Alcune riflessioni sulla teologia del Logos nell'A Diogneto: dalla sua identità alla sua didascalia
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Alcune riflessioni sulla teologia del Logos nell'A Diogneto: dalla sua identità alla sua didascalia

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Alcune riflessioni sulla teologia del Logos nell'A Diogneto: dalla sua identità alla sua didascalia

Informazioni su questo libro

Nel presente lavoro vengono illustrate le principali linee di approccio alla tematica della teologia del Logos nell'A Diogneto, sottolineandone, in particolare, il senso della sua identità e della sua didascalia. Partendo da un'analisi dettagliata dell'A Diogneto, l'autrice delinea i tratti portanti dell'entità del Logos nel mysterion, per poi passare, nell'ambito della nuova economia della salvezza, a rilevarne i motivi della sua venuta, con particolare riferimento agli aspetti e agli effetti della sua attività didascalica nel mondo.

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Informazioni

Anno
2015
Print ISBN
9788867510887
eBook ISBN
9788891178992
Categoria
Religion
1. IDENTIFICAZIONE DEL LOGOS
1.1. Il Logos è Verità e Santo
L'anonimo autore in 7,2 presenta, fin dall'inizio, Dio παντοκράτωρ e παντοκτίστης:
È stato veramente Dio in persona, l'Onnipotente (παντοκράτωρ), il creatore di tutto (παντοκτίστης), l'invisibile (ἀόρατος), proprio lui, che dai cieli ha insediato e solidamente fissato nei loro cuori la verità (ἀλήθειαν) e la parola (λόγον) santa (ἃγιον) e incomprensibile (ἀπερινόητον) agli uomini.1
Il termine παντοκράτωρ ricorre in 2Cor 6,18: "e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente (παντοκράτωρ)", e in Apocalisse 1,8: "Io sono l'Alfa e l'Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente! (παντοκράτωρ)".2 Tale termine attesta la suprema autorità e potenza di Dio su tutta la creazione.
Il secondo termine, parimenti al primo, riprende la tematica veterotestamentaria della creazione di tutte le cose da parte di Dio, resa evidente in tono enfatico in 2Mac 1,24: "La preghiera era formulata in questo modo: Signore, Signore Dio, creatore di tutto (πάντων κτίστης), tremendo e potente, giusto e misericordioso" e in Sir 24,8:
Allora il creatore dell'universo (κτίστης ἁπάντων) mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele.
Se da una parte l'anonimo autore si avvale dei termini greci παντοκράτωρ e παντοκτίστης per mostrare al suo interlocutore che Dio è creatore, dall'altra confuta la dottrina greca dell'immutabilità di Dio, al fine di chiarire e, al contempo, di diffondere la verità cristiana su Dio padre. Per i pensatori greci, Dio non può mutare il suo essere per farsi altro da sè, perchè in sè è un essere perfettissimo.3 Questa contraccusa era in bocca al platonico Celso che riteneva impossibile pensare che Dio (o suo Figlio) potesse scendere tra gli uomini per salvarli, nè tantomeno per creare tutto quanto è nel mondo:
Una parte dei cristiani e gli Ebrei dicono che un dio o un figlio di dio è sceso in terra (per gli uni) o vi scenderà (per gli altri) come giudice delle cose del mondo. Questa è una turpitudine la cui confutazione non necessita neppure di un lungo discorso.4
Alla luce di ciò l'apologetica nell'a Diogneto acquista un duplice volto: essa è un'erma bifronte, dove l'autore nel mentre mostra al suo interlocutore la verità di un Dio che crea le cose che sono nel mondo, dall'altra combatte lo stesso concetto in ambito greco, per rendere più pienamente intuibile all'interlocuore la novità del mistero cristiano. I due concetti rappresentano o meglio formano le due facce della medaglia, delle quali si compone il discorso apologetico. L'anonimo autore, affermando che Dio ha posto nel cuore degli uomini la verità, si distanzia implicitamente dalla concezione greca della immutabilità di Dio; concezione che in Celso prende piede per mostrare la infondatezza di una dottrina cristiana che crede in un Dio che scende sulla terra per salvare l'uomo. Celso, sulla falsariga del pensiero greco, sostiene che tale dottrina sia assurda per una serie di ragioni: - per il fatto che Dio non ha alcun motivo per scendere tra gli uomini:
Infatti, quale può essere per Dio il senso di tale discesa? La conoscenza delle umane cose, forse? Ma non le conosce tutte? O forse le conosce sì, ma non le corregge né gli è possibile correggerle con la sua divina potenza se non inviando a questo scopo qualcuno in carne ed ossa?.5
- per il fatto che Dio sconvolge l'ordine dell'universo:
Ma se Dio in persona scenderà tra gli uomini – come essi vogliono – ne segue che Egli lascerà la sua sede. E poi, se si muta anche un minimo particolare delle cose di quaggiù, si sovvertirà tutto l'universo.6
Origene, nel suo contro Celso, risponderà al suo interlocutore che la discesa di Cristo tra gli uomini non comporta l'abbandono di un luogo in alto per cambiare le cose sulla terra,
come crede Celso, che dice:«Se infatti tu cambi anche solo la più infima tra le cose di quaggiù, saranno rovesciate e distrutte tutte le altre». Se invece bisogna dire che alcune cose cambiano per la presenza della potenza di Dio e per la venuta del Logos fra gli uomini, noi non esiteremo a dire che colui che ha accettato la venuta del Logos di Dio nella sua anima cambia dalla malvagità alla virtù, dalla dissolutezza alla saggezza, dalla superstizione alla devozione".7
Nell'A Diogneto si riflette in nuce il pensiero di Origene, in quanto il Logos attecchisce solo nel cuore dell'uomo che ha accettato la sua venuta; conseguentemente il Logos ne dispendia i suoi effetti lenitivi e salvifici.
- per il fatto che Dio è immutabile nel suo essere, in quanto la caratteristica della mutabilità, dichiara Celso, appartiene solo all'essere umano:
Se egli scende tra gli uomini, è necessario che subisca un mutamento e per di più un mutamento dal bene al male, dal bello al brutto, dalla felicità alla infelicità, dall'ottimo al pessimo. E chi potrebbe volere per sè un tale mutamento? Inoltre sono impliciti nella natura del solo essere mortale il cambiare il trasformarsi, in quella dell'esere immortale è implicito il permanere nella stessa ed identica condizione. Pertanto Dio non potrebbe accettare nemmeno questo mutamento (...). 18. Dunque: o Dio si muta veramente in corpo mortale, come costoro affermano, e ne abbiamo già dichiarata l'impossibilità; oppure non si muta in sè e per sè, ma ne crea l'impressione in chi lo vede.8
Celso aggiunge che è cosa assurda ritenere che Dio si preoccupi dell'uomo e che abbia mandato suo figlio unigenito per salvare dalla morte eterna chi crede in lui, perchè per lui "queste pretese si potrebbero tollerare in una discussione tra vermi e rane più che nella disputa tra Ebrei e Cristiani".9 Per Celso quindi è roba da vermi credere che Dio scenda nel mondo per togliere i mali dal mondo e per correggere i peccatori, perchè "i mali non provengono da Dio, ma sono connessi alla materia".10
Dalla descrizione delle qualità proprie di Dio, l'anonimo autore passa a quella delle sue azioni nel mondo: Dio pose tra gli uomini la ἀλήθεια (Verità) che è il Logos ἅγιος (santo), stabilendolo nei loro cuori. Egli si avvale del concetto di ἀλήθεια tanto caro alla filosofia greca.
La Verità era una categoria concettuale identificata da Aristotele con la filosofia.11 Per il grande filosofo solo questa disciplina poteva sollevare gli animi dalle inquietudini terrene in quanto pura contemplazione, scevra da ogni fine pratico ed unica strada, per l'uomo, attraverso cui raggiungere la felicità. L'uomo raggiungeva, appunto, la Verità nella phronesis (saggezza).12
Nel nostro contesto, quello dell'A Diogneto, la Verità non è intesa in senso aristotelico, ma in senso prettamente cristologico, alla stessa stregua di Giovanni che in 14,6 riporta esplicitamente tale concetto tramite il discorso stesso di Gesù: "Io sono la via, la Verità e la vita". Quindi Cristo è la nostra Verità, è la Verità stessa, non la phronesis; è una realtà concreta e cosciente, non una categoria astratta come lo è la capacità di raziocinio propria dell'uomo. Il Logos è la Verità, la totale realtà del dono del Padre, ed è sorgente di vita per gli uomini, perché in Gv 14,6, come nell'A Diogneto, lo stesso termine designa Cristo, unica via di accesso al Padre.
Inoltre per l'autore dell'A Diogneto il Logos, posto nel cuore degli uomini, li trasforma interiormente. La scelta di Dio che postula da questi una risposta responsabile, la coerenza di una fede credente che fa del cristiano un missionario sono fatti, iniziative di Dio e libere scelte a favore dell'uomo, indipendentemente dai suoi meriti. Nell'A Diogneto ricorre il pensiero paolino, secondo il quale Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini perché arrivino alla conoscenza della Verità: "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della Verità, che è Cristo" (1Tm 2,4). Anche se in forme diverse, ogni cristiano è tenuto a trasmettere agli altri il vangelo della salvezza; perciò la Parola divina è collocata nel cuore dell'uomo che, con spirito di servizio ed umiltà, l'accetta ponendosi alla Sua sequela.
Il termine ἀλήθεια, in forza della sua origine ellenistica, porta in sé un carattere impersonale, quasi a voler significare una influenza del Padre, una emanazione o una forza che scende dal Padre per venire ad abitare nel cuore dell'uomo. A tal riguardo Marrou mette in evidenza il pericolo del modalismo13: il Figlio apparirebbe, nella sua qualità astratta, un modo di essere dell'unico Dio. Ad alimentare questo pericolo è la passività del Verbo, considerato come un oggetto nelle mani del Padre.14 Anche Lienhard avverte l'assoluta dipendenza del Figlio nelle mani del Padre. Nella sua oggettività il Logos perderebbe il carattere di soggetto cosciente. Il termine greco ἀπερινόητος (incomprensibile) attesterebbe, per l'anonimo autore, l'assoluta inconoscibilità del Logos.
L'aggettivo ebraico qādôš (santo) implica negativamente una separazione tra l'uomo e Dio, posit...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. INDICE
  5. PREFAZIONE
  6. INTRODUZIONE
  7. 1. IDENTIFICAZIONE DEL LOGOS
  8. 2. PRINCIPI EURISTICI DEL LOGOS
  9. 3. I FONDAMENTI EZIOLOGICI DELLA VENUTA DEL LOGOS
  10. 4. IL "MYSTERION"
  11. 5. L'ECONOMIA DELLA SALVEZZA
  12. 6. IL LOGOS DIDASKALOS
  13. CONCLUSIONE
  14. BIBLIOGRAFIA