trasformazione, allora possiamo considerare questo sogno come una metafora dell’incessante moto libidico. La vita è un continuo partire, un continuo prendere congedo, una continua disponibilità al nuovo.
Io imboccherò una strada diversa. Nell’immaginazione del sognatore, e di tanti come lui, l’accento non cade sulla fine dell’attesa come evento possibile e trasformativo, ma sull’attesa in quanto tale. La vita in sé è una sala d’aspetto. Dunque, una sorta di intermezzo, un luogo in cui si attende di partire; anzi, un luogo da cui si attende di partire. Se però la vita è attesa, la partenza (l’arrivo del treno, la fine dell’attesa) è già fuori della vita. La vita è sentita dunque come una attesa incolmabile, una protratta aspirazione a qualcosa che non verrà, poiché, se si presentasse, la vita cambierebbe il suo stesso statuto ontologico.
Come dicevo, se la vita è una sala d’aspetto, il viaggio è oltre la vita. Dunque, la vita è qualcosa che guarda oltre se stessa, e si concentra su un altrove, che resta però solo un oggetto di vagheggiamento.
E’ facile notare come, sebbene l’attesa riguardi il futuro, questo atteggiamento ha alcuni elementi importanti in comune con la nostalgia, che è vagheggiamento del passato. In entrambi i casi ci si riferisce a qualcosa che non potrà mai (o mai più) presentarsi, dunque a una mancanza definitiva: in questa visione, la vita è un vuoto, non un pieno. Più esattamente, un vuoto che aspira a un pieno che mai lo colmerà. E lo è perché lo sguardo, catturato interamente dal futuro o dal passato, ignora il presente. Questo appare sbiadito e, per definizione, insoddisfacente, proprio perché confrontato con l’assenza di ciò che veramente, qualora si desse, sarebbe pienezza appagante. Ma attenzione: ciò cui qui si allude non è cosa raggiungibile mediante sforzi, sagacia, e neppure fortuna. La vita è attesa, e se non ...