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Il Sogno di Platone, Avventura indiana, Cosi-Sancta: tre racconti di Voltaire
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Il Sogno di Platone, Avventura indiana, Cosi-Sancta: tre racconti di Voltaire
Informazioni su questo libro
Nel boccaccesco racconto Cosi-Sancta (1746), testo fintamente mutuato da La Città di Dio di Sant'Agostino, la protagonista si troverà, suo malgrado, a tradire suo marito per ben tre volte, nonostante le sue intenzioni siano sempre state virtuose. Cosi-Sancta dovrà svelare un arcano, rispondendo a un quesito alquanto singolare: può da un piccolo male derivare un grande bene?
Ne Il Sogno di Platone (1756), Voltaire immagina che il filosofo ateniese abbia avuto un sogno, nel quale fantastica di una ipotetica diatriba scaturita tra i geni che hanno creato i vari pianeti. Uno di questi deride con malizia Demogorgone, il creatore della Terra, rinfacciandogli di aver plasmato un pianeta imperfetto. La sentenza del grande Demiurgo, nondimeno, risulta essere una lezione piuttosto pungente, accompagnata da una scarsa dose di modestia.
Nella Avventura indiana (1766), il filosofo parigino ci racconta di un Pitagora sventurato il quale, trovandosi in India, assiste al supplizio di due giovani indiani condannati al rogo per aver dubitato della sostanza di due divinità indù. Tuttavia, egli riuscirà a salvarli anche se, per uno scherzo del fato, non riuscirà a salvare se stesso. Non a caso, la lapidaria chiosa finale porta con sé un'amara ironia: "si salvi chi può!".
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Informazioni
Argomento
LetteraturaCategoria
ClassiciCOSI-SANCTA
UN PICCOLO MALE PER UN GRAN BENE
NOVELLA AFRICANA
(1746)
È una massima falsamente stabilita quella che proibisce di commettere un piccolo male da cui un maggior bene ne potrebbe derivare. Ne era pienamente certo Sant’Agostino, com’è facile intuire dal racconto di questa piccola avventura giunta alla sua diocesi, sotto il proconsolato di Settimio Acindino, riportato nel libro della Città di Dio.
V’era ad Ippona un vecchio curato, grande istitutore di confraternite, confessore di tutte le fanciulle del sobborgo, il quale aveva la notorietà d’esser un uomo ispirato da Dio, poiché presagiva il futuro, abilità che gli riusciva abbastanza bene.
Gli presentarono un giorno una giovine di nome Cosi-Sancta: era la più bella donna della provincia. Ella aveva un padre e una madre giansenisti, i quali l’avevano cresciuta coi principi della più austera virtù; e di tutti gli amanti ch’ella aveva avuto, nessuno potette causarle, durante le sue preci, un momento di distrazione. Le era stato presentato da qualche giorno un vegliardo raggrinzito di nome Capito, consigliere del tribunale d’Ippona. Era un omuncolo burbero e scontento, a cui non mancava lo spirito, pungente d’eloquio, beffardo e abbastanza buontempone. Era d’altronde geloso come un veneziano, e per nulla al mondo si sarebbe accontentato d’esser l’amico dei pretendenti di sua moglie. La giovane creatura faceva tutto quello che poteva per amarlo, perché doveva divenire suo sposo. Gli era caparbiamente fedele, e tuttavia, la cosa non le riusciva molto.
Dunque chiese consiglio al curato per sapere se il suo matrimonio sarebbe stato felice. Il buon’uomo le disse con tono profetico: “Figlia mia, la tua virtù causerà molte sventure, ma un giorno, sarai beatificata per essere stata infedele a tuo marito per tre volte”.
L’oracolo stupì e imbarazzò ferocemente l’innocenza della povera giovine. Ella pianse, mentre chiedeva spiegazioni, pensando che quelle parole celassero un qualche senso mistico. Eppur l’unica spiegazione che le diedero fu che i tre tradimenti non dovevano intendersi come incontri con lo stesso amante, bensì si parlava di tre avventure diverse.
Allora Cosi-Sancta s’avvampò in urla, lanciò qualche ingiuria, e promise che non sarebbe mai stata beatificata. Nondimeno lo fu, come vedrete.
Si sposò poco tempo dopo: le nozze furono assai galanti. Riuscì a sopportare piuttosto bene le contumelie che subì, tutti gli insignificanti equivoci, tutte le volgarità mal celate, di cui il pudore delle giovini mogli ostenta di consueto imbarazzo. Danzò con tanta grazia con giovanotti ben messi e assai graziosi, che suo marito trovava d’un aspetto tanto laido.
Si mise a letto d’accanto al piccolo Capito, con un po’ di ripugnanza. Trascorse una buona parte della notte dormendo, e si risvegliò ancor tutta sognante. Eppure, non era suo marito l’oggetto della sua fantasticheria, quanto piuttosto un giovanotto di nome Ribaldo, che le era balenato nel pensiero senza conoscerne la ragione. Il giovane uomo pareva plasmato dalle mani d’Amore: aveva grazia, fierezza e bricconeria. Era un po’ indiscreto, ma soltanto con le altre donne che gli volevano bene: era l’idolo di tutta Ippona. Aveva messo l’una contro l’altra tutte le donne della città, così come con tutti i mariti e tutte le madri. Amava di consueto con leggerezza, e un po’ per vanità; tuttavia, amò Cosi-Sancta per diletto, e l’amò ancor più perdutamente, allorché la conquista diveniva più travagliata.
In principio, egli s’era impegnato a compiacere il marito quale uomo d’ingegno. Gli s’approcciava in mille modi, si complimentava del suo bell’aspetto e della sua diretta e galante arguzia. Perse del danaro al gioco in suo favore, e giorno dopo giorno acquistò fiducia in lui per ogni cosa. Cosi-Sancta lo considerava il più affabile al mondo, e lo amava più di quanto potesse immaginare. Non sospettava di nulla, ma suo marito sì. Sebbene ricevesse tutto l’amore che un uomo della sua sorta potesse avere, fu colto dal presentimento che le visite di Ribaldo non fossero destinate solamente a lui. Trovò dunque un pretesto per rompere col giovane, e non gli permise più di metter piede in casa sua.
Cosi-Sancta si corrucciò, senza però far nulla trapelare. Ribaldo, innamorandosi ancor di più per tali avversità, trascorse tutto il suo tempo a fremere per il momento di rivederla. Si travestì da monaco, da rigattiera, da burattinaio; eppur non fece abbastanza per trionfare sulla sua amata, e fece troppo per non passare indenne all’occhio del marito. In tal modo, Cosi-Sancta s’era accordata col suo amante, così da prender le precauzioni necessaria acciocché il marito non sospettasse nulla. Nondimeno, siccome ella combatteva contro la sua bramosia e non aveva nulla da rimproverarsi, riuscì a salvare tutto, a eccezione delle apparenze, e suo marito la credeva assai colpevole.
L’omuncolo, che s’era molto adirato, e che pensava che la sua gioia dipendesse dalla fedeltà della moglie, crudelmente l’oltraggiò, e la punì a causa della sua beltà. Cosi-Sancta si ritrovò nella più orribile situazione in cui una donna possa essere: accusata ingiustamente, maltrattata da un marito al quale era fedele e consunta da una violenta passione, ch’ella cercava di soffocare.
Così credette che, se il suo beneamato avesse smesso coi suoi inseguimenti, suo marito avrebbe desistito con le sue iniquità, così da risultarne un poco appagata al fine di guarire da un amore che nulla più avrebbe alimentato. In tal previsione, s’azzardò a scrivere questa lettera a Ribaldo:
“Se la virtù è vostra alleata, cessate di rendermi infelice: m’amate, ed il vostro amore m’espone ai sospetti e alle violenze d’uno sposo a cui mi son resa per il resto dei miei giorni. Bontà divina, fa’ che questo sia il solo rischio che debba correre! Abbiate pietà di me, rinunziate alle vostre attenzioni; ve ne scongiuro per questo stesso amore che fa la vostra e la mia sventura, e che giammai potrà rendervi felice.”
La povera Cosi-Sancta non aveva previsto che una lettera così amorevole, sebben così virtuosa, avrebbe sortito un effetto contrario a quello che aveva sperato. Arrise ancor di più il cuore del suo amante, che decise di mettere a repentaglio la propria vita per vedere la sua beneamata.
Capito, ch’era abbastanza sciocco da voler essere avvisato di tutto, e che aveva a suo seguito delle spie, fu avvertito che Ribaldo s’era travestito da carmeli...
Indice dei contenuti
- Introduzione
- Nota al lettore
- COSI-SANCTA
- IL SOGNO DI PLATONE
- (1756)
- AVVENTURA INDIANA
- Ringraziamenti
- Biografia dell'autore
- Biografia del traduttore
- La bottega dei traduttori
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