Sette stanze
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Sette stanze

Informazioni su questo libro

Anton Eastman si rifugia nella casa che lo ha visto
crescere, ormai quasi vuota, dopo un evento tragico. La sua vita è un
completo disastro, dedicata a tutto tranne che a ciò che è sempre stato e
la soluzione più semplice sembra essere la più drastica. Il contatto con
ciò che aveva lasciato, però, lo porterà a scoprire nuove cose di sé e a
ritrovarsi, trovando l'amore

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Informazioni

Anno
2019
Print ISBN
9788831650151
eBook ISBN
9788831650694
Argomento
Literature
Categoria
Drama

LA SCALA CHE PORTA ALLO STUDIO

Come quella sera. Ormai era aprile, il tempo era scivolato liquido e veloce senza che Anton se ne rammaricasse. Non ne aveva perso, mai. Era arrivato alle nove di sera. Preso il suo solito tavolo nella zona che serviva Giselle, le aveva detto “il solito” senza che lei si dovesse fermare. C’era una tavolata di ragazzotti, tutti poco più che adolescenti, probabilmente atleti o forse tifosi. Il fatto che portassero tutti gli stessi colori addosso gli fece venire in mente il calcio o il basket. Non che seguisse in modo particolare uno o l’altro sport. Giselle faceva su e giù con piatti e bicchieri, per lo più vuoti. Erano lì già da un po’. Tra un passaggio e l’altro lei gli aveva sporto la birra e lo aveva salutato poggiandogli la mano su una spalla, delicata. Poi era ripartita. Era a metà strada dal bancone quando la sentì esclamare: «accidenti!» Parola seguita da un tintinnare simile alla pioggia. Le si era spezzato il braccialetto, quello argentato che, carico di ciondoli, le ingombrava il polso sinistro. Più di una volta Anton si era chiesto come facesse a lavorare con tutta quella roba addosso, ma lei doveva tenerci in modo particolare perché non lo dimenticava mai. Non una volta.
La vide chinarsi a raccogliere i ciondoli, rapida, prima che si perdessero sotto i piedi dei clienti. Li vide scivolare nella tasca davanti del grembiule che portava sul lavoro e lei riprese il giro. Pizze, dolci, birre, caffè, birre, dolci… compresa l’ordinazione di Anton.
«Napoli.» Il piatto che si appoggiava davanti e la mano che spariva immediatamente.
«Grazie.» Anton aveva fame. Cominciò la sua pizza e la gustò tranquillo mentre i ragazzi stavano abbandonando il locale in piccoli gruppi.
La calma scese sul locale mentre Anton finiva la sua pizza. Giselle lì intorno puliva i tavoli e raccoglieva le tovaglie sporche. La guardò lavorare, come faceva sempre. Mormorò il suo nome. Sovrappensiero si mise a fissare il vuoto avanti a sé, in attesa di poterle parlare dei nuovi libri che aveva trovato per la sala lettura. Era lì, mentre lei passava accanto al suo tavolo infinite volte. Poi Giselle venne da lui. Senza chiedere se era andato tutto bene allungò la mano per prendere il piatto vuoto. Fu allora che Anton vide la cicatrice. Bianca, netta, lungo il polso che copriva col bracciale.
«Ehi.» Le prese il braccio. Fissandola negli occhi le chiese: «Questa cos’è?»
«Non ero abbastanza convinta.» Giselle rispose leggermente seccata. Fece per togliere il braccio ma incontrò la resistenza di Anton che la guardava con un’espressione che lei non comprendeva.
«La vita è difficile per tutti…» lui ripeté la frase che lei gli aveva detto davanti al locale, quando aveva confessato di essere responsabile della morte di un ragazzo.
«Già.» Giselle non disse altro e provò una seconda volta a togliere il piatto vuoto da davanti al suo amico. Stavolta lui la lasciò andare. Rimase a guardarlo negli occhi, pochi istanti lunghi giorni. Chissà cosa stava pensando di lei… Poi si mosse, col piatto in mano verso la cucina.
Anton dovette aspettare la fine della serata per poterle parlare ancora. Non si era più fatta vedere, mandando la solita ragazzina a fare il suo lavoro. Lui l’aveva vista servire altri tavoli e aveva deciso di aspettarla fuori. Così, mentre una parte di lui aveva voglia di stringerla a sé tanto forte da stritolarla e l’altra parte continuava a porgli domande sulla ragazza, Anton fece finta di andarsene, salutandola con la mano e aspettando il suo gesto di risposta. Puntuale. Fuori, mentre il vento cominciava a soffiare, pensò a com’erano stati vicini in qualche momento della loro vita. Tanto vicini da sfiorare entrambi il suicidio senza conoscersi nemmeno. E che peccato sarebbe stato, se l’avessero fatto. Non avrebbero riso insieme come in quei mesi e non avrebbero parlato tanto e…
«Cosa ti è successo?» Le chiese mentre la raggiungeva. Era uscita dal retro e lui l’aveva vista per coincidenza. La fermò, tenendola per quella stessa mano che aveva visto ferita.
«Non voglio parlarne, Anton.» La voce colma di tensione.
«Io posso capire…» Tentò di rassicurarla. «Non allontanarti da me.»
«Non lo farò.» Smise di divincolarsi. «Ma non voglio parlarne, non posso.»
«Ci ho pensato anch’io.» Confessò. «Più volte.»
«Ma non l’hai fatto…» Giselle mostrò una cicatrice gemella sull’altro polso, lunga e sottile con frange a segnare i punti mal dati, come denti disegnati sulla faccia di una bambola di pezza.
«Non ci sono arrivato così vicino, ma ci ho provato.»
«Per la storia di quel ragazzo?»
«No.» Le prese entrambe le mani nelle sue. «Per altri motivi che ancora non sai e di cui non posso parlare adesso.»
«Facciamo che io non ti dico niente e tu non dici niente a me…»
«Come vuoi.» Anton la tirò a sé, stringendo il corpo sottile tra le braccia e affondando il naso tra i suoi capelli mossi. Giselle lo lasciò fare. Si abbandonò tra le sue braccia e si lasciò cullare, piangendo piano. «Non dirmi niente, ma io e te tra poco facciamo due passi insieme.»
«Va bene…» Giselle indossava un vestito leggero per la stagione, ma aveva fatto caldo negli ultimi giorni. Il vento di quella sera lo faceva ondeggiare e infilare tra le sue gambe, in una danza sensuale che Anton ammirò mentre lei, distaccatasi per un attimo dal suo abbraccio, si asciugava le lacrime - poco dopo - camminando avanti a lui.
Senza meta apparente, Anton condusse Giselle lungo i suoi percorsi di ragazzo. Le raccontò la sua storia, quello che faceva da piccolo, le risse e l’incidente dei suoi diciotto anni. Giselle ascoltava le sue parole, bevendole una a una come nettare. Sentiva le emozioni di lui passarle attraverso, una scossa allo stomaco che cresceva con il dolore di Anton. Lo lasciò avvicinare più volte, facendosi cingere le spalle in abbracci discreti o prendere le mani nei momenti delicati. Abbandonò la distanza che entrambi avevano coltivato per non dare nell’occhio. Anton era un uomo diverso. Lei sentiva che parte di quel ragazzo aveva sofferto troppo a restare relegata in fondo al cuore di ghiaccio che lui si era costruito. Era un uomo speciale, quello che in pizzeria era venuto decine di volte senza nemmeno vederla, quello che aveva avuto a lungo il viso di uno che ha visto l’inferno. Giselle quelle cose le conosceva. Anton le era piaciuto da subito, anche con lo sguardo perso. E dopo le era piaciuto di più, per come ridevano insieme e come si capivano quasi senza parole.
Lo guardò, mentre lui era immerso in una delle sue avventure di ragazzino. Alto, muscoloso quanto basta, elegante e intenso. Bello. Più giovane di quel che era, i certi momenti. Splendente. Questo vide, e rise.
«Che c’è?» Chiese lui sorpreso.
«Niente.» E rise ancora.
L’acqua li sorprese così, mentre ridevano in mezzo a una strada lastricata di pietra chiara. Un temporale improvviso. Gocce fini e dotate di una vita propria cominciarono a cadere ovunque, e rimbalzare. Sui capelli, sui vestiti, sui loro volti. Anton fece per ripararsi sotto a un balcone. «Vieni.» Le disse.
«No, vieni tu…» Giselle aprì le braccia e alzò lo sguardo al cielo, lasciando che l’acqua le lavasse il viso dalle lacrime di prima. Rise, mentre Anton la guardava stupito.
L’abito le si era appiccicato addosso, rendendola una specie di sirena blu notte, i capelli mossi ancora ribelli colavano ricci di pioggia. Era così bella… e quella risata gli riempì il cuore. La raggiunse, sotto al diluvio, ridendo con lei. Erano due pazzi. Due poveri pazzi aspiranti suicidi. Giselle si avvicinò fino ad appoggiare il corpo caldo contro quello di lui. Con la mano destra gli sfiorò il collo e lo tirò verso di sé. Le labbra schiuse che aspettavano Anton. Chiuse gli occhi e lasciò che l’uomo la baciasse. Dolce, lento, tenendole il viso in una mano, Anton si lasciò andare al suo destino. Avvinghiati sotto la pioggia, l’inglese e la ragazzina continuarono a baciarsi a lungo.
Risvegliandosi, Anton allungò un braccio. Si aspettava di sentire la sua pelle sotto alle mani, come era stato tutta la notte. Avvolti in un solo respiro, erano entrati in casa senza mai smettere di toccarsi almeno con una parte del corpo, che fossero labbra o mani non era importante. Avevano fatto l’amore più volte, senza badare al tempo, carezzandosi e baciandosi ancora. Regolari come le onde del mare, non si erano mai lasciati riposare. Finché non erano crollati, ancora abbracciati e umidi, il respiro che si allungava dolcemente dopo la tempesta che li aveva colti di sorpresa. Anton si era abbandonato sul cuscino e l’aveva guardata dormire. Bella, fragile e sensuale anche nel sonno.
Giselle non c’era. Lui ci mise un po’ a capirlo, ancora frastornato dalle emozioni. Spaventato, poi, si mise a sedere sul letto per capire dove fosse finita. Il vestito blu che lei indossava la notte precedente era steso sul pavimento in parquet con il resto dei suoi indumenti che formava un percorso dalla porta al letto. Insieme a ciò che aveva indosso Anton, jeans a parte, formava sagome di corpi che non esistevano più come corpi separati. Anton provò un dolore al petto per la sua assenza. Si alzò, infilando i jeans che aveva abbandonato accanto al letto la notte prima senza badare a dove fossero i boxer. Agganciò solo un paio di bottoni e partì alla ricerca di lei. La porta accanto alla grande finestra della sua stanza era aperta e dalle scale proveniva la luce del sole che inondava sempre lo studio al piano superiore. Anton salì gli scalini, sicuro che se lei fosse stata in bagno l’avrebbe sentita. I piedi nudi sulla pietra e il torace liscio illuminato dai raggi forti di un sole alto.
Lei era al centro della stanza, immobile a osservare ciò che conteneva. Stava tra Anton e la finestra, controluce, vestita solo della camicia bianca di lui. Il suo profilo spiccava netto in contrasto con l’esterno, il cielo azzurro proiettava riflessi d’acqua. Attraverso la camicia Anton rivide il corpo nudo della ragazza che aveva amato quella notte e ne sentì il bisogno. Si avvicinò piano, mentre lei lo guardava sorridendo. Allungò allo stesso modo mani e corpo per raggiungerla prima possibile. Mentre le prendeva i fianchi tra le dita, insinuò il viso nell’arco del suo collo baciandoglielo con le labbra calde. Giselle lo accolse tra le braccia e si lasciò spingere indietro fino alla scrivania, appoggiatasi alla quale gli si concesse ancora. Il corpo sinuoso avvolse il suo amante mentre la luce del mondo rifletteva sui loro capelli neri e argento, distinti ma uniti.
Sazi, poco dopo, ma ancora uno nelle braccia dell’altra, si guardarono attorno come fosse un luogo misterioso e nuovo quello in cui erano piombati al risveglio.
«Questo era il mio studio, un tempo.» Le disse piano, carezzandole il volto.
«Non mi hai mai detto che dipingevi.»
«Lo facevo per lei.» Rispose lui. «Per mia madre.»
«E per te non l’hai mai fatto?»
«All’inizio sì. Poi è diventata la sua ossessione e io mi sentivo prigioniero.»
«Li trovo belli.» Giselle giocò con le dita nei capelli sempre più argentati di lui. «Dovresti farlo ancora.»
«Non è più il tempo.» Anton non aveva pensato ai suoi quadri negli ultimi trent’anni. «Non sono più io. Non sarei in grado.»
«Non c’è mai un tempo. Ma ci sono attimi.» Gli tirò una ciocca. «Potresti sfruttarli.»
«Voglio solo…» Anton si voltò e la guardò negli occhi. Una nube densa oscurò lo sguardo e il cuore, la certezza di non avere il diritto di desiderarla ancora.
«Dimmi.» Lei indovinò i pensieri ma non li ascoltò.
«Niente.» Anton tornò con lo sguardo alle tele accatastate contro la parete. Voleva lei. Solo lei, da quel giorno in avanti fino all’ultimo senza sosta. Voleva la sua pelle, il suo odore, la morbidezza del ventre e del seno. Sentirla ancora sua, sempre. Averla addosso.
«Mh- mhh.» Il suono era quello di un no. «Non mi fido di te.» E ancora, «dimmi cosa pensi.»
«Oggi è lunedì, non lavori.» Anton sorrise. Poteva averla tutto il giorno.
Giselle lo abbracciò, appoggiata alla scrivania, cingendolo con braccia e gambe come per divorarlo e lui, predatore e preda insieme, si abbandonò completamente a lei. Restarono lassù in silenzio per qualche tempo, sfiorandosi e baciandosi come se dai loro gesti dipendesse la vita stessa.
Maria, di sotto, vide i vestiti a terra e sorrise chiudendo la porta della stanza di Anton e rifugiandosi in cucina. Sapeva di “lei” dal genero, dal primo dell’anno. Sapeva di lei da sempre, visti gli scontrini della pizzeria. Sapeva e sperava che Anton non rovinasse tutto, perché quella ragazza era diversa, com’era diverso lui, da tutti loro, ed era uguale a lui. Lo stesso riflesso in due corpi distinti. Filosofia di una vita passata a guardare gli altri e carpirne i segreti. Filosofia di una donna attenta.
Quando scesero, mano nella mano, Anton invitò Giselle nella doccia e dopo, ancora, in cucina a fare colazione. La presenza di Maria era quasi impalpabile quando erano insieme loro due. Come se riempissero la stanza da soli e non ci fosse spazio per nient’altro. Quando Maria se ne andò fecero ancora l’amore, e ancora. Fino al mattino dopo.
Giselle doveva passare da casa, disse, prima di andare a lavorare. Anton la accompagnò, restando in piedi accanto alla porta d’ingresso e osservando da lì il mondo di lei. Era una casa scura, chiusa tra palazzi alti in una via stretta, ma c’era una sorta di quiete luminescente. Colori accesi davano vita alle pareti, mentre pochi mobili contenevano la sua esistenza. Poche foto nelle cornici, qualche libro, la posta ammucchiata su un mobile basso accanto alla porta, tutte buste aperte e impilate in modo ordinato. Lui si guardò attorno mentre lei si cambiava velocemente d’abito. Poi uscirono. Si sfioravano le mani camminando, una accanto all’altro, verso la pizzeria. Era difficile non farlo, come se col contatto ciò che era nato tra loro fosse più vero. O meno fragile.
Anton la lasciò a pochi metri dalla porta del locale dandole appuntamento al pomeriggio, appena chiuso. Sarebbe tornato a prenderla. Intanto voleva fare una commissione per casa sua. Come si staccò da lei gli tornarono in mente tutte le loro conversazioni. E i suoi silenzi, i piccoli segreti che sembrava conservare nel suo cuore di ragazza. Ebbe paura. Lei era meravigliosa, la cosa più straordinaria che gli potesse capitare. Perderla sarebbe stato inaccettabile.
Quel pomeriggio il cielo sembrava essere stato dipinto da un marinaio ubriaco. Colori mischiati tra loro senza un senso preciso, onde di nubi scure e sottili lungo tutto l’azzurro visibile tra un palazzo barocco e l’altro. Come se Dio avesse disegnato con le dita il mare sopra al cielo. Anticipando di poco la chiusura del locale, Anton arrivò alla piazza prima che cominciasse a piovere; giusto in tempo per vedere Giselle scherzare con i suoi amici, quelli che aveva visto a capodanno, fuori dalla pizzeria. Rideva, le guance morbidamente arrotondate accompagnavano l’apertura della bocca. Le fissò le labbra per un istante, ricordando il loro sapore, poi la scena intera gli si impresse nella mente e il pensiero di non fare parte di quel quadro lo colse alla sprovvista. Cosa poteva avere da spartire con quei ragazzi? Erano certo più giovani di Giselle, anche se di poco, eppure a lui sembravano tutti bambini. Quasi come lei. Come aveva potuto non accorgersene prima? Non valutare appieno la situazione? Possibile che lei lo avesse distratto a tal punto da non fargli notare l’impossibilità di quella relazione? Anton sentì il panico.
Bastò però che Giselle voltasse lo sguardo verso di lui, un solo momento mentre salutava i suoi amici prima di corrergli incontro, per fargli scordare quelle domande. L’intensità dei suoi occhi, brillanti di gioia e accesi solo nel guardarlo avvicinarsi, lo travolse. Anton accelerò il passo, istintivamente. Senza badare a chi li avrebbe notati, Giselle gli lanciò le braccia attorno al collo e lo baciò sulle labbra. «Mi sei mancato.» Gli disse. E lui non poté fare altro che crederci.
«Andiamo da me.» Continuò. «Sono più vicina alla pizzeria, avremo più tempo…»
Anton acconsentì e in un batter d’ali si trovarono al suo portone, cominciando a baciarsi subito dopo essere entrati e rischiando di spogliarsi a vicenda prima ancora di raggiungere il primo piano. Fecero l’amore senza respirare, senza emettere suono, usando i baci come un unico linguaggio segreto.
Più tardi, mentre Anton stava fissando il suo viso appoggiato sul cuscino accanto, Giselle gli carezzò la cicatrice. Il segno del suo passato turbolento era evidente alla luce del sole e al tatto. Lei staccò per un breve tempo gli occhi da quelli di lui, temendo di perdere quel pozzo profondo in cui si rifletteva così perfettamente. Osservò il riflesso del tessuto cicatriziale, pelle diversa in ogni senso, e lo strano disegno che formava tra il fianco e la schiena di Anton.
«Ti ha fatto male?» Disse. «So che cos’è…»
«Non subito.» Anton solitamente la copriva o restava vestito abbastanza...

Indice dei contenuti

  1. LA SALA DA PRANZO
  2. UNA STANZA DA BAGNO
  3. LA CUCINA
  4. LA STANZA DA LETTO DI VALERIA
  5. LA SCALA CHE PORTA ALLO STUDIO
  6. LO STUDIO DI GREGORY
  7. IL SOGGIORNO
  8. IL BAGNO PADRONALE
  9. QUELLA CAMERA CHE PORTA ALLA TERRAZZA
  10. Ringraziamenti