CAPITOLO UNO
DEFINIZIONI E CARATTERISTICHE
1. 1. CENNI STORICI
La storia, le leggende, la variegata letteratura mitologica, le cronache di oggi e le favole non sono mai state avare di descrizioni che riguardino e parlino di maltrattamenti sui minori. Infatti, esempi agghiaccianti di infanticidi, sacrifici, violenze fisiche, sessuali, psicologiche, abbandoni, sfruttamento ed altre forme di abuso, popolano, come infiniti ed irrequieti fantasmi, un universo troppo insopportabilmente vasto da accettare: Kronos e i suoi figli diventati suo cibo, l’infanticida Medea con il suo fatale orgoglio, le fiabe di Hansel e Gretel o Pollicino, la strage degli innocenti ordinata dal re Erode, altri casi di abbandoni “illustri” come il neonato Mosè, di Romolo e Remo, il caso di Edipo bambino abbandonato dai genitori, antiche e moderne pulizie etniche a sfondo razziale, religioso o politico, sono solo alcuni e significativi casi reali e/o immaginari che raccontano di bambini che diventano vittime e, per alcuni autori, i miti raccontano una realtà che ha sempre accompagnato la storia dell’umanità (Correra e Martucci, 1988).
Maltrattamenti e violenze di cui non vi era quella consapevolezza che solo oggi si sta affermando. Grazie, infatti, ai mutamenti sociali e allo sviluppo delle scienze psicologiche e pedagogiche avvenuto negli ultimi decenni, il bambino, considerato sempre più come capace di sperimentare emozioni che hanno un valore strutturante per la sua vita futura, diventa una sorta di “razza protetta” che spinge culturalmente le nazioni, con i suoi relativi organismi nazionali e transnazionali, alla promozione della sua tutela e dei suoi diritti (Montecchi, 1994).
Una breve analisi storiografica ci permetterà di seguire questo percorso per capire come si è arrivati allo status quo attuale di bambino come persona umana in possesso degli stessi diritti di un adulto (anche se siamo ancora ben lontani dal aver raggiunto questo obbiettivo) e di come si è arrivati, in sintesi, all’accettazione di ciò che viene oggi denominata la “cultura dell’infanzia”.
Come accennato in precedenza, erano considerati naturali e anzi desiderabili i sacrifici di bambini e neonati per compiacere qualche divinità; anche l’uccisione di bimbi rifiutati dai genitori o deformati era praticata ed accettata da molte civiltà del passato. L’antica Roma stabiliva il diritto del pater familias di vita o di morte sui propri figli considerati quindi “proprietà” dei genitori (Correra e Martucci, 1988).
Dobbiamo aspettare il 529 d.C. per intravedere una prima parvenza di “protezione” del bambino quando l’imperatore Giustiniano promulgò con una legge l’istituzione di case per orfani e piccoli abbandonati. Nel Medioevo, le famiglie “spingevano” precocemente i figli (verso i 7 anni) fuori dal loro nucleo per affidarli ad istituzioni esterne che provvedevano così ad educarli con mezzi punitivi anche molto violenti. Queste violenze corporali, considerate allora come pedagogicamente utili e necessari, erano in uso anche nelle antiche civiltà (se ne hanno traccia già nei Sumeri). In molti paesi cristiani ci fu l’usanza di frustare i figli il giorno della commemorazione della festa degli Innocenti in ricordo del massacro di Erode. Il Protestantesimo calvinista usò applicare la dottrina della “deprivazione del fanciullo”, a loro detto, per salvarlo dal male insito in lui (Moro, 1989).
Le trasformazioni sociali e culturali a cavallo tra il XVII e il XIX secolo, con la sempre più ampia diffusione dell’urbanesimo, portarono all’abbandono di molti bambini, orfani o illegittimi, che venivano raccolti da mendicanti e costretti a rubare oppure venivano mutilati e storpiati, suscitando così maggiore compassione, per ottenere elemosine più consistenti. Dal XVII secolo si diffuse in tutti gli strati sociali il “baliatico” (precedentemente prerogativa della sola aristocrazia) che consisteva nell’affidare i neonati ad una nutrice, di solito povera contadina, che provvedeva alla sua cura. In realtà, le carenze igieniche, la denutrizione e gli abbandoni caratterizzavano questi “prestiti” i quali portavano ai decessi precoci di questi pargoletti con una mortalità addirittura doppia rispetto alle cure famigliari di origine. Con la Rivoluzione industriale le cose non andarono meglio: lo sfruttamento infantile aumentò la morbilità e la mortalità, considerando anche il fatto che potevano essere puniti violentemente dai vari responsabili o dirigenti aziendali per i più disparati motivi. Questo fenomeno si attenuò verso la fine dell’ottocento con l’introduzione, in tali paesi neo industrializzati, dell’obbligo scolastico. Scrittori e pensatori del XVIII secolo (Scott, Hugo e Dickens in primis) iniziarono ad affrontare le tematiche legate ai maltrattamenti infantili tanto che, nella costituzione post rivoluzionaria francese, si sottolineò l’importante assunto che “il bambino non possiede che diritti” anche se, per un altro secolo ancora, la situazione non era affatto cambiata per l’infanzia. Negli archivi ritrovati in istituti per orfani che si diffusero nel XIX secolo in Europa si evidenzia come i maltrattamenti subìti a danno dei bambini comportavano un decesso su quattro per stenti, incuria e violenze fisiche, tanto che iniziò a serpeggiare un malcontento diffuso e generale e si cominciò a considerarlo finalmente un vero e proprio problema sociale (V. Bastianon, R. De Benedetti Gaddini, in F. Ferracuti - a cura di -, 1989).
Nel 1852, il medico legale francese Ambroise Tadieu, nel suo lavoro “étude medico-légale des bléssures”, affronta il caso di due bambine decedute in seguito alle sevizie inflitte loro dall’istitutrice Celestine Doudet (Montecchi, 1994).
Paradossalmente fu un ente per la protezione degli animali a gettare le basi per imporre una tutela legalmente riconosciuta ai minori considerati ancora “oggetti” dei genitori (i quali si sentivano liberi di educarli con qualunque mezzo, anche crudele) nell’America del 1874: l’infermiere newyorkese Etta Wheeler denunciò a tale organizzazione, infatti, i soprusi e le angherie accompagnati da vere e proprie torture corporali, che una piccola vicina di casa incatenata al letto subiva senza soluzione di continuità in famiglia. L’ente animalista riconobbe il caso come “proprio” in base al suo statuto e intervenne per ottenere la salvezza della bambina. Dopo questo fatto venne fondata a New York la “New Society for the Reformation of Juvenile Deliquents” considerata storicamente la prima società a occuparsi di prevenzione dell’abuso all’infanzia (Montecchi, 1994).
Così, sotto la spinta di psicologi, medici e altri operatori sociali, furono create le condizioni culturali per riconoscere le esigenze e i bisogni affettivi e psicologici dei minori finché, nel 1925, venne approvala a Ginevra la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” in cui si afferma che il fanciullo deve essere posto in condizione di svilupparsi in maniera normale sia sul piano fisico che spirituale e che ha il diritto di essere nutrito, curato, soccorso e protetto da ogni forma di sfruttamento. Nel 1959 viene proclamata dall’Assemblea generale dell’ONU la “Carta dei diritti del fanciullo”, nella quale si ribadisce il diritto alla nascita, con cure adeguate alla madre e al bambino nel periodo pre e post-natale; il diritto all’istruzione, al gioco o alle attività ricreative; la protezione dalle discriminazioni razziali o religiose e il poter vivere in un clima di comprensione e tolleranza. Questo documento venne arricchito da una Risoluzione europea nel 1986 ponendo anche maggiori attenzione al problema dell’abuso all’infanzia e alla necessità di protezione del minore. Il consiglio d’Europa (1990) esprime, tra altri interventi specifici, la necessità di misure preventive a sostegno delle famiglie in difficoltà.
La “Convenzione sui diritti dell’infanzia” rappresenta lo strumento normativo internazionale più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia. Contempla l’intera gamma dei diritti e delle libertà attribuiti anche agli adulti (diritti civili, politici, sociali, economici, culturali). Costituisce uno strumento giuridico vincolante per gli Stati che la ratificano, oltre ad offrire un quadro di riferimento organico nel quale collocare tutti gli sforzi compiuti in cinquant’anni a difesa dei diritti dei bambini. La Convenzione è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989 a New York ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990. L’Italia ha in seguito ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n.176 e a tutt’oggi 192 Stati, un numero addirittura superiore a quello degli Stati membri dell'ONU, sono parte della Convenzione (dal portale dell’UNICEF italia – convenzione sui diritti dell’infanzia -) .
Dopo la sua formazione, importanti attività dell’Unione europea sono state elaborate in tale direzione. Sono state emanate in un primo momento direttive come la “Decisione n. 93/2000/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 24 gennaio 2000” relativa ad un programma d’azione comunitaria sulle misure preventive intese a combattere la violenza contro i bambini, i giovani e le donne (programma DAPHNE, 2000-2003). In seguito, tale programma è stato aggiornato con la decisione 803/2004/CE (DAPHNE II, 2004-2008) del 21 aprile 2004: il programma costituisce la seconda fase del programma Daphne.
L’obbiettivo è prevenire e combattere tutte le forme di violenza contro i bambini, i giovani e le donne mediante misure preventive e sostegno alle vittime. Il programma è inteso inoltre ad assistere le organizzazioni attive nel settore e a rafforzarne la cooperazione (dal portale dell’Unione Europea, http: //europa.eu/scadplus/leg/it/lvb/l33299.htm).
Torniamo però di nuovo indietro nel tempo per analizzare più dettagliatamente i contributi medici che hanno portato a questo processo di sensibilizzazione nei confronti dei diritti del minore.
Negli anni 40 e 50, si divulgano le prime descrizioni su casi di bambini picchiati (tra lo scetticismo generale della classe medica): Ingraham riconosce per primo l’origine traumatica degli ematomi subdurali nei bambini percossi alla testa; Caffey scopre nel ’46 una relazione tra emorragia cerebrale e fratture ossee. Silverman (1953), Wooley ed Evans (1955) riportano confessioni di negligenza e aggressioni da parte delle famiglie. Kempe e Silverman (1962) parlano di “sindrome del bambino battuto” precisando gli elementi clinici e radiologici utili alla diagnosi e l’importanza dell’inchiesta con i genitori. Fontana (1964), estende il concetto di maltrattamento alle condizioni di malnutrizione, carenze di cure familiari e maltrattamento. Nel 1976, Kempe abbandona il vecchio concetto di “sindrome del bambino battuto” per abbracciare quello più completo e aggiornato di “child abuse and neglet”.
Il primo contributo italiano allo studio di tale fenomeno risale a Rezza e De Carlo (1962) che denunciarono questa cruda realtà. I dati clinici confermavano numerosi esempi di violenza malgrado e nonostante l’indifferenza dell’intero settore sanitario (Rezza, Rezza, 1983; Caffo, 1982; Amminiti et al., 1981; Gaddoni et al., 1992, citati in Montecchi, 1994) ma i media, a partire degli anni ’80, iniziano ad occuparsi inesorabilmente della violenza intrafamiliare e i maltrattamenti all’infanzia (Montecchi, 1994).
Questo ritardo va attribuito, per alcuni autori, al carattere prevalentemente “chiuso” del sistema “famiglia” e all’inaccettabilità di ammettere l’esistenza dei maltrattamenti all’interno delle quattro mura di casa soprattutto in famiglie che non presentano patologie evidenti (De Ajuriaguerra, Marcelli, 1984).
Leschiutta (1979) analizza il fenomeno in una prospettiva sociologica e nel 1979 nasce a Bologna l’Associazione italiana per la prevenzione all’abuso, attiva nell’organizzare convegni interdisciplinari.
Nel 1981 nasce a Milano il Centro di aiuto al bambino maltrattato e alla famiglia in crisi il quale darà vita al CAF e CBM nel ’85. Il primo dà molta importanza alla fase del pronto accoglimento del minore affiancata da trattamenti psicoterapici a breve termine sia per il bambino che per i genitori; il secondo si occupa della diagnosi e la prognosi sulla recuperabilità della famiglia e l’eventuale terapia.
Nel ’87 è stata attivata una linea telefonica nazionale rivolta alla prevenzione dell’abuso: il Telefono Azzurro. Dal ’88 è stato istituito a Cagliari il Numero Blu per prevenire i casi di maltrattamento sul bambino.
A Roma, nell’Ospedale del Bambin Gesù, il servizio di Psichiatria e Psicoterapia ha elaborato un protocollo di intervento comprendente il rilevamento, la diagnosi e il trattamento dei casi giunti presso la struttura in un’ottica interdisciplinare. Nel frattempo, altri centri sono sorti in tutto il territorio nazionale e ciò ha portato all’esigenza di creare un coordinamento dei suddetti servizi che operano in Italia come il CISMAI (Coordinamento Italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) con sede legale a Milano la quale si propone in generale di costituire una sede permanente di carattere culturale e formativo nell’ambito delle problematiche inerenti le attività di prevenzione e trattamento della violenza a danno di minori con particolare riguardo all’abuso intrafamiliare.
Comunque, recenti ricerche svolte negli USA e in Europa hanno messo in rilievo la difficoltà di stimare la frequenza e la prevalenza dei casi di abusi all’infanzia per cui i dati ufficiali risultano sicuramente inferiori alla realtà (Montecchi, 1994).
Un’altra amara e pesante certezza è, come accennato prima, la consapevolezza che siamo ancora lontani dall’aver dato ai bambini dei cinque continenti quei diritti e quella tutela necessari alla loro crescita come emerge purtroppo, tra i tanti, anche dall’ultimo Rapporto UNICEF sulla “Condizione dell’Infanzia nel mondo 2006”. In tale rapporto viene denunciata “l’invisibilità” di centinaia di milioni di minori oggetto di gravi forme di sfruttamento e discriminazione (Rapporto UNICEF, 2005) ma sono anche presenti le migliaia di tragedie familiari (e non) riportate dalle cronache dove, ricordiamolo ancora, a pagare un caro prezzo sono ancora e sempre loro. In particolare, in Italia, “…pur essendo una realtà positivamente marcata dalla presenza di competenze di pensiero ed operative eccellenti in materia, il lavoro quotidiano con famiglie e bambini in difficoltà ci obbliga costantemente a fare i conti con alcuni gravi ritardi del nostro sistema sociale (drammatiche le conseguenze della riduzione dei fondi per le politiche sociali), sanitario e di tutela, che spesso si trasformano in rischi di nuova vittimizzazione per chi già deve sostenere un costo elevato in termini di benessere e salute ...