L'evoluzione dell'immagine della donna nell'Italia degli anni Cinquanta
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L'evoluzione dell'immagine della donna nell'Italia degli anni Cinquanta

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L'evoluzione dell'immagine della donna nell'Italia degli anni Cinquanta

Informazioni su questo libro

Attraverso lo spoglio di due importanti e influenti riviste dell'Italia del dopoguerra – Vie Nuove, Famiglia Cristiana – l'autrice ricerca e riporta i vissuti e le esperienze delle nostre nonne e delle nostre madri, italiane degli anni Cinquanta, cioè di un tempo difficile, poco studiato e intermedio tra gli anni della Resistenza e gli anni Sessanta, maggiormente associati ai primi movimenti femministi.

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Informazioni

Anno
2018
Print ISBN
9788827802618
eBook ISBN
9788827810729
CAPITOLO 1
LA CONDIZIONE SOCIALE,
CIVILE E POLITICA
DELLA DONNA
NELL’ITALIA DEGLI ANNI CINQUANTA.
«Non desidero che le donne
abbiano potere sugli uomini
ma su se stesse».
Simone De Beauvoir
1. L’EREDITÀ DEL FASCISMO E DELLA RESISTENZA.
Per meglio analizzare e comprendere l’evolversi dell’immagine del femminile nell’Italia degli anni ’50, ritengo sia utile ricordare la concezione, le scelte politiche adottate e gli stereotipi culturali, riguardanti le donne e la femminilità, che si delinearono negli anni della dittatura fascista prima e negli anni della guerra poi. Tutto questo influenzò, naturalmente, non solo l’immaginario collettivo riguardo la femminilità, ma anche il vissuto stesso delle donne italiane negli anni ’50.
«La dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale».1
Le esigenze politiche e strategiche del regime generarono un sistema patriarcale che sottolineava la natura distinta di uomini e donne a vantaggio degli uomini; un sistema particolarmente repressivo ai danni delle donne, inteso a ridefinirne e ridurne diritti e ruoli come cittadine e come lavoratrici, a controllarne la partecipazione sociale e politica, e a gestirne la sessualità.
Al fascismo italiano occorreva consolidare il potere nazionale, regolamentare e rafforzare la politica economica e del lavoro per attuare una svolta in senso autarchico e bellicista; a questo fine fece proprie, insieme a concezioni antiliberali, razziste e militariste, anche concezioni antifemministe, e divenne un nuovo «sistema di sfruttamento a base sessuale».2
Venne così a delinearsi una «concezione profondamente antifem-minile, volta a giustificare la libera iniziativa sessuale del maschio, il dovere di passività totale della “femmina” e la persistenza della vecchia “doppia morale”».3
Questa concezione trovava una cinica conferma nelle parole dell’affermato clinico Nicola Pende, per il quale ciò che contava nella donna era, in definitiva, soltanto «la metà inferiore del corpo».4
Per suffragare la sua politica sessuale e per rafforzare il suo antifemminismo, il regime si avvalse dell’alleanza con le maggiori forze conservatrici, vale a dire con i grandi proprietari terrieri, la monarchia e i militari; si avvalse anche, dopo il Concordato del 1929, dell’importante alleanza con la Chiesa cattolica, particolarmente influente nella formulazione ideologica del ruolo e dell’identità femminili e tradizionalmente incline nel sostenere l’immagine della donna intesa come prolifica custode, sole e gioia, del focolare domestico.
Lo Stato si rese dunque garante del perpetuarsi della tradizione cattolica per quel che riguardava i rapporti tra uomo e donna, famiglia e società; gerarchie cattoliche e fasciste si impegnarono nel controllare e regolamentare il privato delle famiglie italiane.
Nel 1930 Papa Pio XI emanò l’enciclica Casti connubii5 in cui venne ribadita la sacralità dell’istituzione del matrimonio, insieme alla sua perpetua indissolubilità. In questo documento venne messa in evidenza con chiarezza anche la condanna nei confronti di ogni forma di emancipazione femminile, ritenuta fonte di sciagura per tutta la famiglia e per la donna stessa.
La morale cattolica si fondava su di una solida ideologia patri-arcale e gerarchica; la donna, così come la sua sessualità, venivano rimandate continuamente alla subalternità e alla passività nei confronti dell’uomo, di cui rimaneva, a tutti gli effetti, uno strumento.
Essa veniva, al massimo della sua valorizzazione, accostata all’im-magine della Madonna, mediazione tra Dio e l’uomo, essenzialmente madre e sorella, senza valore e identità sue proprie, sempre subordinata al servizio dell’uomo e della società.
Nella Casti Connubii veniva confermato il concetto di remedium concupiscientiae, a sottolineare quanto la sessualità avesse esclusiva-mente finalità strumentali – perché la carne è debole e va soccorsa – e finalità procreative; veniva ribadito il divieto, da parte della donna, di astenersi dai rapporti sessuali o di usare metodi anticoncezionali, nonostante i rischi per la propria sopravvivenza durante il parto, nonostante le ubriachezze, le malattie o le violenze del marito.
«Alla donna spetta quel senno nel cuore che, se riceve amarezze, non vuol dare che gioie, se riceve umiliazioni, non vuol rendere che dignità e rispetto».6
Veniva così suggerita con fermezza e coralità la necessità di educare rigorosamente la donna ai precetti religiosi e di mantenerla entro i confini delle mura domestiche, scoraggiando in lei qualunque velleità emancipazionista.
Mussolini stesso usò parole significative per esprimere le sue concezioni misogine di tradizione rurale: «Le donne sono nate per badare alla casa, mettere al mondo dei figli e portare le corna ».7
Lo stesso filosofo Gentile le definì come «incapaci di trascenden-za».8
Il regime promuoveva ed esaltava il mito del virilismo, di un atteggiamento maschilista caratterizzato da attributi di forza, potenza, aggressività e bellicismo, arrivando così a sottovalutare e discriminare la donna e contribuendo ad una rigida ripartizione dei ruoli sociali.
Nel ventennio fascista la condizione sociale, lavorativa e quoti-diana delle donne fu così inevitabilmente subordinata alla ideologia imperante e alle scelte di questo tipo di politica; si voleva fare dell’Italia una grande potenza imperialista, prima di tutto attraverso una politica demografica efficace che affrontasse il grave problema europeo del calo di natalità e che arricchisse il paese di uomini e donne, possibilmente forti e sani.
L’aumento della popolazione, non solo permetteva di avere a disposizione masse di persone come manodopera a basso prezzo; era anche un’importante espressione del culto della virilità nazionale, elemento centrale nella propaganda ideologica fascista.
Al fine di perseguire tali obbiettivi, quindi, si tentò di imporre un maggior controllo sul corpo femminile, soprattutto sulle funzioni riproduttive, preservando le vecchie concezioni patriarcali della famiglia e dell’autorità paterna. Si inneggiava al ritorno verso ideali e valori rurali e contadini come àncora di salvezza per la coesione familiare e l’ordine sociale.
Il fascismo intervenne nel campo del diritto di famiglia varando nel 1942 il nuovo codice civile, in cui venne «gradualmente introdotta una diversa concezione della famiglia, che rigettava l’individua-lismo spinto della legislazione liberale per far passare una concezione più organica, capace oltretutto di dare alla famiglia stessa un peso sociale maggiore, naturalmente entro la visione totalizzante del regime».9
In questa luce si comprende come reati, quali la violenza carnale, o gli atti di libidine, non furono considerati reati contro la persona, bensì contro la moralità pubblica e il buon costume; così come i maltrattamenti o gli abusi in famiglia furono considerati reati contro la famiglia e le sue finalità sociali ed educative.
L’aborto venne definito come crimine contro l’integrità e la sanità della stirpe – anteponendo così l’interesse generale dello Stato alla centralità della persona –, il controllo delle nascite venne messo al bando e si attuarono censure sull’educazione sessuale.
Fu rilevante l’emanazione delle cosiddette «leggi demografiche» che prevedevano premi di nuzialità e prolificità, così come prevedevano tasse per i celibi; vennero concessi prestiti per favorire i matrimoni e vennero fatte riduzioni alle tariffe ferroviarie per agevolare i viaggi di nozze; sul lavoro vennero inoltre favoriti i padri di famiglia.
Questa martellante campagna demografica e il divieto del lavoro femminile, a tutela della famiglia e della prole – possibilmente numerosa e robusta –, vennero giustificati e promossi come salvezza nazionale e sociale, come possibili strumenti alla grave crisi economica e alla disoccupazione creatasi al ritorno degli uomini dalla Grande Guerra. Il regime si proponeva di porre un rimedio anche al salasso di popolazione maschile, provocato dall’alto numero dei caduti e dall’emigrazione, che aveva causato degenerazione dei costumi sessuali e della vita familiare, insieme al grave declino della razza.
Venne esercitata una forte pressione sui consumi e sui salari, si tentò di sfruttare le risorse economiche familiari, pretendendo quindi che le donne fossero consumatrici avvedute, amministratrici efficienti e astute, oltre che lavoratrici nell’economia nera per arrotondare le entrate familiari.
Allo scopo di limitare l’impiego di manodopera femminile, a fronte di un’elevata disoccupazione maschile, anche in termini legislativi il fascismo produsse materiale imponente circa i diritti e doveri della donna.
Si voleva evitare che le donne considerassero il lavoro retribuito come trampolino verso l’emancipazione; mentre per l’uomo il lavoro costituiva una componente fondamentale per la sua identità, per la donna, come dichiarò Mussolini stesso, «ove non è diretto impedimento distrae dalla generazione, fomenta una indipendenza e conseguenti mode fisiche-morali contrarie al parto».10
Si attuò la «legislazione protettiva», così definita per il suo obbiettivo di proteggere la lavoratrice, considerandone, in realtà, e proteggendone soltanto il ruolo materno; veniva privilegiata la carriera domestica delle donne e si tendeva ad escludere queste dallo svolgimento di molte attività professionali, limitandone l’accesso allo studio mediante tasse aggiuntive – alle scuole medie e universitarie – e mediante preclusioni ad un elevato numero di facoltà universitarie. Nel 1926 si vietò alle donne l’insegnamento delle materie letterarie, storiche e filosofiche, nei licei e negli istituti tecnici, adducendo alla mancanza in esse di virilità e saldo carattere, requisiti indispensabili per l’insegnamento di tali materie ritenute superiori.
La forte sottovalutazione delle capacità intellettuali femminili generò ulteriori norme di carattere espulsivo nell’ambito occu-pazionale: nei settori pubblico e privato l’occupazione femminile non doveva superare il 10% dei posti disponibili; il lavoro venne sempre più definito in termini sessuali, creando un netto divario tra i lavori giudicati adatti prevalentemente all’uno piuttosto che all’altro sesso. Le donne vennero così indicate e tollerate come dattilografe, stenografe, telefoniste, venditrici di abbigliamento e prodotti femminili e/o infantili.
Anche quando le donne riuscivano ad entrare nel mondo del lavoro, la loro attività rimaneva sottopagata, raggiungendo circa dal 50 al 65% in meno rispetto a quella maschile; inoltre l’attività femminile risultava precaria, accessoria, sotto-qualificata, spesso senza regole e in nero.
Questi provvedimenti contribuirono notevolmente a creare la caratteristica fisionomia sessuale della forza lavoro italiana, spingendo sempre più verso l’esclusività a vantaggio degli uomini dei posti lavorativi di alto prestigio, così come la femminilizzazione dei lavori d’ufficio e della differenziazione dei salari. Nell’incapacità di difendere il proprio diritto al lavoro, le donne ridimensionarono aspirazioni e rivendicazioni, vivendo sempre più la loro attività lavorativa come una necessità familiare, come un’attività inferiore a quella maschile e quindi non adatta agli uomini.
L’emarginazione femminile avveniva anche in politica, nonostante la costituzione di diversi movimenti e associazioni femminili fascisti; il duce infatti seppe sfruttare l’ardore patriottico, lo spirito di sacrificio e il desiderio...

Indice dei contenuti

  1. L’immagine della donna nell’Italia degli anni cinquanta
  2. Indice
  3. Frontespizio
  4. Copyright
  5. Ringraziamenti
  6. Introduzione
  7. Capitolo 1: La condizione sociale, civile e politica della donna nell’Italia degli anni Cinquanta.
  8. Capitolo 2: La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano: partecipazione e movimenti femminili, valori, politiche e programmi a confronto.
  9. Capitolo 3: Scenari di femminilità: le proposte di «Vie nuove» e «Famiglia Cristiana».
  10. Conclusione
  11. Fonti e bibliografia