Il filosofo e il suo schermo. Video-interviste confessioni monologhi
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Il filosofo e il suo schermo. Video-interviste confessioni monologhi

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Il filosofo e il suo schermo. Video-interviste confessioni monologhi

Informazioni su questo libro



Il rapporto tra l'intellettuale e i media, nelle differenti forme in cui esso si articola in epoca contemporanea, è una questione di grande attualità. Il volume si propone di approfondire questo rapporto da un punto di vista filosofico e critico, seguendo diverse linee prospettiche. In particolare: il senso e il valore che assumono l'apparire sugli schermi (sia quelli tradizionali che quelli interconnessi al web) e la "presentazione" mediale del proprio corpo; il funzionamento teorico-pratico del dispositivo delle interviste e delle video-interviste; i margini di validità del discorso del filosofo quando esso si dà su supporti non tradizionali.

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Informazioni

Anno
2016
Print ISBN
9788892617865
eBook ISBN
9788892634893

Intervista sull’intervista

Valerio Magrelli1
– Innanzitutto grazie, Valerio, di avere accettato questa intervista sull’intervista.
– Figurati.
– Mi stavi dicendo, poco fa, di Truman Capote…
– Sì. Di recente ho letto A sangue freddo
– … dove Capote utilizzava l’intervista nella scrittura del romanzo...
– … esattamente, e c’è una bellissima citazione sulle interviste che mi ero segnato, circa una sua intervista a Marlon Brando. Dice Capote: «Il segreto dell’arte di intervistare – ed è davvero un’arte – è far sì che l’altro pensi che sia lui a intervistarti. Tu cominci a raccontargli di te, e piano piano tessi la tua rete finché l’altro non ti racconta tutto di sé. Ecco come ho messo in trappola Marlon»2.
– Siamo già entrati nel vivo del discorso: il ruolo joué dall’altro, in un’intervista, non è facilmente definibile. Chi è l’altro? C’è questo gioco delle parti, ci sono scambi e passaggi a vuoto, ma non si definisce mai davvero un campo (è campo d’azione o di re-azione?). E già in I daltonici della parola, articolo apparso su “Il Messaggero” nel 1989, avevi messo a fuoco il tema di un altro che si dà proprio nella struttura discorsiva delle interviste. Vale la pena riprenderlo: «Nate con l’affermarsi della stampa, e dunque intimamente connesse allo sviluppo dell’industria culturale, le interviste hanno avuto tra i loro protagonisti sia eroi ermetici ed alteri come Mallarmé, sia geniali sabotatori letterari quali Tzara o Duchamp. Scorciatoie, riassunti, succhi, estratti: ecco il senso di questi efficacissimi strumenti giornalistici. E poi, l’autore dal vivo, che parla in prima persona come in un testimonial pubblicitario. Dietro un procedimento tanto moderno, si nasconde l’antica tradizione dialogica con cui si inaugura la storia del pensiero occidentale. Infatti, nel trascrivere i colloqui del suo maestro, Platone mette in scena un sapere basato sul confronto e sullo scambio. Grazie a quest’arte ostetrica, il maieuta interroga l’allievo per aiutarlo a partorire le proprie idee. Ma che succede quando le parti si invertono? Che accade se a guidare la conversazione non è più Socrate, bensì il suo scolaro?»3
– In effetti, devo dire che I daltonici della parola è, in fondo, l’unico testo minimamente approfondito che ho fatto sull’intervista.
– Riflettevi non solo sul funzionamento ordinario dell’intervista (A “interroga” unilateralmente B) facendo riferimento, fra l’altro, al tema dell’industria culturale, ma anche sul malfunzionamento, sul funzionamento “differente” rispetto all’attesa, persino su una certa impossibilità strutturale di ogni intervista. L’intervista, mi sembra, ti interessava anche per i suoi inceppamenti… Sul piano teorico, in un’intervista le due cose, cioè il funzionamento ordinario e l’impos-sibilità, in fondo convivono. Ma veniamo ora, più direttamente a te. Qual è il tuo rapporto con l’intervista?
– La cosa che mi sta più a cuore dire, è come, dal mio punto di vista, l’intervista per certi versi rientri nel genere letterario della committenza: come la committenza – pensiamo ai quadri, alle poesie o alle musiche su committenza – si presenta innanzitutto come qualcosa di completamente altro, estraneo rispetto al lavoro che un autore sta sviluppando in un determinato momento. Simile all’offerta di una prestazione su richiesta, l’intervista è qualcosa che letteralmente piove dal cielo. Quindi, a prima vista, si tratta di affrontare la sfera più esterna, direi la più lontana, rispetto al fulcro, al cuore delle proprie ricerche. Dico questo perché da parte mia, come poeta, ritengo che l’invito su commissione sia una delle cose più preziose che esistano, e paradossalmente proprio per via della sua estraneità: è un meteorite che piomba in mezzo a un campo di lavoro, e si direbbe completamente estraneo – è la parola giusta – al nostro io. Viceversa (e qui sta invece la bellezza dell’intervista), alla fine di un curioso percorso di “addomesticamento” dell’altro e dell’estraneo, una richiesta tanto peregrina può rivelare un’inattesa forza maieutica. In breve, cioè, un’intervista che funziona rappresenta una vera e propria arte, come quando un lavoro su commissione entra in sintonia con l’autore che lo ha accettato. Alcune volte, cioè, tali incontri ci obbligano a scoprire cose che non sapevamo di sapere.
– Maieutica, Socrate rovesciato (non sapere di sapere), doman-da/risposta… è questo?
– È un po’ complicato. Mi voglio spiegare con un esempio. Due anni fa ero ospitato all’Istituto Italiano di cultura di Londra. Un mese circa, per uno scambio. Tenevo delle conferenze e partecipavo ad alcune iniziative dell’Istituto. Un giorno mi domandarono di intervenire su un quadro restaurato. Io lo feci alla mia maniera. Decisi di scrivere otto sonetti, cosa che non faccio quasi mai (quindi: prima forma di estraneità, di incursione in un territorio nuovo). Non solo: decisi di scriverne addirittura quattro in inglese. Il tema era appunto quello di un quadro restaurato. Mi arriva il tema e reagisco come se si trattasse di una delle cose più meccaniche e estranee che possano capitare a uno scrittore. Io cito spesso il fatto che Valéry partecipò alla réclame di un’acqua minerale, che D’Annunzio scrisse una poesia su una specie di panettone abruzzese… Capita, appunto, per guadagnare due soldi. C’è una lunghissima tradizione; e non parliamo poi di poeti che hanno fatto pubblicità. Mi viene in mente Giudici… Insomma, dicevo che affronto l’argomento del quadro restaurato, come se si trattasse di qualcosa di totalmente remoto. Ebbene, mentre scrivo questi testi (è una cosa singolare – potrebbe avere a che fare con l’essermi avviato sulla via dell’Alzheimer – ma non è questo il punto), mentre scrivo, dicevo, ho avuto una specie di illuminazione: mi sono “ricordato il mio passato”! Infatti, da ragazzo ho vissuto in una casa in cui mia sorella, destinata a diventare restauratrice professionista, aveva invaso tutti gli ambienti di tele piene di vernici, acidi, con cattivi odori, arnesi bizzarri, fastidiosi ingombri… Sembra assurdo, lo so, ma è così. A me non interessa l’elemento psicologico del mio disturbo (uno potrebbe dire: ma come, possibile che non lo ricordavi?). Sì, non ricordavo nulla. O, meglio, non l’avevo mai preso in considerazione come tema di una possibile riflessione.
Quindi, se parlo di attività maieutiche nella stesura di un’intervista, è perché questa pratica ha la meravigliosa e paradossale capacità di ottenere l’inverso di quello che apparentemente dovrebbe svolgere. Tanto più è lontana dai nostri interessi, tanto più – a volte – si rivela stupefacentemente vicina a noi. A me è capitato, e mi capita spesso, di prendere appunti durante le interviste! Vengo portato a fare associazioni, accostamenti dei quali resto io stesso, per primo, stupito. Ma, ripeto, non stupito come qualcuno che venera se stesso alla stregua di un oracolo, bensì, al contrario, stupito perché è come se avvertissi che dentro di me c’è qualcosa che latita, e che, per venire alla luce, ha bisogno di una simile intrusione apparentemente arbitraria e incongrua. Quando funziona, l’intervista rappresenta una preziosa forma di scoperta interiore.
– Quanto mi rispondi è molto “tuo”. Ci trovo tracce precise del tuo lavoro di ricerca, poetica e non solo. Compresa questa idea di “traduzione” di un estraneo nel proprio o, per meglio dire, l’idea di risonanza, di auscultazione inattesa tra due corpi, tra A e B. Nell’intervista prendono forma strane risonanze tra A e B, risonanze anche fisiche, nel senso addirittura della memoria; che accadono inspiegabilmente (per fortuna) ma che erano già lì, da qualche parte.
– Sì, certamente. Inattese.
– Se rileggiamo I daltonici della parola, troviamo forse un’anticipazione “teorica” di questi motivi “personali”: sia nel tema maieutico sia nel tema di uno scarto traumatico-inatteso rispetto a se stessi. Definivi, difatti, le interviste «genere letterario […] spurio, impreciso, confuso e tuttavia dotato di una forza talvolta traumatica»4.
Ti volevo ora chiedere del tuo rapporto con altre forme di intervista, come quelle video. Sei apparso diverse volte, nel corso degli anni, sugli schermi televisivi e sei stato anche protagonista del documentario Sopralluoghi, di Filippo Carli5, che esce nel 2005. Che rapporto hai con lo s...

Indice dei contenuti

  1. Il filosofo e il suo schermo
  2. Indice
  3. Titolo Pagina
  4. Copyright
  5. Interviste, filosofi e schermi. Questioni aperte
  6. Le “interviste impossibili” (e l’impossibilità dell’intervista)
  7. Stravaganze. Annotazioni sull’addio in immagini
  8. Mille mani. Scrittura e transindividuazione nelle conferenze on line di Bernard Stiegler
  9. “Cosa state facendo di voi stessi?” Guattari e la televisione, verso un’era post-media
  10. La decostruzione in voce. Tra Jacques Derrida e Carmelo Bene
  11. “Chi è lei, professor Foucault?”
  12. Il Dialogo di Genere. Carla Lonzi e Autoritratto
  13. Il filosofo e l’intervista: considerazioni su Gadamer (e Heidegger)
  14. La filosofia e il suo schermo
  15. Linguaggio diretto e linguaggio riflesso: ambiguità e trappole dell’intervista filosofica
  16. In ritardo in orario fuori orario
  17. Intervista sull’intervista

Domande frequenti

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