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I Servizi Funerari
Informazioni su questo libro
I Servizi Funerari n. 3 - Luglio-Settembre 2014
Rivista trimestrale tecnico-giuridica per gli operatori del settore funebre e cimiteriale
Argomenti principali di questo numero:
- Ambiti territoriali ottimali per i cimiteri
- Hospice e pratiche di accompagnamento alla morte
- Difficoltà nei trasporti funebri internazionali
- Cambiamenti allo statuto dopo recente direttiva UE
- Cremazione di prodotti abortivi. Dove vanno le ceneri
Informazioni
Argomento
JuraCategoria
Rechtstheorie & -praxis| Attualità | Lo sviluppo degli hospice e delle pratiche di accompagnamento alla morte di Elena Messina (*) |
Ogni uomo che muore ha, in generale molte cosa da farsi perdonare ma morirà bene chi ha un’eredità da lasciare, costituita non tanto dalle sue cose, quanto da se stesso. Per questo egli muore di meno, perchè vi è qualcuno che lo raccoglie in sé, non portandone luttuosamente il ricordo, che peraltro presto si spegne ma, piuttosto incarnandone il valore, perfezionandone l’opera come se quella vita non fosse davvero finita. Non è facile morire così tuttavia non è impossibile. Non è detto che l’epoca o la cultura lo vieti incondizionatamente..dipende anche e soprattutto da come si vive.
Certo le vite sono inseparabili dalle epoche ma per allentare la strettoie del tempo non vi è altro da fare che portarsi alla sua altezza, che andare laddove esso chiama. Un’epoca la si trascende solo se la si comprende. È forse questo il modo più adatto per trasformare le ambiguità del tempo in opportunità, i limiti in cui siamo inscritti e da cui non possiamo fuggire in risorse.
(Salvatore Natoli)
La morte costituisce la linea estrema della vita. In quanto confine estremo, essa si colloca tra la fine e l’oltre. La caducità ha spinto da sempre gli uomini a interrogarsi sui valori della vita, sul suo senso, sul suo destino. Fin dalle epoche arcaiche, la morte era concepita in primis quale evento collettivo, che si rappresentava in un trauma che colpiva la comunità.
Tale trauma recava insieme carattere sociale ed individuale, in quanto riguardava i legami e le relazioni costruite all’interno di una collettività e riguardava anche la particolare esistenza del singolo, il cui vissuto è unico ed irriducibile.
Tale aspetto caratterizzante l’esperienza della morte è reso in modo particolarmente efficace dal filosofo tedesco Martin Heidegger che nella sua opera più famosa, Essere e Tempo, sostiene come l’uomo trovi nella morte misura della sua autenticità.
Egli, non può essere sostituito solo nella morte, rispetto ad essa, egli è unico ed irrepetibile (1).
La concezione della morte e delle modalità per affrontare tale evento hanno subito e subiscono modificazioni che dipendono dal contesto socio-culturale, dall’epoca e dalle caratteristiche personali e relazionali dell’individuo.
Ciò detto, a fronte del fatto che l’evento di morte è insieme collettivo ed individuale, il modo di morire ai nostri giorni si costruisce su due dimensione, ambivalenti a complementari, che colgono sempre sia il morente sia coloro che gli sopravvivono.
Secondo il sociologo tedesco Norbert Elias è possibile individuare due diverse tendenze che procedono in direzioni diverse in materia di morte. Da un lato maggior coinvolgimento emotivo, dall’altro invece un fenomeno sempre più diffuso di rimozione e spettacolarizzazione della morte.
Tali considerazioni, come è ovvio, non posso privare la morte dello strazio della pena. Infatti, tra gli esseri che muoiono, gli uomini sembrerebbero essere gli unici per i quali la morte costituisce un problema2.
A tale considerazione consegue quanto lucidamente esposto nello scritto di Norbert Elias, La solitudine del morente, ovvero l’allontanamento della morte e dei morti dalla nostra vista, come se attraverso la negazione della sua necessità, fossimo improvvisamente in grado di allontanare dalla nostra mente dilemmi esistenziali e considerazioni relative alla vita ed al suo senso.
Se è vero che in passato, i discorsi delle persone comuni toccavano spesso l’argomento della morte, non nascondendone neppure gli aspetti più ripugnanti, permettendo così alla morte di rientrare nell’esperienza quotidiana di tutti, oggi essa è nascosta, irrimediabilmente, alla vista ed alla parola.
Oggi, che possiamo contare su un’aspettativa di vita più ampia rispetto alle epoche passate, si muore per lo più isolati, in asettiche stanze di terapia intensiva, dove i professionisti della salute cercano di correggere le anomalie dei singoli organi e di prolungare la vita oltre il lecito (forse?), ignorando tuttavia quasi sempre il benessere complessivo della persona assistita e le sue esigenze più profonde.
Scrive Elias:
«L’ospedale, come il carcere e il manicomio, è anche il luogo dove si tengono sequestrati coloro che non sono ritenuti idonei per partecipare alle attività sociali ortodosse […] esso svolge una funzione simile di separazione e di occultamento della vita sociale di talune esperienze fondamentali – la malattia e la morte» (3).
La morte per usare le parole di Salvatore Natoli «esige l’intensità e mai la folla».
Per coloro che svolgono professioni di cura diventa importante conoscere i diversi significati attribuiti a questo evento per essere accanto con maggior consapevolezza ai pazienti e ai loro familiari in questa fase della vita; soprattutto perché, sempre più frequentemente l’esperienza della morte viene esternalizzata ed affidata ad esperti.
Tali considerazioni sottendono lo sviluppo e l’evoluzione dell’utilizzo delle cure palliative per malati terminali e la sempre più rilevante diffusione degli hospice, prima nel mondo anglosassone e poi nel nostro paese.
Si deve a Dame Cecily Saunders la nascita del primo hospice nel 1967.
L’idea di Saunders era quella di costruire dei luoghi adatti alla cura dei malati terminali, ove fosse possibile somministrare cure ad hoc e insieme creare un’atmosfera positiva e confortevole per il malato. L’apertura del St. Christopher Hospice, nella periferia di Londra rappresentava la costruzione di un luogo nuovo, che legava insieme l’ospedale e la casa. L’approccio della Saunders fu da subito considerato convincente; i malati recuperavano presto la dignità che i dolor...
Indice dei contenuti
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