La piccola Dorrit (Italian Edition)
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La piccola Dorrit (Italian Edition)

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La piccola Dorrit (Italian Edition)

Informazioni su questo libro

Il romanzo è diviso in due libri: Povertà e Ricchezza. In "Povertà", si parla delle misere condizioni della famiglia Dorrit, la cui madre è morta e il padre è in carcere per debiti, e della bontà della piccola Amy; si introducono inoltre vari personaggi, fra i quali alcuni dei principali come Arthur Clennam e l'energico e attivo Mr. Pancks, grazie all'aiuto del quale la famiglia Dorrit esce di prigione e diventa ricca.
In "Ricchezza", spicca il racconto della famiglia Dorrit e della sua elevata condizione economica.
Nel libro sono mosse principalmente due critiche: quella alla burocrazia inglese e quella alla borghesia e ai ricevimenti e più in generale alla società borghese.

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Informazioni

Anno
2019
eBook ISBN
9788831646932
Argomento
Literature
Categoria
Classics

VOLUME PRIMO.

POVERTÀ



CAPITOLO I.

Sole ed ombra.
Una trentina d’anni fa, Marsiglia bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
Nella Francia meridionale, un sole ardente in un giorno canicolare di agosto non era allora un fenomeno più strano di quanto in altri tempi sia stato o di quanto sia adesso. Ogni cosa dentro ed intorno a Marsiglia pareva che avesse sbarrato gli occhi, abbagliata ed abbagliante, al cielo infocato; fino al punto che questo fissarsi ed abbagliarsi a vicenda era ivi divenuto come una mania generale. I forestieri venivano abbagliati dalla accesa bianchezza delle case, dei muri, delle vie, dal bagliore delle strade aride e delle prossime colline il cui verde era stato arso. Tutto intorno in un moto spasmodico sbarrava gli occhi. Tutto, meno le vigne; le quali piegandosi sotto il fardello dei grappoli, occhieggiavano di tratto in tratto, quando l’aura calda e grave muoveva appena le loro languide foglie.
Non spirava un sol filo di vento che facesse una crespa sull’acqua fetida del porto o sul mare ampio e maestoso che stendevasi lungi. Una riga spiccata tra i due colori nero ed azzurro, segnava il confine che l’oceano immacolato non volea passare; ma l’oceano anch’esso se ne stava piano ed immobile come la brutta pozzanghera a cui non mescolava i suoi flutti. Delle barche senza tenda bruciavano la mano che le toccasse; i legni ancorati in porto, cotti sulla vernice dai raggi solari, si gonfiavano in tante pustole; le lastre delle vie non eransi raffreddate, nè giorno nè notte, per mesi intieri. Indiani, Russi, Chinesi, Spagnuoli, Portoghesi, Inglesi, Francesi, Genovesi, Napoletani, Veneziani, Greci, Turchi, discendenti da tutti i fabbricatori di Babele, attratti dal commercio a Marsiglia, cercavano tutti un po’ d’ombra, pigliandola dovunque capitasse, per difendersi dai bagliori di un mare soverchiamente lucido ed azzurro e di un cielo di porpora incastonato di un fiammeggiante gioiello di fuoco.
Questo gran bagliore faceva male agli occhi. Veramente, verso la linea lontana delle coste d’Italia, lo temperavano alquanto certe nuvolette di nebbia che lentamente si levavano dalla evaporazione del mare; ma in nessun’altra parte scemava d’intensità. Da lontano, le strade arse sotto una polvere spessa vi guardavano e vi accecavano dal fianco della collina, dal fondo della valle, dalla pianura sterminata. Da lontano, le vigne polverose che ornavano a festoni le capanne poste sui lati dalle strade, e i viali monotoni di alberi sfrondati che non davano ombra, languivano sotto lo splendore ardente della terra e del cielo. E così pure i cavalli dai sonagli sonniferi, attaccati a lunghe file di carri, che moveano con passo stanco ed uguale verso l’interno della città; così pure i loro conduttori, coricati a mezzo, quando erano desti, il che di rado avveniva; così pure i lavoratori esausti dalla caldura nella aperta campagna. Ogni cosa che vivesse o crescesse era oppressa dagli splendori ardenti del giorno; eccetto la lucertola che guizzava sui muri ruvidi e screpolati, e la petulante cicala che strideva come una raganella. La stessa polvere era tanto arrostita da parer bruna, e qualche cosa vedevasi tremolare nell’atmosfera, come se l’aria stessa anelasse.
Persiane, imposte, tende, cortine tutto era chiuso ermeticamente per tener fuori la luce viva. Lasciatele solo una fessura o il foro della toppa e ve la vedrete venir dentro come una freccia incandescente. Le chiese sono i luoghi da essa più rispettati. Uscendo dal crepuscolo degli archi e dai pilastri, stellato come in sogno da lampade incerte, popolato come una scena fantastica da certe vecchie ombre che divotamente sonnecchiano, spuntano e chiedono l’elemosina, si era tuffati ad un tratto in un fiume di fuoco, e bisognava, dirò così, gettarsi a nuoto per toccare al più presto possibile la più vicina striscia di ombra, — Così dunque con la sua gente che si aggirava e si coricava per tutto dove fosse un po’ di ombra, con poco ronzio di voci umane e latrar di cani, con lo sbatacchiare accidentale di qualche campana di chiesa, e col rullo barbaro e scordato dei tamburi, Marsiglia — come si sentiva e si vedeva benissimo — bruciava un giorno ai raggi infocati del sole.
V’era in quel tempo a Marsiglia una sozza prigione. In una delle sue camere, luogo così ributtante che perfino il sole importuno non osava guardarlo in faccia, lasciandolo a qualche povera luce di scarto, più o meno riflessa e pigliata chi sa dove e chi sa come, stavano due uomini. Queste altre cose vi erano, oltre ai due uomini: una panca zoppa e sgangherata, fissa al muro, con su una scacchiera intagliata grossolanamente con un coltello, — un giuoco di dama, fatto di bottoni sdruciti e di ossi avanzati alla zuppa, — un giuoco di domino, — due pagliericci, — due o tre bottiglie di vino. Questo era tutto il contenuto della camera; eccetto però i topi ed altri vermini invisibili, eccetto anche i vermini visibili, — i due uomini.
Quel po’ di luce che la camera riceveva, entrava da una inferriata a grosse spranghe, fatta a foggia di finestra, e che dando sopra una buia scalinata serviva anche molto bene a chi volesse di fuori ispezionar dentro. Un largo davanzale di pietra aveva cotesta finestra, a quel punto dove le spranghe entravano nella fabbrica, alto da terra circa tre piedi. Su di esso se ne stava l’uno dei due uomini, nè seduto, nè sdraiato, con le ginocchia raccolte, coi piedi e le spalle puntellati contro le opposte pareti del vano. Le spranghe erano larghe abbastanza da permettergli di passarvi dentro tutto il braccio fino al gomito; ed egli vi si teneva negligentemente e a tutto suo comodo.
Una tinta di prigione stendevasi sopra ogni cosa. Aria imprigionata, luce imprigionata, umido imprigionato, uomini imprigionati, — tutto era stato deteriorato dallo star rinchiuso. Come i due prigionieri parevano appassiti e sciattati, così pure il ferro era arrugginito, la pietra viscosa, il legno tarlato, l’aria malsana, la luce oscura. Simile a un pozzo, a una grotta, a una tomba, la prigione nulla sapeva dello splendore esterno: portata in una delle isole profumate dall’oceano indiano, avrebbe serbata intatta la sua corretta atmosfera.
L’uomo giacente sullo sporto della inferriata era anche intirizzito dal freddo. Con un moto impaziente di una spalla ei si fece cadere addosso più pesantemente il suo mantellaccio, e grugnì tra i denti:
— Al diavolo questo brigante di sole che non si fa mai vedere qui dentro!
Aspettava il pasto, guardando di sbieco traverso l’inferriata per vedere quanto più giù potesse delle scale; aveva in volto quella certa espressione della bestia feroce irritata da una simigliante aspettativa. Ma i suoi occhi, troppo vicini l’uno all’altro, non gli stavano fissi nella fronte così nobilmente come quelli del re degli animali, ed erano piuttosto acuti che brillanti: armi appuntate che offrivano poca superficie per meglio celarsi. Non avevano mutazioni o profondità; scintillavano, si aprivano, si chiudevano, sempre ad un modo. Se non fosse stato pei servizi ch’essi rendevano al prigioniero, un orologiaio ne avrebbe fatto un paio molto migliore. Aveva un naso adunco, bello nel suo genere, ma troppo alto fra gli occhi, di tanto forse quanto gli occhi erano troppo vicini l’uno all’altro. Della persona era alto e robusto; aveva labbra sottili, per quanto ne lasciava vedere il mustacchio ispido e folto, una selva di capelli arditi ed incolti, di colore incerto, ma con certi tocchi rossi qua e là. La mano con la quale ei si teneva all’inferriata, quantunque coperta sul dorso di brutte sgraffiature cicatrizzate di fresco, era piccola e liscia, e sarebbe anche stata bianca, senza la sozzura della prigione.
L’altro uomo giaceva per terra sulle lastre della prigione, coperto da un abito grossolano di colore oscuro.
— Levati su, bestione! — urlò il compagno. — Non dormire quand’io ho fame.
— È tutt’uno, padron mio, — rispose il bestione, in un tono sommesso e non senza una certa allegria. — Io mi desto quando mi piace, e dormo quando mi piace. È tutt’uno, vedete.
Così dicendo, si levò, si scosse, e si grattò per la persona; poi, raccattato l’abito che gli avea fatto da coperta, se lo legò per le maniche, e aprendo la bocca ad uno sbadiglio, si pose a sedere sul pavimento con le spalle appoggiate al muro di contro all’inferriata.
— Dimmi un po’ che ora è, — borbottò quell’altro.
— Batterà mezzogiorno… aspettate…. tra una quarantina di minuti.
Nella breve pausa, egli aveva guardato attorno per la prigione, come per trovarvi un indizio sicuro.
— Sei un orologio tu. Come diamine fai a saper l’ora?
— Che volete che vi dica! Due cose io le so sempre: l’ora e il luogo dove mi trovo. Qui dentro mi portarono di notte, tirandomi fuori da una barca: eppure io so benissimo dove sono. Ecco qua: porto di Marsiglia… (e in dir questo egli era già in ginocchio sul pavimento, disegnando con un dito abbronzato la sua carta immaginaria)…. Tolone, dove c’è il bagno, la Spagna laggiù, Algeri più giù di laggiù. Da questa parte, a sinistra, Nizza. Girando la Cornice, eccoci a Genova. Spiaggia e molo di Genova. Lazzaretto. La città sta qui: terrazze e giardini dove rosseggia la belladonna. Qui, Porto Fino. Partenza per Livorno. Eccoci a Civitavecchia. Ed eccoci poi a…. a… ah! diamine! non ci resta posto per Napoli! (egli era arrivato al muro). — Non fa niente: Napoli sta là dentro.
Ei restò inginocchiato, alzando gli occhi in volto del suo compagno di prigione con uno sguardo che per una prigione era molto vivace. Un ometto dal volto abbronzato, svelto ed agile, sebbene un po’ tarchiato. Dei cerchietti d’oro alle orecchie brune, dei denti bianchissimi che illuminavano la faccia bruna, dei capelli neri come inchiostro che gli cadevano sul collo bruno, una camicia rossa e stracciata che si apriva sul petto bruno, dei larghi pantaloni da marinaio, delle scarpe discrete, un berrettone scarlatto, una fascia anche scarlatta alla cintola con un coltello ficcatovi dentro, — ecco il suo ritratto.
— Vediamo mo, se mi riesce di tornar da Napoli come ci sono andato. Guardate, padrone! Civitavecchia, Livorno, Porto Fino, Gen...

Indice dei contenuti

  1. LA PICCOLA DORRIT
  2. Charles Dickens
  3. La piccola Dorrit
  4. VOLUME PRIMO.
  5. POVERTÀ
  6. VOLUME SECONDO
  7. Note