1. Un documento del Gotico Napoletano
Passando per Via dei Tribunali, mi sono imbattuto in un’esperienza nuova. Camminavo un po’ insicuro, sui grossi cubetti di piperno del selciato, sempre esageratamente sconnessi. In mezzo alla strada, il via vai confusionario della gente del quartiere dei Decumani e il fracasso sgusciante dei motorini. All’ altezza del numero civ. 224 mi si è parato davanti, come in una visione, un grosso portone di marmo bianco, ad archi concentrici, incassati dentro una scarna parete di mattoni grigi. Io ero distratto, un po’ sopra pensiero.
Portale via Tribunali 224
Ma quel portale mi si è posto davanti con tutta la sua imponenza, come se fosse lui a venirmi incontro. Intorno, negozi di alimentari, casalinghi e generi vari. Tutto l’ambiente è popolare, chiassoso, confusionario. Poco adatto ad accogliere un monumento tipico di Arte Gotica. Però, è come se la cerchia intorno, avesse fatto un passo indietro, mettendosi a rispettosa distanza, di fronte a tale prestanza storica. Il portale è composto da tre archi cilindrici che, nella parte sul pavimento formano tre sottili colonne corinzie, con dei capitelli ornati da miniature di fiori, uccelli e leoni, in sommità. Da lì, si dipartono tre archi perfettamente circolari che si ricongiungono ad altrettante colonne. I tre archi sono distanziati fra loro con due settori prismatici a sezione quadrata. Tutto il blocco formato dai cinque elementi ( i tre elementi cilindrici, più i due prismatici ), viene compattato e tenuto insieme da una fila di mattoni piani che costituiscono il telaio del portale, ancorato al corpo dell’edificio. Il manufatto forma come una prospettiva che invita ad entrare, una direzione per inoltrarsi all’interno. Un invito ad entrare nel palazzo, non solo a livello architettonico, ma anche a livello storico, entrando in un’epoca, il 1400, che risale al periodo Angioino - Aragonese a Napoli.
Quel portone è sicuramente un’opera di pregio, ben rifinita nelle sue linee essenziali,un perfetto stile gotico . Un capolavoro, che appare un po’ ingobbito, sotto il peso del degrado antistante, retrostante e soprastante. Una pietra preziosa incastonata, non in una corona regale, ma nel disprezzo dell’abietto e della sciatteria del popolo.
Ho l’impressione di assistere all’esame visivo di una pergamena antica: qua e là macchie di ruggine, polvere e sporcizia incrostate, punti strappati, buchi, grumi di grasso, colore appassito. Ma quella pergamena sta facendo riaffiorare i fatti di una cronaca antica, di una città drammatica, di un regno, al centro della storia d’Europa, e di un popolo, sempre un po’ trascurato e distratto.
Certo, a Napoli ci sono ben altre opere del Gotico, molto più rilevanti. Il famoso complesso di Santa Chiara, severo e discreto. Oppure, la chiesa di San Lorenzo Maggiore, un poco in disparte, dal trambusto di S. Gregorio Armeno, celebrata anche dal Boccaccio, nel suo periodo napoletano. Penso ancora, a Sant’Eligio al mare, a Piazza Mercato, e chissà quanti altri edifici ancora, di quell’epoca.
Ma il disegno di questo portone mi ha colpito in modo particolare, per il contrasto con il resto dell’edificio. E poi così avulso dalla cerchia intorno. Già, l’edificio! Cerchiamo di saperne di più.
2. Il Palazzo
L’edificio, dicono gli storici, fu costruito inizialmente ed appartenne a Giovanni Caracciolo ( famiglia Caracciolo dei Sole, ramo del Poeta; simboli e fregi sui quali ritorneremo più avanti). Fu un abile condottiero e stratega politico, un personaggio su cui sarà il caso di soffermarsi, per verificare le critiche infamanti che gli furono attribuite, nel chiaro tentativo di distruggerne la figura e l’opera svolta per Napoli in quel contesto.
Dunque, Giovanni Caracciolo, affettuosamente chiamato Ser Gianni, era il Gran Siniscalco del Regno di Napoli, amante riconosciuto della Regina Giovanna II di Durazzo. Il palazzo, infatti sorge a pochi passi da Castel Capuano, prima abitazione della sovrana di Napoli, all’epoca angioina.
Abitazione della Regina in Napoli a Castel Capuano
Il Gran Siniscalco era il Gran Maestro di Palazzo, l’uomo che scriveva le Leggi da portare alla firma.
Dopo la tragica morte del nobile napoletano, avvenuta il 19 Agosto 1432, il palazzo restò disabitato per quasi un secolo, volutamente dimenticato. La gente evitava perfino di guardarlo.
Poi, nel 1587, la proprietà passò ai frati Ospedalieri dell’ordine di San Giovanni di Dio, di origine spagnola. Così l’edificio venne ristrutturato e trasformato in un ospedale, dall’architetto Pietro di Marino: le stanze e i sontuosi appartamenti scomparvero. L’architetto però, nella trasformazione, volle lasciare intatto il portale della facciata e il doppio cortile di ingresso. Nel 1629, l’edificio venne affiancato dalla chiesa dell’Assunzione di Maria, in seguito divenuta Santa Maria della Pace, in memoria della fine della guerra fra Filippo IV di Spagna e Luigi XIV di Francia, nel 1660. Ma, a questa chiesa, è legato il ricordo dell’ospedale che, con lo stesso nome, si identifica con il Lazzaretto. Vi si accede tramite uno scalone in piperno, la cui entrata è sulla sinistra del vestibolo.
Lazzaretto
Gli ammalati erano accolti in una grande camerata, circa 60 metri di lunghezza x 10m di larghezza e alta 12 m. A mezza altezza, un leggero ballatoio in ferro battuto, lungo tutto il perimetro della camerata, serviva per calare con la fune il cibo agli ammalati, evitandone il contatto. La copertura a volta e le pareti fra le finestre, sono affrescate da Andrea Viola e da Giacinto Diano, con ritratti di monaci e scene di vita francescana. Un silenzio sepolcrale incombe su questa camerata, tale da indurre a una meditazione, un memoriale delle sofferenze che vi sono transitate, con l’impressione di tanti sguardi smarriti.
Oggi, la chiesa è affidata, in comodato d’uso, ad una comunità Ucraina, di fede ortodossa. Altri lavori di ristrutturazione e restauro furono eseguiti nel 1742 da Niccolò Tagliacozzi Canale, per riparare i danni di un rovinoso terremoto, del 1688.
L’ospedale è rimasto in attività fino al 1974, quando l’istituzione dei monaci fu trasferita in Via Manzoni ( l’attuale Ospedale Fatebenefratelli ) e il palazzo fu adibito ad Uffici Comunali e sede dei Giudici di Pace.
Di questa storia resta oggi, solo una lapide a destra, al termine del corridoio fra i due cortili, per volontà di un nobile napoletano ingiustamente condannato a morte. Egli lasciò i suoi beni, in donazione all’ospedale, a condizione che appunto, venisse esposta quella lapide alla parete, nell’atrio del secondo cortile.
La lapide dice: “Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia de homo perbene”.
Quale grande sentenza: Dio mi scansa dall’invidia canina dei vicini e dall’ipocrisia delle persone per bene. Arrassare è un verbo dialettale di origine spagnola; significa allontanare, tenere a distanza di sicurezza. Ancora oggi, nelle espressioni popolari, si dice arrassusìa come parola di scongiuro; vuol dire: non sia mai, lungi da me.
3. Genealogia di Ser Gianni
Lo stemma dei Caracciolo, qui raffigurato, aveva al centro come arma, un sole d'oro caricato da un leone azzurrocon la coda contro rivoltata, lingua fiammante e campo di rosso. I raggi ondulati del sole, come vedremo, somigliano ai tentacoli di un polpo, con il corpo circolare al centro. Da questa somiglianza, scaturirà in seguito, una canzone popolare, in memoria della tragica storia di Ser Gianni.
La famiglia napoletana dei Caracciolo del Sole, ha una lunga discendenza nobiliare. Discende dai Caracciolo Pisquizi, ramo dei Signori d’Orta, aggregati al Patriziato del quartiere di Capuana.
Capostipite fu Cristiano, Signore di S. Chirico in Provincia di Basilicata e ambasciatore di re Ladislao di Durazzo, presso la Santa Sede.
Il padre di Ser Gianni Caracciolo, Francesco con il nome di Poeta, era il ciambellano del Re di Sicilia. L’isola, con il Trattato di Caltabellotta del 1302, era diventata regno di Trinacria, e affidata a Federico III di Aragona, con la condizione che alla sua morte, la corona sarebbe ritornata agli Angiò. Questa condizione però, non venne rispettata, perché nel 1313, Federico si autoproclamò re di Sicilia, cancellando il nome di Trinacria ( letteralmente Terra a triangolo), e creando così, l’assurdo per il quale esistettero due regni di Sicilia e due re di Sicilia. Perché di fatto, il resto dell’attuale Italia Meridionale, comprendente la Campania, la Calabria, le Puglie e la Basilicata - con alcune terre annesse di Lazio, Umbria e Molise – era denominata ancora con il nome di Sicilia. Fermiamoci però, alla storia del giovane Ser Gianni.
Il nostro Giovanni (1372-1432) era il terzo figlio di Covella Sardo e di Francesco Caracciolo. Crebbe alla corte di Ladislao, quasi suo coetaneo. Non è accertato se abbia ...