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I Campi di Grano
Informazioni su questo libro
Angela nacque in un campo di grano a mezzogiorno e come segno di benvenuto nonna Giulia prese della terra e gliela sfregò sugli occhi. Un gesto che imprime sull'iride della ragazza tutte le sfumature del marrone, dal dorato ocra del grano maturo all'intenso colore della terra arata, e fa albergare nel suo animo un lupo, compagno ed essenza stessa della sua esistenza. È nelle allegorie naturalistiche, nel rispetto e nella fiducia per l'ordine delle cose, nell'equilibrio e nell'armonia verso cui uomini e animali tendono, che il romanzo si sviluppa tra struggenti emozioni e malinconia di tutti i personaggi, accettazione della realtà e aspirazione indistinta verso un suo naturale accomodamento, dal sapore quasi spirituale.
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Informazioni
Argomento
LetteraturaCategoria
TeatroINTRODUZIONE
L’eternità dell’uomo si afferma nell’incessante trasformazione degli elementi della natura. È così che i campi di grano, la terra arata, i cespugli di ortensie racchiudono e custodiscono le parole, i sentimenti, i silenzi, i pianti, i bisbigli e le risate di chi ha vissuto e ha toccato quegli elementi, entrando a farne parte. Rosa ed Ettore prima, con i loro figli Ester ed Eugenio e nonna Giulia, ma poi anche Ada, Salvatore, Josè e la piccola Angela: ciascuno di essi ha un ruolo all’interno della casa e dei campi che la circondano, ma non solo. La storia raccontata da Chiara Scavazza aiuta a decifrare quell’ordine naturale delle cose che trascende nel sovrannaturale, in cui agiscono non solo gli uomini, ma anche gli animali e gli elementi naturali in una direzione a volte incomprensibile e impenetrabile.
È per questa ragione che il romanzo lascia ampio spazio alla descrizione tanto degli alberi secolari quanto dei campi di grano, del vento che li sferza o dei raggi del sole che li nutrono, li scaldano e li bruciano, al pari degli animi umani.
Nel profondo di ciascuno dei suoi protagonisti, l’autrice mira a indagare gli aspetti che ne dirigono la vita e si affiancano al rispetto delle convenzioni sociali, al ristagno delle emozioni e alla fiducia nell’ordine costituito di cui rappresentano parte integrante. Privo di dialoghi, sostituiti da riflessioni e pensieri interiori, lo stile narrativo predispone a lasciarsi trasportare nella storia “silenziosa” di Ettore. Sono infatti i silenzi di questo contadino vissuto da sempre nella casa della madre a parlare, se non a gridare a volte. La disperazione per la morte dell’amata moglie Rosa, l’incapacità di gestire i due figli e di dar loro affetto, l’incomprensione per i gesti dell’anziana Giulia, da tempo “nonna” a titolo onorifico, la struggente gabbia di freddezza costruita attorno ad Ada, giovane moglie accolta in casa per portare quell’amore perduto che mano a mano Ettore indurrà a spegnere. Ancora una volta è solo alla natura e nella natura che Ettore riesce a esprimere il suo dolore, tanto per il passato che per il presente, dinanzi alla morte del suo piccione, ucciso tragicamente da un falco appena fuori dalla casa delle ortensie.
Un colpo di coda del fato che vede piccione e falco uniti nella realizzazione di un piano di ben più ampie conseguenze con la portata a termine della gravidanza di Ada, frutto dell’amore consumato con Salvatore, e il tanto atteso ritrovo della famiglia, insieme alla piccola Angela, destinata a dare nuova vitalità alla stessa casa. Privo di giudizi morali è l’amore adultero di Ada e Salvatore, un amore che nasce istintivamente, dalla natura umana; la stessa che induce la giovane Ester ad accogliere nelle sue braccia la matrigna dinanzi alla perdita della figlia. Un istinto che induce anche Josè, lo straniero venditore di sete, a prendersi cura come un padre della piccola Angela. Delicatezza dei periodi ed espressioni di malinconica saggezza suggeriscono una immancabile vittoria dell’amore sugli sconfitti egoismi, ansie, sfortune e sensi di colpa. Una percezione mai banale, ma che trae suggello da quelle innegabili forze che la natura nutre e mette a disposizione dell’umanità.
Nel profondo di ciascuno dei suoi protagonisti, l’autrice mira a indagare gli aspetti che ne dirigono la vita e si affiancano al rispetto delle convenzioni sociali, al ristagno delle emozioni e alla fiducia nell’ordine costituito di cui rappresentano parte integrante. Privo di dialoghi, sostituiti da riflessioni e pensieri interiori, lo stile narrativo predispone a lasciarsi trasportare nella storia “silenziosa” di Ettore. Sono infatti i silenzi di questo contadino vissuto da sempre nella casa della madre a parlare, se non a gridare a volte. La disperazione per la morte dell’amata moglie Rosa, l’incapacità di gestire i due figli e di dar loro affetto, l’incomprensione per i gesti dell’anziana Giulia, da tempo “nonna” a titolo onorifico, la struggente gabbia di freddezza costruita attorno ad Ada, giovane moglie accolta in casa per portare quell’amore perduto che mano a mano Ettore indurrà a spegnere. Ancora una volta è solo alla natura e nella natura che Ettore riesce a esprimere il suo dolore, tanto per il passato che per il presente, dinanzi alla morte del suo piccione, ucciso tragicamente da un falco appena fuori dalla casa delle ortensie.
Un colpo di coda del fato che vede piccione e falco uniti nella realizzazione di un piano di ben più ampie conseguenze con la portata a termine della gravidanza di Ada, frutto dell’amore consumato con Salvatore, e il tanto atteso ritrovo della famiglia, insieme alla piccola Angela, destinata a dare nuova vitalità alla stessa casa. Privo di giudizi morali è l’amore adultero di Ada e Salvatore, un amore che nasce istintivamente, dalla natura umana; la stessa che induce la giovane Ester ad accogliere nelle sue braccia la matrigna dinanzi alla perdita della figlia. Un istinto che induce anche Josè, lo straniero venditore di sete, a prendersi cura come un padre della piccola Angela. Delicatezza dei periodi ed espressioni di malinconica saggezza suggeriscono una immancabile vittoria dell’amore sugli sconfitti egoismi, ansie, sfortune e sensi di colpa. Una percezione mai banale, ma che trae suggello da quelle innegabili forze che la natura nutre e mette a disposizione dell’umanità.
1.
La casa è circondata da alberi secolari e dai miei campi di grano. Ho amato ogni raccolto di questa terra.
Quelle spighe prima incerte, verdi poi dorate, scivolose al tatto, seta tra le dita che le stringono in segno di gratitudine.
I campi di grano mi ricordano il mare. Il vento li accarezza creando onde su onde e li porta alla grande sorgente della vita. La terra filtra la luce del sole e rimane in penombra mentre file ordinate di spighe crescono senza sosta. I papaveri sono le alghe di questa distesa infinita, mentre gli uccelli e gli insetti si mescolano ai pesci che annaspano in cerca d’acqua. Mi rallegra il cuore vedere le interminabili distese di giallo che mi catturano l’anima prima della vista. Quel lento abbassarsi e innalzarsi degli steli mi leviga la spessa pelle che mi porto appresso.
Li sento, gli steli, come mani che mi sfiorano e mi accarezzano. Si accasciano senza spossarsi. M’inebrio del loro profumo e mi accorgo che le spighe non stanno mai ferme; vitali s’inerpicano verso il cielo, piacevoli, colme di grazia, caute, abili, floride. Solleticano i miei riflessi indolenti e mi risveglio immersa in un’acqua cristallina dove i petali dei papaveri si sciolgono e si trasformano nel mio nettare. Nella mia stessa vita.
Un’eco in lontananza sulle tonalità del rosso, del giallo e del verde mi avvicina alla mia vera storia.
2.
Sono ritornata unicamente per rivedere la casa. Ora non è più abitata, ma è sempre bella. Avvolta nel silenzio e nella sua primavera eterna fiorisce incurante delle stagioni, creando giochi briosi tra le erbacce. I rami degli alberi appesantiti per i troppi frutti l’avvolgono in un tenero e saldo abbraccio.
E pensare che il porcellino che la costruì ci mise tanto impegno per farla resistente alle soffiate del lupo cattivo. Lavorò sodo quell’amorevole maialino a dispetto delle risate dei fratelli che preferirono oziare piuttosto che darsi da fare. Alla fine fu premiato perché la sua casetta rimase in piedi.
Nonostante tutto.
Nonostante le risate amare del povero lupo che invano cercò di entrare dalla porta, poi dal camino, infine dalle finestre spalancate. Ada, mia madre, mi raccontò che un mago aveva trasformato la bestia incredula in un salice piangente a fede della sua disfatta. Albero eternamente in conflitto con le proprie capacità, l’astuzia meritava di essere usata con più ingegno. Povero lupacchiotto! Nessuno gli prospettò l’idea di travestirsi da Cappuccetto Rosso ed entrare nel casolare per mangiarsi, che ne so?, Ettore perché nelle favole c’è sempre un cattivo da eliminare. Di solito, ci pensa il lupo, il cacciatore o la fatina dagli occhi turchini. Ma quell’animale la favola non la conosceva, mica tutti i lupi hanno una mamma dolce e disponibile a raccontare loro le storie della buonanotte! O semplicemente il destino degli abitanti della casa era già segnato da qualche parte e doveva divenire concreto senza che il lupo potesse intervenire, modificandolo.
Dirò di più: esso non fece altro che rassegnarsi e portare la sua parte a compimento. Sin nei minimi particolari. A sua insaputa.
Ora il salice piangente non è più a ridosso della casa, ma ci fu un tempo in cui rappresentò per me un compagno fidato.
Mi regalò tanta frescura.
Amai il salice per la sua anima da lupo, per la tenacia e il coraggio: pur sapendo di non essere un albero, non lo sentii mai ululare. Pezzi di corteccia ricoperta di resina intrappolarono i suoi artigli ed io infierii su quel tronco per ricordargli il dolore provocato da un destino ingiusto. E quei rami così sporgenti altro non erano che le sue zampe sottili, lunghe e nervose che mi abbracciavano in cerca di un amore mai conosciuto. Vidi i suoi occhi gialli, luminosi nascosti tra le foglie che si dondolavano nella leggera brezza della sera. Quando accarezzavo le radici ne sentivo vibrare la potenza, la velocità, l’agilità. Il suo passato d’eterno cacciatore riaffiorava nei miei pensieri.
L’ho sempre saputo che non sarebbe morto poiché il suo sangue correva nella linfa, si mescolava con la terra e si confondeva con l’humus che calpestavo.
Il lupo appartiene alla terra.
Io appartengo al lupo.
Nacqui in un campo di grano a mezzogiorno, quando il sole era allo zenit, e come segno di benvenuto nonna Giulia prese della terra e me la sfregò sugli occhi. Fu così che i miei occhi assunsero tutte le sfumature del marrone, dal dorato ocra del grano maturo all’intenso colore della terra arata. In fondo all’anima sento di essere un lupo un po’ avanti negli anni ma scattante, vivace come se avessi venduto la mia grigia esistenza in cambio di una manciata di sempreverdi primavere.
Il lupo corre dentro di me, si nutre dei miei pensieri, argina le mie ferite, come un dolce compagno mi stringe nel calore del suo manto. Non sono mai stata sola. Lo capisco solo ora che molti anni sono passati, ora che tante lacrime sono state versate come pioggia torrenziale negli acquitrini di una campagna disposta ad aprirmi le braccia, il ventre e chissà cosa altro ancora.
3.
La casa di Ettore era circondata da grandi cespugli di ortensie rosa che la rendevano unica, regalandole un fascino discreto anche se i muri che si nascondevano dietro a quei germogli non erano all’altezza di simile beltà. Il portico, che correva tutto intorno, prendeva sotto la sua protezione gli attrezzi da lavoro, un tavolo lungo e povere sedie di paglia un po’ traballanti, di altezze diverse, ma alquanto dolce era il riposo su di esse: il riposo di chiunque, persona o animale che fosse. E piacevole era quel gingillarsi, ondeggiando sulle gambe delle sedie, abbandonandosi alla frescura dell’ombra dopo una giornata di sudore lasciato cadere sui campi.
La grande cucina dava sull’orto, perennemente riscaldata dal sole che prepotente entrava dalle finestre come un ladro e s’impossessava di quei semplici mobili e delle verdure appoggiate sul tavolo di legno consunto. Le vecchie pentole di rame se ne stavano attaccate ai chiodi sazie delle croste di polenta che neppure la cenere era riuscita a staccare. Quella era la scena che ogni mattina Ettore vedeva mentre beveva la sua tazza di caffè nero e mangiucchiava un pezzo di pane raffermo addolcito con un cucchiaino di miele. Pensava a sua madre che aveva tanto amato quella cucina, il tepore nascosto, e ne aveva respirato l’aroma fino all’ultimo istante, senza lasciarsi travolgere dalle fatiche quotidiane. Lì c’era la vita, c’era il suo essere moglie e madre.
Allora a una donna si chiedeva solo una cosa: di avere pazienza. Un’arte tutta femminile che, di certo, non la trovava impreparata. Pazienza con i figli, con il marito, pazienza di vedere realizzati i propri sogni dopo che si erano esauditi quelli di tutti gli altri perché, si sa, i desideri delle donne vengono sempre dopo quelli del genere maschile. Ma a questa ingiustizia, tutta terrena, ponevano un freno gli angeli che ogni tanto trasformavano i suoi sogni in realtà e si assumevano la paternità di piccoli frammenti di chimera, incuranti delle preghiere, dando a destra e a manca, senza vagliare i meriti o i buoni propositi.
Ettore viveva lì da quando era nato, circa una quarantina d’anni prima, e non aveva mai pensato di lasciarla. C’era affezionato, anche se la verità era che non avrebbe mai sopportato l’idea di dimenticare il profumo di Lucia, l’adorata madre. Un misto di aromi che aveva addosso tutti i giorni dell’anno e che lo inebriava quanto l’essenza dei fiori, che lei coltivava con immensa passione. Si ricordava le mani della madre mentre rovistavano la terra, i semi che si nascondevano al sole per crescere rigogliosi e la gioia di vedere quegli esili steli affacciarsi alla luce con timore, e, nello stesso tempo, con caparbietà e coraggio.
Quelle banali scene lo coinvolgevano ancora adesso che n’era passato di tempo dalla morte della madre e gli impedivano di staccarsi dall’imponente casa che aveva, in ogni modo, un pregio non da poco: era pervasa di magia. Era come se lì il tempo avesse un orologio che scandisse non i minuti o le ore, semplicemente fluisse con continuità in una successione di eventi inarrestabili.
Dopotutto, lui non aveva mai avuto grandi grilli per la testa ed essendo l’unico figlio maschio sapeva di dover portare avanti il lavoro del padre, e prima ancora quello del nonno. Senza lamentarsi. Inoltre se avesse desiderato una vita diversa, certo, non l’avrebbe manifestato ad alta voce. Di possibilità non ce n’erano poi tante e non era male lavorare la terra e riempirsi dei suoi colori.
...Indice dei contenuti
- Cover
- Frontespizio
- Copyright
- 1.
- 2.
- 3.
- 4.
- 5.
- 6.
- 7.
- 8.
- 9.
- 10.
- 11.
- 12.
- 13.
- 14.
- 15.
- 16.
- 17.
- 18.
- 19.
- 20.
- 21.
- 22.
- 23.
- 24.
- 25.
- 26.
- 27.
- 28.
- 29.
- 30.
- 31.
- 32.
- 33.
- 34.